Turchia, democrazia alla prova più dura

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Nell’osservare gli eventi di questi giorni in Turchia, è bene distinguere tra due tendenze: una è l’inasprirsi di una tensione interna al “modello turco”; la seconda è un effetto-contagio (a volte confuso ma possente) che attraversa quasi tutto il Medio Oriente nella sua accezione allargata, arrivando di fatto fino al Pakistan.

Sul primo di questi due piani, alcuni fenomeni in atto sono legati strettamente all’esperienza e alla situazione turca: anzi, sono il frutto proprio della sua unicità in quanto sistema costituzionale laico che può esprimere (anche) un governo a forte ispirazione islamica che è legittimamente al potere da un decennio.

L’opinione pubblica turca è abituata a discutere apertamente della forma di Stato e di governo, del ruolo dei dettami religiosi nel diritto e nelle convenzioni sociali, dei simboli della tradizione e della modernità. Insomma, si tratta di una società politicamente assai più matura e modernizzata rispetto ai paesi vicini di cultura islamica. Le stesse tendenze ricorrenti verso forme di autoritarismo nell’esercizio del potere esecutivo (si pensi alle limitazioni alla libertà di stampa), o i duri scontri tra gli organi dello Stato (governo, magistratura, forze armate), sono parte integrante della storia anche recente del paese. Sono patologie croniche – alcune meno gravi che in passato – più che la manifestazione improvvisa di una malattia acuta. In breve, il caso turco è peculiare perché la cornice degli scontri di questi giorni è un processo ben avviato di modernizzazione, democratizzazione, aumento della prosperità.

Veniamo al piano internazionale, che presenta importanti collegamenti tra i fenomeni in corso in vari paesi. Le vicende tunisine, egiziane e libiche del 2011 hanno generato una sorta di onda lunga che nessuno può controllare, mettendo in moto confronti e scontri tra visioni incompatibili dello Stato, della società e della religione. Alcuni dittatori si sono dimostrati assai meno potenti di quanto previsto, ma soprattutto i confini si sono rivelati assai più porosi del previsto: il carattere artificiale delle frontiere post-coloniali e i nuovi strumenti di comunicazione indeboliscono le strutture statuali e rafforzano i movimenti non statuali di ogni tipo. Dovunque sia irrisolto il rapporto tra religione e politica, sono riemerse antiche fratture sociali, per la semplice ragione che uno Stato autoritario e istituzioni con scarsa legittimità non sono in grado di rappresentare efficacemente le diversità e di ricondurre il dissenso nell’alveo del pacifico dibattito politico – non è facile neppure nelle democrazie liberali consolidate, figuriamoci altrove. La complessità e rapidità dei collegamenti mediatici ed economici del XXI secolo non consentono neppure di isolarsi del tutto, a meno di pagare un costo altissimo in termini di prosperità.

In questa ottica, il Medio Oriente non è mai stato così interdipendente (anche col resto del mondo) come oggi, nel bene e nel male. Queste dinamiche, dalle lontane origini storiche ma con tratti post-moderni, hanno dunque investito, in modi e gradi diversi, tutti i paesi di cultura islamica – o più precisamente anche islamica, visto che nella regione si mescolano tradizioni ottomane, persiane, bizantine, arabe. Per certi versi, il caso turco anticipa e sintetizza i dilemmi che, presto o tardi, devono essere affrontati da tutte le società della regione.

La Turchia, se non altro per ragioni geografiche, si è trovata necessariamente coinvolta nelle transizioni (traumatiche o meno) in corso nel mondo arabo – non soltanto nella terribile questione siriana lungo il suo confine meridionale. Il problema oggettivo è stato aggravato dalle scelte specifiche compiute dal governo di Ankara: un eccesso di coinvolgimento e di ambizione o, nel gergo anglosassone, un caso di overstretch diplomatico. La Turchia è parsa infatti sostenere non soltanto gli avvicendamenti al potere in chiave di superamento dei regimi autoritari, ma anche una particolare forma di successione, cioè quella ispirata all’Islam politico (sebbene non nelle sue incarnazioni più estremiste).

Paradossalmente, questo eccesso di esposizione (pagato a caro prezzo in Siria, come nei rapporti con gli USA e Israele) ha finito per minare il concetto del presunto “eccezionalismo” turco, che si fonda proprio sulle peculiarità del grande esperimento di Mustafa Kemal poi sfociato progressivamente in un esito ben più democratico che altrove. In sostanza, il modello turco può ancora funzionare ma si regge su un equilibrio dinamico e su esiti aperti: la società turca resta ad oggi assai stratificata ed è in continua evoluzione.

Dal contesto regionale torniamo allora, in modo circolare, al contesto interno: non è estraneo alle proteste in atto il timore che la Turchia faccia la fine di molti paesi arabi o perfino dell’Iran, magari per vie graduali invece che con la presa traumatica del potere da parte di movimenti islamici. Il clima post-primavere arabe ha fatto così riemergere le molte tensioni latenti nell’assetto politico turco. Non dobbiamo però dimenticare almeno una delle caratteristiche distintive rispetto alle società arabe: esiste in Turchia una vivace classe media, aperta alle influenze globali e coinvolta nella gestione della cosa pubblica. In altre parole, ci sono le condizioni di base per un dibattito pragmatico su come consolidare e proseguire il percorso di prosperità e garanzie civili avviato nei decenni passati.

Per il bene della Turchia e per il suo valore di punto di riferimento – se non vero modello – che altri possono adottare, c’è da sperare che il governo di Erdogan mantenga i nervi saldi e resista alle tentazioni repressive (comprese le paranoiche accuse di complotto rivolte ai social media), mentre importanti settori dell’opinione pubblica manifestano un dissenso grave ma non letale per la tenuta dello Stato. Peraltro, è senza dubbio anche interesse dell’Europa e degli Stati Uniti avere un solido partner turco, proprio in una regione instabile e dalle fragili istituzioni.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Mattino il 4 giugno 2013.