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Il Mezzogiorno d’Italia: chiave di rilancio per l’economia italiana?

Modalità digitale, 03/12/2020, Conferenza Nazionale

Il Mezzogiorno necessita l’elaborazione di una visione per il futuro, partendo dalla riflessione sui punti di forza del sistema e un approfondito esame delle criticità, per giungere all’individuazione di proposte alternative, concentrate sulle capacità competitive dei territori meridionali. Obiettivo: migliorare il business environment.

La base di partenza deve essere quella di alcuni trend positivi: 12° posto per PIL nell’Unione Europea, 8° posto in Europa per imprese manifatturiere, 41% di imprenditorialità giovanile su base nazionale, ruolo di spicco nella Maritime Economy e come Hub logistico nel Mediterraneo, import/export pari al 62%, fonte di energie alternative per il paese, forte crescita su base nazionale di imprese e start up innovative. Senza però dimenticare fragilità e punti di debolezza: disomogeneità territoriale tra zone in grande fermento e zone con forti ritardi nello sviluppo, inefficienza della PA e bassa produttività. Nell’ambito di questo quadro composito sono state poste al centro del dibattito alcune questioni strategiche, come il settore energetico, la portualità e la logistica, l’integrazione del Mezzogiorno nel sistema produttivo italiano (a vantaggio di tutto il sistema nazionale), economia green e turismo (settore in cui la cultura può svolgere un ruolo di moltiplicatore), formazione delle competenze.

Tuttavia, per avere successo, i progetti per il Sud devono creare un ecosistema con l’industria al centro, intendendo “cosa e come” produrre. Le politiche specifiche prevedono, oltre alle ZES-Zone Economiche Speciali, agevolazioni economiche, investimenti anche di grandi investitori nazionali e riduzione del costo del lavoro. I modelli funzionanti come ecosistemi di innovazione possono essere replicati in aree dove pre-esistono strutture universitarie e industriali, incubatori d’impresa, trasferimento tecnologico e formazione di alta qualità.

Come insegna la Campania, le politiche economiche si costruiscono su pilastri ben determinati, come la qualità e la quantità degli investimenti, l’internazionalizzazione, la cultura imprenditoriale: una buona politica industriale va “adattata” alle competenze richieste dal sistema industriale e alle attività strategiche e richiede una forte sinergia tra livello locale, nazionale ed europeo.

Accanto alle politiche industriali si dovrà avviare anche un piano di recupero sociale, che parta dalle infrastrutture per arrivare alla lotta alla dispersione scolastica. E si può puntare alla creazione di Human Technopole della cultura, all’attrazione di studenti stranieri nelle università meridionali, all’incentivo al “South working”. Le competenze sono state affrontare in maniera diffusa in riferimento ai vari aspetti legati alla progettualità dell’industria nel Sud.

Il turismo rimane certamente un grande punto di forza, ma sarà fondamentale puntare ad un turismo di qualità, colto e non solo a basso costo. Si dovranno prevedere forti investimenti in settori ben determinati, come la qualità delle strutture ricettive, il patrimonio cosiddetto “minore” come quello costituito da borghi e “cammini”. Si deve valorizzare la bellezza diffusa e molti luoghi capaci di attrarre turismo, ma per raggiungere questo obiettivo bisogna puntare al marketing culturale e alla mobilità. Infatti, anche le infrastrutture materiali e immateriali giocano la loro parte sia per favorire un’”industria del Sud” sia per il turismo.

Tutta questa progettualità va avviata e definita in una logica di visione per il futuro e rapidità decisionale in ognuno dei settori esaminati: ciascuno degli aspetti su cui si è focalizzato l’incontro, legati insieme, possono fare da volano ad una nuova politica industriale, purché esista anche il progetto per un Sud non solo “attraente” ma “attrattivo”, concepito non come Sud d’Europa, ma come centro del Mediterraneo.