USA e Cina: il futuro delle superpotenze simbiotiche

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniaonline

 Il rapporto bilaterale più importante al mondo è entrato in una nuova fase. I dazi commerciali americani sono uno strumento di pressione sulla Cina che porta con sé molti rischi; ma non c’è dubbio che l’amministrazione Trump abbia identificato un grave problema di fondo nelle pratiche dirigiste (e fortemente protezionistiche) adottate da Pechino. Il quesito è se Washington sia disposta a fare quanto necessario, con coerenza, per perseguire l’obiettivo di un nuovo equilibrio economico nei confronti della sua controparte cinese. Il rapporto tra i due colossi è infatti quasi simbiotico, a dispetto delle radicali differenze in termini di assetto interno e di proiezione internazionale. Le filiere produttive di moltissimi beni di consumo passano per il grande paese asiatico e hanno consentito naturalmente di ridurre i prezzi per gli utenti finali.

Per effetto indiretto di questi intrecci produttivi, anche i rapporti sociali e personali hanno subito una certa evoluzione (complessivamente positiva, seppure assai graduale), grazie soprattutto al flusso di studenti cinesi verso gli Stati Uniti: circa 350.000 di loro erano iscritti presso università americane nell’anno accademico 2016-17. La modernizzazione della Cina ha insomma importanti risvolti culturali che vanno oltre gli scambi di beni e servizi. Dagli anni Novanta, l’interdipendenza – anzitutto commerciale e finanziaria – attraverso il Pacifico è diventata dunque molto stretta, e si è intanto estesa al resto del mondo: le catene del valore internazionali incopororano oggi elementi cinesi a quasi tutti i livelli della produzione e dei trasporti.

Ecco allora l’aspetto realmente rivoluzionario di un’eventuale scelta americana di sganciarsi dalla Cina: si tratterebbe di spezzare la spina dorsale del sistema globale degli scambi.

Su questo sfondo, c’è un’ambiguità irrisolta nell’attuale approccio americano: da un lato si criticano aspramente le violazioni cinesi dello spirito del “fair trade” – dunque la violazione delle regole che dovrebbero tutelare la competizione – ma dall’altro si cerca apertamente di ridurre il deficit commerciale bilaterale – quasi un’ossessione per il Presidente, condivisa da alcuni dei suoi collaboratori ma non dagli economisti “mainstream”. In sostanza, se il problema centrale è il mercantilismo di Pechino in quanto minaccia agli scambi globali, sembra controproducente tentare di correggerlo con il ricorso al mercantilismo da parte di Washington; il risultato probabile è un danno ancora più grave al sistema internazionale. E’ chiaro infatti che se la definizione dei termini di “fair trade” è lasciata a iniziative unilaterali e “botta e risposta” (come i dazi), si percorre una china pericolosa: i termini "giusti" nella prospettiva di una controparte saranno facilmente ingiusti nella prospettiva dell'altra.

A fronte di tale contraddizione, Trump ha comunque scelto la via dell’attacco frontale. Data l’entità e l’ampiezza dei dazi già imposti da Washington (su migliaia di prodotti, pari a circa la metà di tutte le importazioni cinesi verso gli USA), si tratta di un'offensiva che può davvero spostare gli equilibri complessivi, con forti implicazioni strategiche. Non va dimenticato ovviamente che il clima politico tra Washington e Pechino non è disteso, soprattutto a causa della continua pressione cinese per acquisire il controllo quasi esclusivo del Mar Cinese Meridionale grazie a installazioni ed esercitazioni militari oltre che accordi economici con i Paesi dell’area. E’ chiaro allora che iniziative commerciali massicce come quelle di Trump possono innescare – e stanno effettivamente innescando – una nuova dinamica politica. Un “decoupling” economico sino-americano renderebbe certo più difficile gestire le tensioni diplomatiche e militari, con un pericoloso effetto a catena.

Si deve tenere in considerazione che la coalizione politica interna agli Stati Uniti – per ora alquanto frammentata – che vede con favore una sorta di guerra commerciale permanente contro Pechino va oltre la cerchia ristretta attorno al Presidente Trump: anche alcuni esponenti del Partito Democratico, e parte della loro base elettorale, sono (da tempo) tentati da questa opzione, pur non avendo compiuto una scelta netta. Intanto, il Pentagono e molti analisti su questioni di sicurezza indicano nella Cina il grande avversario globale per i prossimi decenni. In questo quadro, il decoupling sarebbe dunque un modo per allineare (almeno alcuni) interessi economici con gli interessi di sicurezza. Lo scenario che si delinea è così un assetto di potere nuovo su scala mondiale.

Anche ipotizzando che la Casa Bianca stia mettendo pienamente in conto i rischi di questo scenario, emerge un’ulteriore contraddizione interna nella linea sguita finora: per uno spostamento di asse così macroscopico e un contrasto ancor più diretto alla graduale espansione cinese, gli USA avrebbero bisogno di un’ampia e solida rete di alleati e partner, sia in Asia che altrove. In tale ottica, la prima mossa logica da compiere sarebbe stata una conferma dell’impegno americano nella TransPacific Partnership (TPP), e anzi un suo rilancio. Cioè esattamente il contrario della scelta operata da Trump al suo esordio da Presidente, con l’abbandono della TPP per puntare sui rapporti bilaterali – il che ha prodotto risultati fino ad oggi scarsi, anche perchè tutti gli alleati asiatici dell’America (perfino Taiwan) hanno ormai rapporti bilaterali consolidati con la Cina. E’ semmai sul piano multilaterale e delle regole commerciali più avanzate che Washington ha tuttora un vantaggio comparato. Ma il dado è tratto, e appare assai improbabile che il Presidente torni sui suoi passi rispetto a un progetto regionale che egli considera di fatto come un’eredità della sua peggior nemesi e suo punto di riferimento “in negativo”, ovvero Barack Obama.

Ciò detto, una vera escalation a tutto campo di mosse protezionistiche tra Washington e Pechino non è (ancora) un esito inevitabile, ma per scongiurarla è necessario che entrambi i governi compendano appieno le rispettive debolezze – oltre che la forza oggettiva di cui dispongono.

Come ha sottolineato Walter Russell Mead (“Imperialism Will Be Dangerous for China”, Wall Street Journal Europe), l’attuale proiezione internazionale cinese soffre di un problema di fondo: è una sorta di imperialismo obbligato, dettato dalle esigenze della mastodontica struttura produttiva sviluppata negli ultimi anni, che spinge Pechino a cercare freneticamente nuovi mercati e nuove fonti di approvvigionamento. Una corsa che però comincia di per sé a causare resistenza in molte regioni, limitrofe e lontane – come dimostrano le difficoltà anche politiche nella realizzazione della famosa Belt & Road Initiative, o BRI – anche a prescindere da strategie di contenimento messe in atto dagli Stati Uniti.

Da parte sua, l’America di Trump attraversa una fase di entusiasmo economico (si può forse dire perfino di “esuberanza irrazionale”, con tutti gli echi sinistri di questa espressione). Tuttavia, il suo futuro non sembra certo quello di competere con le produzioni cinesi in tutti i settori: per le aziende (americane e non) il modo migliore di reagire alla concorrenza internazionale è sempre quello di restare economicamente dinamiche, invece di rinchiudersi dietro barriere di vario tipo.

In ultima analisi, poi, lo stesso Donald Trump ha promesso ai suoi elettori migliori accordi commerciali, non guerre dei dazi senza una chiara via d’uscita. Il mondo delle imprese (non solo il big business, ma anche molti produttori locali) ha già manifestato con chiarezza la sua contrarietà a una prosecuzione degli scontri commerciali senza una prospettiva negoziale. Resta da verificare quanto questa linea sia condivisa dagli elettori in senso più ampio, e il voto di Midterm darà alcuni segnali in tal senso.