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La sfida della sovranità digitale europea

Modalità digitale, 17/12/2020, Digital Panel Discussion

Il mondo digitale non è soltanto un settore fondamentale dell’economia nel XXI secolo, ma richiede un adattamento profondo dei comportamenti collettivi e individuali, delle strutture legali, degli strumenti concettuali.  Per l’Europa esiste ormai un ampio consenso sull’esigenza di perseguire una vera emancipazione e assicurarsi una maggiore autonomia, con la capacità di fissare regole efficaci in un settore assolutamente decisivo: è questo il senso del termine “sovranità digitale”. Si deve passare però dallo sviluppo di capacità industriali per creare prodotti innovativi, e questo è un compito complesso non soltanto in chiave strettamente tecnologica e di investimenti, ma soprattutto di capitale umano. 

Se si considerano i servizi online, il principio di fondo delle nuove regole europee è che le attività che sono illegali offline lo devono essere anche online – il che significa in sostanza portare pienamente lo Stato di diritto in rete. In questo processo andrà posta particolare attenzione alla diffusione di contenuti per i social network e al rapporto tra distributore e consumatore finale (rispetto al produttore vero e proprio) per le aziende che si affidano all’e-commerce. Rispetto a questa impostazione è stato però notato che resta il problema dei confini della giurisdizione (dunque anche un limite all’efficacia di nuove regole) e poi il fatto che potenzialmente ogni vincolo alle attività di mercato è un costo per produttori e/o consumatori, e dunque una distorsione. Alcuni hanno maggiore fiducia nell’autoregolamentazione che non nello strumento legislativo che ristabilisca il principio della sovranità in campo digitale.

Investimenti e commercio nel settore digitale saranno comunque cruciali per la ripresa post-pandemia, particolarmente tra Europa e Stati Uniti, ma è chiaro che il quadro regolamentare deve essere aggiornato sulla base di nuovi standard: la sfida è farlo in modo per quanto possibile coordinato, senza mettere a repentaglio la natura aperta e condivisa delle reti digitali muovendosi verso una “balcanizzazione di Internet”. Secondo alcuni partecipanti, la realtà della “interdipendenza strategica” tra le due sponde dell’Atlantico ha la precedenza sull’obiettivo della sovranità digitale, soprattutto mediante la tutela della concorrenza e dei mercati aperti. D’altra parte, è cresciuta la preoccupazione per la posizione dominante che alcune delle maggiori piattaforme hanno acquisito in un mercato in continua espansione su cui ormai poggia una grande quantità di servizi quasi irrinunciabili. È in ogni caso indispensabile un dialogo ad ampio spettro sugli obiettivi comuni al settore privato, ai governi e alle agenzie internazionali, come anche ai consumatori: non sarà sempre possibile soddisfare tutte le esigenze mediante lo strumento legislativo, ma è importante evitare una sorta di polarizzazione ideologica su temi complessi.

Si può intendere il concetto di autonomia digitale in modo più ampio, come la capacità di comprendere e utilizzare gli strumenti digitali per potenziare l’innovazione e la crescita, senza necessariamente puntare a una sovranità in senso stretto cioè come controllo assoluto su lunghe filiere ad alto valore aggiunto – cosa che probabilmente è irrealistica anche per gli Stati Uniti. Esiste comunque un concreto problema di ritardo europeo almeno in alcuni sotto-settori specifici della filiera, come il capitale umano (ad esempio ingegneri specializzati), l’Intelligenza Artificiale, come anche la velocità di adozione di nuovi strumenti a scopi industriali e nella pubblica amministrazione. Non si tratta di alzare ponti levatoi, ma di favorire l’emergere di “campioni europei” per essere partecipanti attivi nelle catene del valore e non soltanto consumatori finali. In tal senso le economie di scala sono essenziali, e l’Europa può sfruttare meglio le dimensioni del suo mercato; un passo nella giusta direzione è la quota significativa dei fondi del Next Generation EU che sono attribuiti al digitale, pari al 20%. Peraltro, in alcuni casi importanti come ad esempio il 5G, si stanno realizzando partnership molto promettenti tra aziende americane ed europee che potrebbero consentire nuovi salti tecnologici riducendo al contempo l’eccessiva dipendenza dai produttori cinesi.

La “data economy” sarà un grande volano di sviluppo, ma molti ritengono che sia necessario fissare regole più affidabili sulla gestione (e la commercializzazione) dei dati proprio per contemperare la privacy, la concorrenza, e mercati efficienti e dinamici. Non è detto che il concetto di “sovranità” sia realmente adeguato al settore digitale, ma sono comunque necessarie scelte politiche e strategiche su scala europea per accelerare la diffusione di conoscenze e filiere digitali: l’obiettivo è probabilmente quello dell’eccellenza e della partecipazione attiva, piuttosto che quello del controllo governativo di per sé – seppure europeo.