true
Versione Stampabile

L’energia nella transizione post-COVID tra geopolitica e crescita

Modalità digitale, 15/07/2021, Aspenia

Rispetto agli obiettivi ambientali fissati dalla UE e agli impegni di Parigi del 2015, l’economia mondiale sta compiendo i primi passi sulla buona strada come direzione complessiva ma è comunque in ritardo sulla tabella di marcia. Gli sforzi europei vanno inseriti comunque in un contesto globale, visto che tutti i dati evidenziano la preponderanza dell’Asia - Cina in testa, ma non soltanto - in termini di emissioni nocive, soprattutto per l’utilizzo di carbone in questa fase di ripresa economica post-pandemia. L’Asia resta lo snodo principale anche se si considera il contributo americano in aggiunta a quello europeo; in tal senso le linee di tendenza sono preoccupanti e hanno una fortissima dimensione geopolitica.

Un secondo aspetto geopolitico è legato allo squilibrio tra le economie più avanzate e quelle in via di sviluppo: qui la sfida è creare e coltivare un sufficiente consenso sulle misure da adottare, compresi interventi finanziari di compensazione e sostegno per i Paesi più poveri che contribuiscono meno ai problemi ambientali, ma ne subiscono più direttamente l’impatto negativo.

L’amministrazione Biden ha riattivato l’impegno attivo di Washington nell’ambito dello sforzo coordinato a livello di G7 e di G20 per facilitare il perseguimento degli obiettivi di Parigi. Non si tratta soltanto di un aggiustamento strutturale a seguito della crisi pandemica, ma di una diversa visione del futuro. Il senso di urgenza rispetto ai cambiamenti climatici è del resto cresciuto rapidamente nella comunità internazionale, sebbene non si possano separare i vari passaggi della transizione verde dalla geopolitica e dalle esigenze del consenso interno ai Paesi democratici. In particolare, le supply chain globali vanno adattate a una situazione radicalmente nuova in cui si intrecciano questioni commerciali e tecnologiche, creando forme originali di interdipendenza internazionale. La cooperazione transatlantica è assolutamente decisiva come base per un ulteriore ampiamento del consenso globale: l’ambizione europea di fare da apripista e da “standard setter” dipende in larga misura da questo.

La sfida complessiva, proprio in chiave geopolitica, sarà per tutti assicurarsi una efficiente filiera della produzione e distribuzione energetica, e da questo punto di vista l’Europa non è attualmente in una posizione vantaggiosa; nel prossimo futuro la Cina sarà invece ben posizionata in termini di controllo delle tecnologie fondamentali, come per le relative materie prime. Dal canto loro, gli Stati Uniti continuano a dimostrare una maggiore flessibilità rispetto alla UE e, dunque, sono probabilmente in grado di adattarsi più rapidamente ai rischi e alle opportunità dei prossimi anni. Tale assetto geopolitico avrà inevitabilmente implicazioni anche sui costi dell’energia e, dunque, sulla competitività dei sistemi economici, con notevoli pericoli per gli interessi europei.

In tale contesto, l’Italia è tra i Paesi relativamente più virtuosi per l’uso di fonti rinnovabili, ma il forte aumento necessario di installazioni eoliche e fotovoltaiche richiede un maggiore sforzo regolatorio, mentre anche il livello di investimento sulla rete elettrica - e la sua digitalizzazione - dovrà crescere in misura massiccia.

Nell’arco del prossimo decennio, la priorità quasi unanimemente riconosciuta è quella di decarbonizzare l’elettricità, anche perché questo processo può contribuire poi alla decarbonizzazione di altri settori come quello dei trasporti, con il prevedibile  spostamento verso i veicoli elettrici. L’efficienza energetica, soprattutto per gli edifici, è un altro dossier fondamentale. I costi complessivi di questa transizione sono massicci, ma la prospettiva “aggregata” per le economie più avanzate è positiva per la crescita del PIL, anche se in questo processo vi saranno “winners and losers” – il che pone una questione politica e redistributiva. Esiste in ogni caso un ruolo significativo per i cittadini/consumatori, sia in termini di necessario consenso politico sia di vero contributo attivo alla transizione: è importante spingere anche i consumatori a compiere scelte di acquisto in base all’impronta ambientale dei prodotti e dei servizi di cui usufruiscono, poiché i loro comportamenti avranno un impatto diretto sui produttori.

 

Intanto, gli investimenti nelle economie emergenti devono aumentare ancora più rapidamente rispetto al livello attuale per consentire uno spostamento verso modelli sostenibili che si estenda ben oltre la ristretta cerchia dei Paesi più ricchi: il settore della finanza non ha ancora preso atto pienamente di questa esigenza verso la costruzione di un sistema globale integrato.

Sul piano tecnologico, in questa fase è opportuno tenere aperte molteplici opzioni e diversi possibili mix energetici; le infrastrutture dovranno puntare fortemente sulla interconnettività in vista di una maggiore efficienza nell’utilizzo e nella distribuzione di energia. Le sorprese possono poi sempre arrivare a cambiare il quadro generale: si pensi alla rivoluzione dello shale gas&oil per gli Stati Uniti, che nell’arco di un decennio li ha portati ad essere uno dei tre attori principali a livello mondiale, assieme all’OPEC a guida saudita e alla Russia. Il ruolo del gas naturale, in particolare, è cruciale per portare le economie più avanzate dalla situazione attuale a un assetto più sostenibile: la transizione va vista letteralmente come un processo che necessita di stadi intermedi, e anche la tempistica di alcuni passaggi potrebbe essere riveduta in corso d’opera.

Alcuni osservatori hanno molte riserve sull’affidabilità degli impegni annunciati dai governi, a fronte di possibili priorità o emergenze che al momento non sono prevedibili – anche a causa dell’opposizione organizzata che quasi certamente si consoliderà attorno ai costi e alle dislocazioni economico-sociali della trasformazione. La recente esperienza – controversa e in via di discussione anche nell’ambito della COP26 – con le risorse finanziarie promesse dei Paesi più avanzati a quelli in via di sviluppo conferma le difficoltà di dare seguito agli accordi siglati.

La scelta strategica europea sulla transizione, ora concretizzata nella corposa proposta legislativa della Commissione “Fit for 55”, è comunque legata all’obiettivo di raggiungere una maggiore autonomia e capacità di azione come attore su scala globale. Come tale, l’impegno in atto deve combinare grande ambizione e flessibilità pragmatica – prendendo atto delle difficoltà e degli aggiustamenti che andranno affrontati. Secondo i sostenitori dell’approccio adottato, i costi sono finanziabili se si attiveranno i nuovi strumenti fiscali in fase di definizione, soprattutto in modo coordinato con gli Stati Uniti e progressivamente con altri partner dell’Europa.

L’area mediterranea e il continente africano sono intanto della massima importanza per il futuro assetto energetico europeo. Il bacino del Mediterraneo deve prepararsi all’incremento demografico dei prossimi decenni con un massiccio aumento della produzione elettrica e l’installazione delle relative reti di distribuzione: l’intera infrastruttura energetica deve essere ampliata e resa molto più capillare. Le energie rinnovabili, con il grande potenziale del Mediterraneo nella produzione da solare ed eolico, possono giocare un ruolo fondamentale nel sostenere una crescita che sia al contempo verde ed equa – a fronte dei ben noti problemi socio-politici di molti Paesi della sponda Sud. Sarà importante in questa ottica anche il contributo, soprattutto finanziario, dei Paesi del Golfo che hanno avviato una profonda trasformazione del loro modello economico. Si deve in effetti guardare al continente africano nel suo insieme come controparte naturale dell’Europa, per ragioni di prossimità geografica e di complementarietà – in particolare grazie alla disponibilità di spazio fisico per le installazioni fotovoltaiche ed eoliche. Sarà necessaria una serie di accordi con i Paesi detentori di preziose risorse naturali, e, in parallelo, una serie di grandi opere infrastrutturali.