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Il fronte Mediterraneo: la sfida dell’energia

Presentazione di Aspenia 72
Roma, 17/03/2016, Aspenia
Rassegna stampa
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Petrolio basso, forte crescita degli investimenti nelle rinnovabili, accordo di Parigi sul clima e riduzione significativa delle emissioni: lo scenario energetico mondiale, e in particolare quello dell’area Mediterranea, sta entrando in una nuova era. La permanente volatilità del petrolio non impatterà in futuro in modo diverso e meno determinate sugli scenari economici e su quelli aziendali. Al tempo stesso non c’è crisi per le rinnovabili: con il petrolio basso, contrariamente ad alcuni timori, crescono gli investimenti. Il 2015 è stato, di fatto, il migliore anno a livello globale per il flusso di denaro investito in impianti e progetti di energia rinnovabile. Una realtà che conferma, una volta di più, come non esista alcuna relazione tra il basso livello del prezzo del petrolio e gli investimenti in green energy.

E a breve si continuerà a parlare di collasso del prezzo dei combustibili  fossili. Carbone e petrolio resteranno a livelli non alti e il gas, già non molto remunerativo, si attesterà su livelli minimi, a motivo del prevedibile aumento dell’offerta. Continueranno a crescere gli investimenti in energie alternative, che vedono una spettacolare diminuzione dei costi. Soprattutto nell’area mediterranea il settore registra un forte balzo di competitività e i paesi MENA esprimono un grande potenziale e target molto ambiziosi. Se in Europa l’energia verde cresce, nel Mediterraneo ha ormai raggiunto livelli pari a quelli del Vecchio Continente. Con una previsione a breve di un potenziale “sorpasso”.

Dal punto di vista geopolitico i crescenti investimenti in energie rinnovabili presuppongono un quadro legislativo ben definito e condizioni istituzionali stabili. Così si spiega il caso di successo del Marocco che ha visto crescere gli investimenti, avendo portato a termine una serie di importanti riforme verso la modernizzazione. Non è accaduto lo stesso in Algeria, paese ricco di materie prime che però ha non avviato alcun processo riformatore e non può quindi beneficiare dei vantaggi della nuova tendenza. Per non parlare della Libia, dove insicurezza e instabilità politica scoraggiano gli investitori.

La crisi dell’area mediterranea va bene aldilà - come poteva essere in passato – delle tensioni sul prezzo del petrolio. Resta però il fatto che, per garantire una migliore stabilità, è necessario che Europa e Mediterraneo abbiano in ogni caso degli obiettivi comuni in campo energetico: in primo luogo va attuato un potenziamento di un mercato elettrico regionale laddove il progetto di interconnessione tra Tunisia e Italia ne è un buon esempio. In secondo luogo è necessario puntare su energie rinnovabili ed efficienza energetica dove l’Italia peraltro vanta esperienze di successo e può dare un contributo importante. Nel mix energetico strategico non va inoltre dimenticata la rilevanza della recente scoperta fatta da ENI in Egitto di un formidabile giacimento di gas.

Un assetto geopolitico instabile, in sostanza un’area perennemente attraversata da conflitti, trova le sue ragioni in primo luogo nella crisi dello stato arabo e nei vecchi confini imposti dall’esterno. Inoltre, la rivalità tra sunniti e sciiti - oltre che una divisione di tipo religioso - si spiega con un perenne conflitto tra potenze regionali in lotta per la supremazia dell’area. Infine, molto gioca anche il disimpegno degli Stati Uniti che non vedono più il Mediterraneo come area strategica per i loro interessi. Non è certo un caso che proprio in questo contesto torni prepotentemente in gioco la Russia. E se la dottrina Obama auspica una leadership europea per il Mediterraneo, un ruolo di primo piano spetta all’Italia che deve avere visione politica e strategica per giocare al meglio questa determinante partita.