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L’America nonostante tutto

Modalità digitale, 20/01/2021, Aspenia

L’inaugurazione del presidente Biden giunge in una fase segnata da gravissime divisioni interne agli Stati Uniti, con problemi interni profondi e urgenti, in un contesto internazionale che presenta grandi sfide alla leadership americana. Pur essendo comprensibile la pulsione a mettersi rapidamente alle spalle il “fattore Trump”, con una lunga serie di “Executive Orders” presidenziali già nelle prime ore alla Casa Bianca, il neopresidente deve anche impostare una strategia di più ampio respiro.

La priorità assoluta è la gestione della pandemia in corso, con un coinvolgimento più diretto del governo federale e dell’esecutivo, e uno sforzo di ricompattamento dell’establishment politico e della società americana attorno a regole e piani di azione chiari. Ciò è vero sia in termini di politiche sanitarie che di interventi economici – a sostegno delle famiglie, di alcuni comparti produttivi, e dei singoli Stati con i loro problemi di bilancio a fronte di interventi straordinari.

In tale ottica, alcuni Executive Orders si possono considerare indispensabili per disfare rapidamente quella parte dell’azione politica di Trump che a sua volta non era basata su interventi legislativi da parte del Congresso, ma certo non saranno sufficienti a gestire le varie emergenze in atto: servirà anche un largo consenso politico, che non può darsi per scontato alla luce della maggioranza limitata di cui dispone il Partito Democratico alla Camera e soprattutto al Senato.




Biden’s economic agenda
20/01/2021

Adam Posen
President, Peterson Institute for International Economics

In termini di approccio generale, Biden guarderà soprattutto al 2008 come punto di riferimento, quando l’amministrazione Obama si trovò alle prese con una gravissima crisi economica e le sue ripercussioni sociali e politiche. E adotterà un metodo per molti versi simili a quello di Obama in vista di interventi “trasformativi” in settori come l’energia, i trasporti, e la difficile riconversione di molti posti di lavoro.

L’agenda economica emersa finora si fonda su un pacchetto di stimolo molto costoso, con effetti massicci sul debito pubblico, che è comunque riconosciuto come necessario dalla maggior parte degli osservatori economici e dal mondo del business. Altrettanto fondamentale sarà il nuovo budget federale, in primavera, per capire quante risorse saranno effettivamente dedicate alle infrastrutture e alla conversione verde/sostenibile – due temi piuttosto centrali nella piattaforma dei Democratici.

In tale contesto, anche l’aumento del minimum wage sarà un ingrediente potenzialmente importante, da valutare con attenzione per gli effetti aggregati sulla creazione di posti di lavoro. Non si attendono invece radicali cambiamenti nella struttura fiscale, quantomeno a breve termine, sebbene siano probabili alcuni interventi redistributivi (possibile aumento delle corporate taxes, esenzioni fiscali per le fasce meno abbienti, e qualche aggiustamento per la classe media).

L’approccio complessivo sarà comunque orientato ai temi di giustizia sociale, ma la squadra presidenziale è piuttosto moderata: un caso indicativo è la figura di Janet Yellen al Tesoro, che può considerarsi piuttosto market-friendly e propensa a misura caute e progressive.

Il vincolo maggiore per le politiche economiche non sarà di tipo fiscale, ma piuttosto di tipo politico: il quesito di fondo è quanto l’amministrazione potrà fare soltanto via Executive Orders e senza al contempo provocare una reazione di ostruzionismo da parte dei Repubblicani. La pandemia è chiaramente la sfida da fronteggiare per poter riattivare il dinamismo economico americano, ma molte questioni ad essa legate hanno assunto un carattere ideologico e identitario, rendendo difficili soluzioni di compromesso. Ulteriori vincoli all’azione di governo verranno dal contesto internazionale, visto che una riforma del sistema multilaterale è ormai necessaria, ma questa era risultata impossibile già per la seconda amministrazione Obama ed è oggi ancora più complessa.

 




America is back. Is Europe ready?
20/01/2021

Charles A. Kupchan
Senior Fellow, Council on Foreign Relations

Guardando alla politica estera, una rinnovata proiezione internazionale degli USA deve poggiare su solide basi interne, come lo stesso Biden ha sottolineato sistematicamente, per tutta la campagna elettorale e poi fino all’inaugurazione. La presenza americana su scala globale continuerà lungo una traiettoria meno costosa e meno esposta (soprattutto nella regione mediorientale, seppure con la probabile eccezione dell’Iran), e si assisterà ad un nuovo sforzo di collaborare in modo proficuo con alleati e partner ove possibile. Le figure-chiave dell’amministrazione hanno un orientamento piuttosto “interventista”, ma dovranno fare i conti con un mondo diverso rispetto a quello di pochi anni fa e con il peso delle priorità domestiche.

L’agenda transatlantica sarà dominata dalla questione Cina, rispetto ai temi commerciali e più ampiamente alle filiere produttive, con i cruciali riflessi sulle tecnologie di importanza strategica e sugli investimenti. Il dialogo sul “fattore Cina” è comunque urgente e un confronto sarà certamente avviato. Un certo grado di collaborazione da parte cinese è peraltro comunque indispensabile quantomeno in alcuni settori, dal clima al terrorismo, dalla salute globale ad aspetti della cyber-sicurezza.

Resta da vedere come sarà impostata la questione della “difesa delle democrazia” in termini globali, che presenta elementi piuttosto ambigui e delicati se si vuole evitare uno scontro ideologico frontale con governi autoritari ma molto influenti; inoltre, la presenza di regimi “illiberali” – perfino all’interno della stessa Unione Europea) impone spesso scelte difficili e sfumature di grigio piuttosto che distinzioni tra bianco e nero.

E’ comunque destinata ad aumentare la pressione sugli europei perché svolgano un ruolo più attivo nel campo della sicurezza: la questione della cosiddetta “autonomia strategica” potrebbe risultare perfino secondaria, purchè gli europei siano collettivamente disposti a fare sforzi maggiori e lo dimostrino con azioni concrete, a cominciare dalla regione mediterranea.

In chiave più specificamente commerciale, il quadro internazionale è molto diverso da quello degli anni ’90 ma anche dal periodo in cui l’amministrazione Obama aveva comunque incontrato notevoli difficoltà nel gestire l’ascesa cinese come attore perfino dominante in alcuni settori. Biden declinerà la ripresa economica e il rilancio diplomatico degli Stati Uniti in termini che potranno avere un impatto positivo sul potere negoziale del Paese all’estero, ad esempio con un impegno per le infrastrutture portuali e aeroportuali, con una maggiore partecipazione delle aziende americane nel campo dei vaccini e delle politiche sanitarie: c’è dunque un potenziale legame diretto tra la dimensione interna e quella internazionale, non necessariamente una tensione o un trade-off. Raggiungere accordi commerciali richiederà poi una migliore comprensione delle ragioni di alcuni fallimenti del recente passato, prendendo in maggiore considerazione anche le obiezioni alla liberalizzazione economica – un problema che ovviamente ha contribuito alle stesse fratture interne agli Stati Uniti e che interseca le politiche sociali (importanti per Biden quanto per i governi europei). L’esperienza della pandemia ha inoltre fatto emergere ulteriori preoccupazioni relative alle filiere sanitarie, altro settore in cui andrà ricercato un equilibrio tra cooperazione internazionale e affidabilità delle forniture essenziali.

Un tema spinoso ma ineludibile sarà quello della digital taxation per i giganti del web: qui il divario transatlantico si potrebbe restringere anche mediante interventi di maggiore regolamentazione, pur non scomparendo del tutto. Gli approcci sulle due sponde dell’Atlantico restano diversi, ma può realizzarsi una parziale convergenza su alcuni fondamentali standard e regole del gioco.

Guardando al ruolo del dollaro e alle politiche monetarie, è stato sottolineato come gestire il rapporto dollaro ed euro rimane probabilmente la modalità migliore per coltivare i rapporti transatlantici, anche alla luce delle offensive cinesi in campo finanziario e non soltanto commerciale. Esistono però tendenze, di cui tenere conto, a una maggiore autonomia dell’euro come valuta di riserva.