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L’economia internazionale tra globalismo e nazionalismo. Una nuova immagine per l’Italia

Modalità digitale, 15/07/2020, Conferenza

Non esiste una vera e propria strategia globale contro la pandemia. E non è stata messa a punto una risposta collettiva. Anche perché chi, in passato, ha guidato il coordinamento per una risposta efficace alle crisi - quella contro il terrorismo internazionale (2001) e quella contro quella della finanza (2008-2009) – vale a dire gli Stati Uniti – questa volta, e per la prima volta, è “missing in action”. E allora, per lo meno all’inizio, ognun per sé.

Finché poi l’Europa ha accelerato e ha messo a punto un articolato piano di azione; non ancora una svolta storica, ma senza dubbio un passo in avanti che potrebbe consentire alla Ue di assumere quella che finora era, solo potenzialmente, una posizione rilevante. Di concreto e radicale cambiamento si potrà però parlare solo quando unanimemente i Paesi europei rinunceranno ad un’ulteriore porzione di sovranità. Certamente in questa fase l’Europa ha comunque deciso di stare dalla parte giusta della Storia.  

Negli equilibri internazionali gli Stati Uniti, dal canto loro, esprimono ancora le scelte isolazioniste del Presidente Donald Trump. Ma la cattiva gestione del momento pandemico potrebbe costare al Presidente la riconferma alla Casa Bianca: se a novembre dovesse vincere Joe Biden potrebbero allora riprendere forza le istanze multilaterali e anche la relazione transatlantica godrebbe di un nuovo ruolo nelle linee guide della politica estera americana.

Maggiore forza potrebbero riacquistare organizzazioni e accordi multilaterali come WTO, accordo di Parigi sul clima e OMS che l’amministrazione Trump ha criticato, abbandonato e tolto dal tavolo delle relazioni internazionali. E c’è chi propone anche di ricreare nuovi luoghi di multilateralità, pur senza smantellare il passato. Centrale sarà la relazione con la Cina: anche in previsione di una presidenza di Joe Biden il fattore Cina, dopo anni di duro confronto, rimarrà molto divisivo. E sulla Cina si divaricano a volte anche i rapporti transatlantici, laddove la posizione europea non sempre è allineata con le scelte americane. Non va dimenticato, infine, il nodo Russia: non è infatti escluso che Vladimir Putin si possa riavvicinare all’Occidente, proprio in funzione anti Cina.

Se è vero che COVID-19 - il Cigno nero del 2020 – ha accelerato alcuni processi di crisi della globalizzazione, dall’altra non è ancora tempo per decretare la fine del fenomeno che ha cambiato il mondo negli ultimi decenni. Come già disse il Presidente Barak Obama all’indomani dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca: “Non è la fine del mondo, è la fine di un mondo”. Vale a dire la fine di una visione ideologica della globalizzazione – quella del pensiero unico, di una visione delle positive e progressive sorti dell’umanità che non ha però tenuto conto di squilibri sempre più evidenti, dei forti fattori identitari rispetto alla omogeneizzazione delle culture, nonché della sostenuta crescita delle disuguaglianze sociali.

E, in più, la pandemia ha accelerato alcuni aspetti della crisi della globalizzazione, come ad esempio i danni alle catene mondiali del valore e una conseguente accelerazione del processo di regionalizzazione. Anche se – si è sostenuto - i sistemi economici continueranno con ogni probabilità ad aprirsi perché talmente interconnessi da non poter essere radicalmente modificati neanche da un fenomeno così radicale ed esteso come quello pandemico.

Molto dipenderà dal fattore tempo, ovvero, dipenderà - vaccino o non vaccino – essenzialmente dagli effetti sociali ed economici che COVID-19 ha procurato e continuerà a indurre a livello globale. Quel che si teme soprattutto sono le forti divaricazioni di ricchezza non solo all’interno dei paesi sviluppati, ma anche e soprattutto nelle aree povere del mondo. In queste ultime il rischio sanitario – a motivo di strutture che non sono in grado di sostenere l’impatto della pandemia – potrebbe portare catastrofi umanitarie e sociali. 

Sarà allora più che mai necessaria una leadership più consapevole e un salto di qualità della capacità di governance. Vale anche per l’Italia dove la pandemia rischia di cambiare radicalmente in futuro i rapporti tra politica, scienza e società. Sono state prese decisioni politiche in nome di criteri dettati dalla scienza e al tempo stesso COVID-19 si è rivelato uno shock asimmetrico con divergenti conseguenze sul tessuto economico e sociale. La capacità di resilienza del Paese, che in molti casi si è manifestata anche in modo inaspettato, è stata a dir poco fondamentale. Ma servono nuove regole, soprattutto sono necessarie chiarezza e trasparenza del quadro regolatorio e operativo che per le aziende - ad esempio per quell’80% di aderenti ad Assolombarda che hanno riaperto – diviene un elemento fondamentale e strategico.

Per ripartire serve uno sforzo comune, una piattaforma condivisa tra istituzioni e mondo economico al fine di rilanciare l’immagine del Paese. Anche per questo si è messa a punto una campagna di comunicazione finanziata da ICE, essenzialmente concepita per rilanciare l’export italiano. Se Made in Italy è il terzo marchio mondiale dopo Coca Cola e Visa, allora l’immagine, nella sua multiforme composizione di significati, è elemento strutturale del Paese e della sua capacità competitiva. In questa ottica l’Expo di Dubai rappresenta un’occasione unica che vede l’impegno di vari ministeri, regioni, associazioni imprenditoriali, aziende, università e centri di ricerca. “La bellezza unisce le persone”: il claim scelto per rappresentare i fattori identitari che formano il modello italiano di sviluppo diviene espressione della sfida storica che questo imprevedibile 2020 ha posto nelle mani del Paese e soprattutto dei suoi cittadini.