Trump vs UNESCO: l’assenza di un piano sulla Palestina

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Donald Trump and Palestinian Authority President Mahmoud Abbas

Correva il maggio 2017 quando Donald Trump, l’outsider ormai alla Casa Bianca, dichiarava al mondo: “farò tutto il possibile per la pace tra Palestina e Israele”. Più che uno slogan sullo stile di Make America Great Again, si trattò di una dichiarazione precisa e anche molto ambiziosa, alla luce degli smacchi che in materia i vari presidenti USA hanno dovuto collezionare sin dai tempi del primo mandato di Bill Clinton.

Trump pronunciò queste parole a Betlemme, a margine dell’incontro col leader storico dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas. Quest’ultimo, da parte sua, augurava al magnate di “passare alla storia come il presidente che ha ottenuto la pace tra palestinesi e israeliani”. Continuando il suo ragionamento, Abbas ricordava le due condizioni principali perché il processo di pace abbia un esito positivo per la prospettiva palestinese: il riconoscimento dei confini del 1967 e la capitale a Gerusalemme.

Trump era dunque presente di persona (tra l’altro arrivava proprio da Israele dove aveva incontrato il presidente Benjamin Netanyahu) assumendo un impegno di alto profilo, e si dichiarava “fortemente” ottimista rispetto al raggiungimento di questo traguardo storico.

Sono passati solo cinque mesi. Oggi, Trump decide di ritirare gli USA dall’UNESCO proprio in ragione, a suo modo di vedere, delle scelte anti-israeliane promosse dall’Agenzia ONU per il patrimonio artistico mondiale. E per estensione, in ragione dell’orientamento pro-Palestina di molti protagonisti delle istituzioni internazionali, fossero pure le Nazioni Unite.

Cosa motiva tale giravolta? Perché l’ottimismo presidenziale si sia trasformato nel volgere di pochi mesi in logica di rappresaglia verso un organismo sovranazionale come l’UNESCO?

Se è vero che l’UNESCO, come altre agenzie ONU (e certamente lo stesso ufficio del Segretario Generale) si presta a critiche anche taglienti sulla gestione dei fondi, sulla scarsa trasparenza delle risorse e sullo status di privilegio di molti suoi funzionari, questo non basta per far lievitare una questione amministrativa o di semplici manners in un caso politico internazionale. L’UNESCO è stata quindi il pretesto simbolico col quale USA e Israele hanno definito la loro strategia verso l’interlocutore palestinese. La mossa però non sembra andare certo nella direzione del dialogo – figuriamoci in quella di “passare alla storia come il presidente che ha ottenuto la pace tra palestinesi e israeliani”.

Probabilmente Donald Trump, negli ultimi mesi, si è reso conto che la situazione in Medio Oriente era più complessa del previsto. La recente intesa tra Hamas e Al-Fatah (peraltro tutta da verificare nell’attuazione pratica), che potrebbe riunire i due maggiori fronti palestinesi, è forse il fattore decisivo. Senza mai dimenticare come nel mondo palestinese (e nella controparte) siano sempre attive forze sotterranee che lavorano contro la pace per il semplice motivo che il conflitto è ormai una condizione identitaria per alcune frange delle due società e un comparto produttivo fiorente, legale e illegale.

Ma sul piano politico, mediatore l’Egitto, il riavvicinamento delle due principali fazioni palestinesi a quasi dieci anni dal sanguinoso divorzio è in affatto un passaggio di grande importanza. Hamas, da una parte, ha bisogno di fronteggiare il dinamismo strisciante dei gruppi ancora più estremisti che nella striscia di Gaza guardano verso modelli di jihad in stile Califfato; Al-Fatah, dall’altra, non ha mai smesso di considerare la scissione del 2006 una ferita aperta e sostiene con forza un disegno unitario della rappresentanza palestinese. L’Egitto del presidente al Sisi è il regista dell’operazione, perché coglie un doppio risultato a un tempo: blocca l’espansionismo dei Fratelli Musulmani attivi a Gaza – nemici del regime del Cairo – e quindi protegge il proprio confine territoriale da infiltrazioni o osmosi pericolosissime.

Ma a fare un ulteriore passo indietro, si vede un disegno più ampio ancora che, logicamente, preoccupa Washington. Il summit per creare un governo di unità nazionale palestinese si è tenuto nientemeno che a Mosca nel gennaio scorso, protagonisti proprio i vertici di Hamas e Al-Fatah. Se a questo quadro si aggiungono alcune risoluzioni ONU – segnatamente la 2334 del 23 dicembre 2016 – e l’esito dell’ultima Conferenza di pace di Parigi sempre del gennaio scorso – per le quali Israele non può certo ritenersi soddisfatto, ecco che l’ottimismo di Trump svela tutta la propria improntitudine.

Superato dagli eventi (peraltro prevedibili), e dall’iniziativa degli avversari, il Trump pacificatore e mediatore di Betlemme ha lasciato spazio a un Trump sulle orme di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che tra il 1984 e il 1985 fecero la stessa mossa: ritirarono USA e Gran Bretagna dall’UNESCO.

Il problema dell’America di Trump non sta quindi nelle promesse generiche di nuova grandezza, ma nelle promesse specifiche su dossier al limite del corto circuito, come appunto quello israelo-palestinese. Pensare al Trump odierno, indebolito dalle vicissitudini del proprio staff e da un Russiagate che incombe minaccioso, come regista vincente di una pace mancata da presidenti molto più adatti a lui per il compito – sia per forza interna sia per migliori condizioni internazionali (pensiamo a Clinton I e a Obama I e II) – sarebbe davvero peccare di ottimismo.

Israele, dal canto suo, impegnato nella sacrosanta battaglia per la memoria dell’Olocausto e per il diritto a un’esistenza sicura, vive il paradosso di aver ritrovato un presidente americano “amico” incondizionato. Ma rischia di perdere la battaglia d’immagine per la “simpatia” dell’opinione pubblica mondiale, anch’essa cruciale nel mondo dei potentissimi media 3.0. La sindrome da “isolamento del più forte” può sembrare una contraddizione in termini ma è quanto mai pertinente a descrivere l’attuale situazione dei rapporti tra Israele, America e resto del mondo.

Gli Stati Uniti in Medioriente si trovano a dover fare i conti col nuovo dinamismo russo, a rimpiangere l’Egitto mummificato di Hosni Mubarak e sono ancora bloccati nel pantano siriano, dal quale invece è riemerso il detestato (almeno da Obama) Bashar al-Assad. Insomma: nelle condizioni date, l’uscita dall’UNESCO appare come un atto di debolezza e non di forza. Significa ammettere di non avere un piano.



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