Una nazione ancora divisa, e il presidente in azione

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 Si è aperta una nuova fase per la presidenza Trump, anche se l’amministrazione resta comunque acerba e incompiuta guardando ai vari Dipartimenti – sempre decisivi per l’attuazione delle scelte fatte al vertice – visto che molte posizioni-chiave e intermedie vanno ancora attribuite.

Il dato più positivo, dopo il discorso al Congresso del 28 febbraio, è che per la prima volta il neo-Presidente è riuscito a ispirare ottimismo e fiducia in una discreta porzione – maggioritaria – di cittadini (era impossibile farlo con una vasta maggioranza dei parlamentari, visto il clima delle ultime settimane). Come mostrano diversi sondaggi, Trump ha riscosso un buon grado di approvazione soprattutto sui temi economici e la lotta al terrorismo. Il suo messaggio di “unità e forza”, in chiave di rinnovamento patriottico, ha insomma funzionato nell’immediato.

Se l’intervento al Congresso è stato quindi un passo avanti rispetto a quello di inaugurazione del 20 gennaio, i sondaggi (e molti altri segnali) indicano in modo altrettanto chiaro che quella americana è una società profondamente divisa: nessuna “luna di miele” per il neo-Presidente. Ed è una differenza importante rispetto a quasi tutti i suoi predecessori. Rimane infatti una grave assenza di atteggiamenti “bipartisan” da parte di entrambi i maggiori partiti e i loro elettori, e un diffuso scetticismo verso l’amministrazione anche tra gli “incerti” senza una vera affiliazione partitica e ideologica.

Questa è una parziale fotografia a neppure due mesi dall’insediamento, ma ciò che conta davvero è il prossimo futuro: è arrivato il momento dell’azione in cui vanno compiute le scelte difficili che orientano tutte le policy – ben oltre gli “executive orders” dei primi giorni. Donald Trump e il suo team (dopo alcune defezioni e con alcuni ruoli non ancora consolidati) hanno dovuto confrontarsi con la realtà complicata del governo e dei rapporti internazionali. Ne sta emergendo un mix eterogeneo di continuità con le promesse elettorali e ridimensionamento pragmatico.

Sul piano economico interno, vi sono importanti vincoli all’azione riformatrice preannunciata.

L’economia è in questa fase vicina alla piena occupazione (spesso impieghi di cattiva qualità, certo, ma pur sempre impieghi e dunque redditi), e sono stretti i margini per cambiare alla radice le forme del capitalismo americano, con i contratti e le modalità produttive che genera. Soprattutto nei tempi relativamente brevi di un mandato presidenziale.

In ogni caso, molti analisti dubitano che il settore manifatturiero possa davvero tornare ad essere il punto di forza del tessuto produttivo, come sembra pensare Trump. Discorso simile vale per gli investimenti nelle grandi infrastrutture tradizionali, che potrebbero non attirare sufficienti investitori privati. In termini più generali, la linea di politica economica sembra consistere, almeno a breve termine, in un mix squilibrato e di minori tasse e maggiore spesa pubblica.

Si guardi poi al caso di riforma (o meglio controriforma) legislativa che il neo-Presidente pensava fosse come bere un bicchier d’acqua, cioè distruggere Obamacare (la legge sul sistema sanitario firmata nel marzo 2010). Quasi tutte le analisi mostrano in realtà che una maggioranza di cittadini (anche conservatori, e di conseguenza alcuni Repubblicani al Congresso) vuole dall’amministrazione un sistema che migliori e sostituisca Obamacare, lasciando però intatta la vera conquista di questi ultimi anni , cioè il grande ampliamento della platea di chi beneficia di un servizio sanitario di base. Non sarà un’operazione facile né rapida.

E’ vero intanto che l’entusiasmo di Wall Street, registrato dagli indici di borsa dopo il voto dello scorso novembre, fa sperare oggi in un processo virtuoso di nuova crescita sostenuta secondo le classiche ricette della “trickle down economics” di memoria reaganiana. Ma più che di una fase riformista, siamo allora alla vigilia di una controriforma (come per Obamacare), rischiosa da attuare in un’era troppo diversa da quella di Ronald Reagan. Non è affatto chiaro se cospicui tagli alle tasse e una nuova ondata di deregulation possano avere effetti positivi su larga scala per (quasi) tutti gli americani.

Inoltre, gli interventi legislativi necessari a perseguire l’agenda-Trump richiedono reali capacità di compromesso politico, e poi di disciplinata attuazione e correzione continua degli strumenti amministrativi. Insomma, molto dipenderà dall’intera squadra di governo e da come questa si rapporterà con le strutture operative dei Ministeri – in altre parole, con l’odiata burocrazia che i sostenitori più vivaci di Trump vorrebbero punire o addirittura demolire. La grande sfida dei prossimi mesi si gioca in gran parte qui.

E’ un problema che tocca direttamente anche due dicasteri cruciali per i rapporti internazionali: Dipartimento di Stato e Pentagono. Il Segretario di Stato, Rex Tillerson, deve gestire resistenze e scontento tra il personale diplomatico, che non riscuote affatto la fiducia istintiva del Comandante in Capo. In modo analogo, il Segretario alla Difesa, James Mattis, incontra difficoltà nella selezione dei suoi più stretti collaboratori, anche per forti pressioni dalla Casa Bianca.

Mentre il quadro interno al Paese e gli equilibri politici si definiscono, il problema per il resto del mondo è dunque capire quanto cambia la politica estera americana – il quesito quasi angosciante che tutti si sono posti dall’8 novembre 2016. Possiamo dire, per ora: in qualche misura, ma meno di quanto potesse accadere. Tra leaks e dimissioni eccellenti, sembra rientrata l’idea di un grande rilancio dei rapporti con la Russia (e restano dunque tutte le incognite di prima su come gestire Vladimir Putin), ma si sono posti i primi freni a nuovi accordi commerciali (mentre si ragiona su come rinegoziare alcuni dei vecchi senza rinnegarli); si è inasprito lo stile negoziale con la Cina, pur senza alterare i tradizionali parametri nei rapporti bilaterali (vedremo se cambierà la postura militare nelle zone calde del Mar Cinese meridionale), ed è stato annunciato un massiccio aumento delle spese previste per la difesa, con forte enfasi sulla superiorità militare; è cambiato l’atteggiamento verso l’Iran (e di riflesso verso Israele e la galassia dei Paesi sunniti) anche se Washington ha fatto ancora poco di diverso e  tangibile nel velenoso quadrante mediorientale.

Insomma, l’irrequietezza e l’impazienza del candidato Trump sul piano internazionale sono state rapidamente frenate da decisive considerazioni strategiche. Si può perfino azzardare un’interpretazione maligna: che alla fine dei conti la nuova amministrazione sia stata facilmente raggirata – almeno in queste prime settimane – da partner e avversari con poche promesse vaghe, qualche stretta di mano per le telecamere e qualche telefonata; e tutto sarebbe tornato alla “normalità”. Vero fino a un certo punto, perché resta molto da definire nella politica estera americana, a cominciare dal ruolo effettivo del Segretario di Stato Tillerson, che per ora è apparso alquanto sfuggente.

Il Presidente ha senza dubbio rimodulato il suo approccio iniziale: la scelta esplicita di “America first” rimane il centro di gravità della sua proiezione internazionale, ma i modi per perseguire quella visione sono ora più tradizionali. Si riconosce dunque il valore delle alleanze multilaterali e comunque si ribadisce che Washington è pronta a esercitare una leadership intelligente e lungimirante. Un buon segno per tutti, che andrà però meglio valutato sotto la pressione dei momenti di crisi quando questi, inevitabilmente, verranno.