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Il nuovo manufacturing italiano. Tra l’esempio americano e i modelli asiatici

Presentazione di Aspenia 63
Milano, 27/01/2014, Aspenia
Rassegna stampa

L'intero settore manifatturiero a livello mondiale è molto cambiato negli ultimi anni. Di riflesso, anche in Italia si sono verificati profondi aggiustamenti. Mentre tutti i paesi avanzati, ad eccezione della Germania, hanno perso rilevanti quote di mercato nell'export manifatturiero, le aziende italiane del comparto hanno perso meno delle altre economie mature. Con un processo di rinnovamento e ribilanciamento, il manifatturiero italiano è rimasto molto competitivo,  ma certo ha sofferto per il brusco calo della domanda interna dovuto alle misure di austerity.

È vero che alcune quote di mercato sono state perse in modo probabilmente irrimediabile, a fronte della grande crescita dei competitors asiatici e di altre economie emergenti,  ma ciò è accaduto nei settori a più basso valore aggiunto; sui prodotti a media o alta tecnologia, la performance italiana è stata buona anche in questi anni di crisi generale.

Rimane, comunque, l'esigenza di attivare tutti i fattori che possono favorire il dinamismo delle imprese e l'ulteriore aggiustamento delle famiglie: sono i ben noti enablers della crescita che riguardano il sistema paese nel suo complesso. Un aspetto importante di questo processo è favorire l'integrazione di servizi e manifatture, visto che una delle maggiori innovazioni ad essersi affermata è la fornitura di servizi pre- e post-produzione da affiancare a molti prodotti.

Un dato positivo è che, grazie all’utilizzo di Internet e del web, alcune aziende italiane – anche in settori manifatturieri e artigianali tradizionali – stanno superando il loro limite dimensionale e di localizzazione: sfruttano così l’accesso ai mercati globali senza snaturare la propria struttura di piccole o medie imprese radicate nel territorio.

Altro aspetto interessante è che il vero punto di forza europeo è il “medium hi tech”, un settore in crescita a livello mondiale e dove l’Italia è ben posizionata. Qui è cruciale la capacità combinatoria più che l'avanguardia tecnologica in quanto tale, e anche i modelli di sostegno all’innovazione devono tenerne conto.

Guardando agli Stati Uniti, essi restano un grande laboratorio che quasi sempre anticipa di circa un anno il ciclo economico europeo, e da cui dunque si possono trarre varie indicazioni, e naturalmente alcune best practices. L'economia americana ha però subito un processo di delocalizzazione e deindustralizzazione per circa un quindicennio - conclusosi praticamente in coincidenza con la crisi finanziaria - che è stato il frutto di un'assenza di politica industriale più che di scelte specifiche. È costato una perdita notevole di posti di lavoro, anche si vi erano importanti ragioni alla base delle transizione che si è tentata: anzitutto la perdita dell'indipendenza energetica e, dunque, volontà di ridurre i costi di produzione (tipicamente alti nel settore manifatturiero), e poi la fiducia nella new economy (sia come fonte diretta di profitti sia come fattore per la riduzione dei costi e l'aumento della produttività) e, dunque, nei servizi o comunque prodotti non materiali. La svolta recente, con un forte ritorno alle attività manifatturiere (il cosiddetto reshoring) è stato stimolata da due fattori principali: la disponibilità delle nuove tecniche per l'estrazione dello shale gas e shale oil, che consentono una netta riduzione dei costi di produzione e un vantaggio competitivo rispetto alle altre economie; e le gravi preoccupazioni politiche per la  mancata ripresa dell'occupazione, che è molto sensibile al settore manifatturiero. Del resto, le scelte rispettivamente americane ed europee sono state quasi opposte da un certo punto di vista: mentre negli Stati Uniti si è scaricato il costo della crisi sull'occupazione (preservando la produttività), in Europa si è sacrificata la produttività nel tentativo di limitare il tasso di disoccupazione – peraltro con risultati evidentemente non brillanti.

Oggi l'economia americana sta sfruttando appieno la sua alta produttività e il basso costo del capitale, oltre al fatto che il peso del debito è stato sostanzialmente spostato dalle imprese e dalle famiglie allo Stato. Vi sono tuttavia alcuni motivi di minore ottimismo o cautela per le prospettive degli Stati Uniti: l’auspicata reindustrializzazione non è garantita perché la domanda rimane fragile, con rischi consistenti ora che la politica monetaria sta diventando più moderata e meno espansiva. Inoltre, le condizioni del credito non sono radicalmente migliorate. Infine, la rivoluzione energetica in corso non avrà un effetto analogo alla grande crescita delle nuove tecnologie negli anni '90 - farà infatti crescere i margini di profitto senza però creare nuovi settori e mercati.

In ogni caso, un esito positivo dei negoziati per la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) è importante come operazione complessiva di aggancio e maggiore integrazione euroamericana, che può certamente favorire anche la crescita e il riposizionamento delle aziende europee su scala globale. In tale contesto, è di grande interesse specifico per l’Italia, che infatti si sta impegnando nel superamento dei vari ostacoli già emersi in sede negoziale.

Quanto all’economia cinese, le autorità hanno avviato una trasformazione profonda che favorirà il settore dei servizi e i comparti a più alto valore aggiunto, anche se il tasso di crescita sarà moderato nei prossimi anni. Il rallentamento, tuttavia, è da vedersi come un segno di forza e non di debolezza, poiché avrà l’effetto di migliorare le prospettive del paese nel medio termine. Si sta, comunque, realizzando un soft landing dopo la fase di crescita più tumultuosa, come auspicato da tutti e complessivamente nell’interesse dell’economia mondiale. È stato sottolineato come il nuovo modello di sviluppo cinese punterà più che in passato sulla collaborazione regionale, e anche questo aspetto potrà avere ricadute positive in un’area strategicamente delicata e non certo del tutto stabile.

Nell’arco della sua lunga involuzione economica, il Giappone ha sofferto della visione verticale e piuttosto rigida che prevale nelle sue aziende: una caratteristica che non ha consentito alle imprese nipponiche di stare al passo con l'innovazione nonostante i grandi successi del passato.  A differenza di una paese come l'Italia, la spina dorsale dell’economia giapponese è composta da alcuni veri colossi, che hanno ancora grande capacità di penetrazione nei mercati mondiali ma sono poco flessibili. Il governo Abe ha attuato nuove politiche monetarie e finanziarie, con risultati positivi abbastanza rapidi, ma le riforme strutturali si stanno rivelando assai più difficili - con una certa analogia con il caso italiano.

Su questo sfondo internazionale dinamico, non va perso di vista il fenomeno più macroscopico a cui abbiamo assistito: appena 25 o 30 anni fa la finanza era strumentale rispetto alla produzione, e la massa di ricchezza finanziaria aveva dimensioni enormemente minori rispetto a quella attuale; si è poi verificata una vera mutazione che ha rovesciato quel rapporto, ponendo la finanza alla guida del capitalismo mondiale. Oggi c’è una diffusa consapevolezza dei gravissimi rischi di questo modello, anche se cambiare i rapporti di forza non sarà né facile né indolore.