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La città post pandemia: modelli di sviluppo e gerarchie urbane

Modalità digitale, 05/02/2021, Il futuro delle città e dei territori

Le città costituiscono un luogo fondamentale per la storia dell’umanità. Affermatesi circa 10.000 anni fa sono sopravvissute a un’infinità di eventi catastrofici, con la capacità di riprendersi e rilanciare continuamente il proprio sviluppo. La pandemia da Covid non, è in questa evoluzione, un caso unico. Eppure ha creato per i centri urbani un punto di svolta, mettendo in discussione il loro ruolo di nodi inseriti in una rete globale. Gli eventi dell’ultimo anno, infatti, hanno influito notevolmente sulla pratica quotidiana e sull’idea stessa di globalizzazione, obbligando a un ripensamento dei luoghi chiave di questo processo: le metropoli globali.

Questo non significa che si arriverà alla fine delle città come le abbiamo conosciute quanto piuttosto si assisterà a una loro rinascita secondo schemi diversi. I centri urbani sono sistemi complessi e, per adottare gli adeguati strumenti di governance, è necessario in primo luogo identificare attentamente in cambiamenti in atto e trovare indicatori capaci di spiegarne l’evoluzione futura.

Al momento la sfida più importante sembra quella di ridefinire il rapporto fra centro e periferia, sia all’interno delle aree metropolitane sia all’interno delle nazioni. La pandemia ha certamente avuto conseguenze sulla concezione urbanistica: il lavoro a distanza - insieme al crollo del turismo - ha svuotato i centri urbani. Al tempo stesso però offre la possibilità di creare uno sviluppo economico diffuso nelle aree metropolitane dove i cittadini cercano in periferia nuove e più ampie soluzioni abitative. La pandemia, inoltre, sembra aver aiutato la rinascita dei piccoli borghi e di aree un tempo depresse, oltre ad offrire opportunità di crescita - e di attrazione di capitale umano -  per le città medie che riescono a coniugare un’ampia gamma di servizi con un’alta qualità della vita.

L’attivazione della domanda di beni e servizi in nuove zone è sicuramente un elemento importante per lo sviluppo post-pandemia, ma ciò non può realmente avvenire senza una strategia di lungo periodo. Ritornano allora centrali le infrastrutture: quelle digitali che hanno ribadito la propria importanza durante gli ultimi mesi, ma anche quelle fisiche per permettere una miglior comunicazione a tutti coloro che, lavorando e vivendo fuori dai centri, dovranno raggiungerli in determinati, seppure più ridotti, periodi.

La mutazione della città pone, quindi, un problema di ripensamento dei sistemi di connettività - oggi concentrati per lo più dentro i centri urbani – che dovranno essere adeguati ad una mobilità più diffusa. Questo cambiamento richiede strumenti amministrativi adeguati e la ridefinizione degli investimenti con un’ottica attenta alle nuove esigenze. La pandemia accelera la tendenza - già lanciata da alcune metropoli - alla creazione di una città policentrica ‘dei 15 minuti’ dove i principali servizi siano accessibili a piedi e a breve distanza all’interno dei quartieri.

La principale sfida per l’Italia è quella di identificare una propria strategia di sviluppo e utilizzare a questo fine la risorse del Recovery Plan. I fondi europei devono essere parte visione strategica che coinvolga anche gli attori privati, da sempre fondamentali nell’evoluzione urbana. 

Negli ultimi due decenni il Paese ha mutato radicalmente il proprio modello di sviluppo territoriale: se la crescita economica del secondo Dopoguerra ha visto come protagoniste molte realtà locali, in base a un modello policentrico che è oggi tuttora presente in Germania, la deindustrializzazione e l’ascesa del terziario avanzato hanno concentrato investimenti e opportunità - e quindi capitale umano - a Milano. La pandemia, senza privare la metropoli lombarda del proprio primato, può offrire l’opportunità per abbandonare il monocentrismo ‘alla francese’ e favorire il ritorno a uno sviluppo territoriale più omogeneo, capace di generare benefici per tutto il Paese.