Una lezione di Kissinger

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Henry Kissinger

Dopo essere stato Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Segretario di Stato durante due presidenze  americane (quelle di Richard Nixon e Gerald Ford), Henry Kissinger ha fondato una azienda di consulenza internazionale. Si chiama “Kissinger Associates”, ha potuto contare per il suo decollo sui prestiti di alcune banche, fra cui Goldman Sachs, e più tardi sulla collaborazione di persone che hanno avuto importanti incarichi pubblici negli Stati Uniti e altrove.

Nel corso di qualche decennio il suo fondatore ha scritto saggi brillanti sulla politica estera delle maggiori potenze e sull’ordine mondiale, ha creato una rete di clienti statali e ha coltivato in particolare i rapporti con la Cina, ha dato interviste, ha fatto viaggi per incontrare i maggiori protagonisti della scena internazionale ed è tornato brevemente alla vita pubblica quando il presidente George W. Bush gli ha affidato la presidenza della Commissione d’inchiesta costituita dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre. In altre parole si è mosso abilmente fra il pubblico e il privato secondo una formula propria degli Stati Uniti ma praticata ormai anche in altri Paesi.

Naturalmente la formula richiede qualche acrobazia. Non è facile preservare la propria reputazione di osservatore distaccato e neutrale senza perdere lungo la strada interlocutori preziosi. Nel corso degli ultimi anni molti ammiratori hanno constatato nelle pubbliche dichiarazioni di Kissinger un po’ di vaghezza e reticenza. In una intervista apparsa sul Financial Times del 20 luglio, il suo intervistatore, Edward Luce, ha ammesso francamente che voleva costringere Kissinger a uscire dal riserbo e a parlare con franchezza del presidente americano. L’intervistato non ha rinunciato al suo stile oracolare, ma ha soddisfatto almeno in parte la nostra curiosità con queste parole: “Credo che Trump potrebbe essere una di quelle figure storiche che appaiono di tanto in tanto per segnalare la fine di un’era e obbligarla ad abbandonare le sue pretese. Non è necessario che ne sia consapevole e che abbia in mente una qualsiasi grande alternativa. Potrebbe trattarsi di un semplice incidente”.

Di tutti i giudizi pronunciati su Trump questo, probabilmente, è il più feroce. Il presidente americano, secondo Kissinger, non ha un disegno strategico. E’ soltanto l’inconsapevole strumento della Storia, l’uomo prescelto dal Fato o dagli Dei per chiudere una fase della vita umana sul pianeta.

L’intervistatore avrebbe dovuto incalzare Kissinger e chiedergli quali siano le pretese a cui la vecchia era, dopo l’avvento di Trump, dovrebbe rinunciare. Qualche indicazione non meno oracolare, tuttavia, emerge quando la conversazione cade sul problema della Alleanza Atlantica. “L’errore della NATO, secondo l’ex Segretario di Stato, è quello di credere in un mutamento storico che avrebbe attraversato l’Eurasia, senza comprendere che qualcuno, lungo la strada, si sarebbe scontrato con qualcosa di molto diverso dal modello vestfaliano di identità statali liberal-democratiche e orientate verso la economia di mercato”.

Kissinger si riferiva al nuovo ordine internazionale creato dai Trattati di Westfalia dopo la guerra dei Trent’anni e, probabilmente, ai due grandi Paesi (Russia e Cina) che stanno sfidando la leadership mondiale degli Stati Uniti. Ma saldava contemporaneamente un vecchio conto con gli americani che hanno creduto nella fine della storia, sono convinti che il loro Paese paese abbia vinto la Guerra fredda e che possa, disprezzando le regole del realismo politico e della diplomazia, instaurare nel mondo un ordine americano, più o meno liberista e liberal-democratico.

Gli avversari di Kissinger sono stati in questi ultimi decenni i consiglieri di Clinton (fra gli altri Madeleine Albright) che hanno provocato la disintegrazione della Jugoslavia, i neo-conservatori che hanno persuaso George W. Bush ad aggredire l’Iraq, i Democratici “illuministi” che hanno indotto Barack Obama a fare altrettanto contro la Libia di Gheddafi. Sono i missionari della democrazia nel mondo. Sono i paladini della NATO, apparentemente convinti che l’allargamento dell’Alleanza a tutti i Paesi dell’Europa centro-orientale sarebbe stato accettato dalla Russia docilmente o, meglio ancora, ne avrebbe fatto, come negli anni della Guerra Fredda, l’indispensabile nemico.

Di Trump e della sua politica estera, Kissinger preferisce tacere. Edward Luce cerca di  sollecitarlo ricordando l’indignazione suscitata in molti ambienti americani dalle parole con cui Trump, a Helsinki, ha dato la sensazione di credere alle giustificazioni di Putin più di quanto creda all’indagine del consulente speciale Robert Mueller, incaricato di una indagine sull’esistenza di interferenze russe nelle elezioni americane. Ma Kissinger si è limitato a rispondere indirettamente dichiarando che “quello con Putin era l’incontro che si doveva fare”: un modo elegante per dire che le accuse mosse al presidente russo (l’annessione della Crimea e le interferenze elettorali) non giustificavano l’interruzione del dialogo ed erano forse un alibi per chi voleva trattare la Russia come un nemico.

Luce e Kissinger non hanno parlato, se non marginalmente, dell’Europa. Ma toccherebbe piuttosto a noi cercare di comprendere perché i governi europei in questi anni, con qualche eccezione (Francia e Germania all’epoca della guerra irachena), abbiano continuato ad assecondare la politica degli Stati Uniti.

E’ accaduto nel caso iracheno perché alcuni leader politici (José Maria Aznar in Spagna, Tony Blair in Gran Bretagna, Silvio Berlusconi in Italia) speravano di acquisire un credito alla corte del presidente americano. E’ accaduto nel caso afgano per compiacere le insistenze di Washington. E’ accaduto nel caso dell’allargamento della NATO perché alcuni Paesi europei, incoraggiati dagli Stati Uniti, preferivano un potente protettore lontano ad alcuni partner vicini di media grandezza. E in molti altri casi è accaduto per una combinazione di pigrizia e timore reverenziale. Vi sono membri dell’UE che preferiscono essere soggetti alla volontà degli Stati Uniti piuttosto che a quella di un altro Stato europeo. E vi sono conservatori che preferiscono affidare la propri sorte a un ordine imperiale piuttosto che investire le proprie speranze nella unità dell’Europa.