Trump, il decreto immigrazione e le contraddizioni sull'Iran

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President Trump after signing the so-called "Muslim Ban"

Il decreto sull’immigrazione relativo ai cittadini dei sette paesi musulmani firmato dal Presidente Trump il 27 gennaio scorso ha certamente implicazioni nel campo dei diritti umani e del diritto internazionale. E ora, dopo la sentenza del 4 febbraio firmata dal giudice federale distrettuale di Seattle James Robart che la sospende, anche sul piano giuridico interno.

Oltre a questi aspetti, resta molto interessante capire perché proprio l’Iran sia stato incluso in una lista che comprende Siria, Libia, Somalia, Sudan, Yemen e Iraq – ovvero tutti paesi coinvolti in conflitti aperti, in cui agiscono soggetti apertamente “nemici” degli Stati Uniti, a cominciare dalle varie sigle del terrorismo di matrice islamica.

Dalla conclusione dell’accordo sul nucleare tra Teheran e Washington (luglio 2015) i due paesi stavano sperimentando una sorta di “strana amicizia”. Un’amicizia molto esclusiva, che per volere americano non permetteva di fatto  agli altri partner occidentali del “5+1” che avevano contribuito allo storico accordo (Francia, Germania e Regno Unito) di avere rapporti sostanziali con Teheran – mentre Russia e Cina hanno lavorato ovviamente in autonomia.

Roland Berger, top advisor di Angela Merkel e consulente economico di levatura internazionale, ha recentemente confessato – parlando con Federico Fubini sul Corriere della Sera - quello che tutti vedevano ma nessuno aveva il coraggio di ammettere: “l’Iran è chiaramente un’area in cui noi europei (…) potremmo fare affari, ma nessuna banca europea si arrischia a farlo per timore di avere problemi o multe negli Stati Uniti. (…) per qualche ragione gli hotel internazionali di Teheran sono tutti pieni di americani.”

E così, grazie all’executive order di Donald Trump, cesseranno i viaggi dei businnesmen americani in Iran? E cosa ci facevano questi uomini d'affari nel cuore della capitale Teheran?

Prima di cercare le risposte a queste domande, occorre ricordare come, in occasione del viaggio di Matteo Renzi in Iran nell’aprile del 2016, importanti lobby americane abbiano fatto pervenire al governo italiano un messaggio molto chiaro, e pubblicato a pagamento sulle pagine di alcuni giornali: non si fanno affari con Teheran.

Mentre la delegazione italiana, col gotha della nostra imprenditoria pubblica e privata giungeva nel Paese, sui principali quotidiani nazionali usciva il decalogo americano dal titolo “È accettabile il rischio Iran?”, che metteva senza giri di parole in guardia il premier italiano: "le vite dei lavoratori italiani e la reputazione delle aziende italiane non valgono il rischio che comporta fare affari con gli Ayatollah.” Per quale ragione?

Una prima spiegazione potrebbe essere che gli americani, tenendosi stretta la golden share delle relazioni con l’Iran, volessero rassicurare Israele. La costante ed esclusiva vigilanza sulle mosse iraniane sarebbe stato insomma il prezzo da pagare per far accettare l’accordo sul nucleare a Gerusalemme, contrarissima all’upgrade di Teheran da minaccia irriducibile a interlocutore affidabile. Ma questa ragione – che in parte può essere plausibile – non è sufficiente a spiegare perché pochi mesi fa la Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Khamenei, abbia accusato gli Stati Uniti di impedire “il pieno sviluppo” dell’economia e della finanza di Teheran. Le precise parole di Khamenei non lasciano spazio a interpretazioni: “il Tesoro degli Stati Uniti fa sì che le grandi corporazioni, le grandi istituzioni e le grandi banche non osino fare affari con l'Iran”.

I pezzi del puzzle, dunque, non combaciano. Per trovarne la logica, anche alla luce della decisione di Trump che sembra mandare del tutto all’aria il tavolo da gioco, dobbiamo guardare lo scenario da una prospettiva più ampia.

A spiegare l’attenzione particolare rivolta finora all’Iran può esserci utile una valutazione sull’evoluzione strategica del Medio Oriente. In uno scenario che cambia radicalmente volto, Washington ha la vitale necessità di un interlocutore privilegiato. Nel vuoto lasciato dall’Iraq, colmato dal tentativo dell’Isis di farsi stato a cavallo con la Siria (un altro stato fallito almeno nella sua forma attuale), e data la cronica instabilità dell’Afghanistan e, in misura differente, del Pakistan, solo il sistema-Iran ha dimostrato di tenere. Anzi, per molti versi si è rivelato  un attore regionale  piuttosto prevedibile e “responsabile”.

Questo attore offre agli Stati Uniti una chance preziosa quanto unica per fronteggiare la crescente influenza russa e l’ombra gravosa della potenza cinese. Non importa quale ne sia il prezzo: anche scontentare Israele in tema sicurezza, l’Arabia Saudita in tema energetico o gli alleati occidentali in tema economico-finanziario.Insomma: Iran e USA possono avere amici diversi, ma hanno gli stessi nemici.

Tuttavia un decreto che mette sullo stesso piano Yemen, Libia, Siria, Iraq, Somalia, Sudan e appunto Iran, unificando superficialmente sunniti e sciiti, ha innescato l’ovvia reazione di Teheran, che l’ha definito ufficialmente “un chiaro insulto” e “un regalo agli estremisti e ai loro fiancheggiatori”. La nota del Regime – sotto forma di svariati “tweet” da parte del Ministro degli Esteri Javad Zarif che rimandano in link anche alla nota integrale del Ministero - annuncia, infine, l’attuazione di “reciproche misure” nei confronti degli Stati Uniti, probabilmente a partire dai tanti uomini d’affari americani negli alberghi della capitale iraniana. La scelta di Trump è stata liquidata non solo come contraria al diritto internazionale e agli accordi bilaterali vigenti, ma anche, con una certa ironia anglosassone, contraria al “common sense”.

Già con Obama l’Iran era incluso nella lista dei sette paesi “sensibili”, ma per esso vigeva anche una politica tradizionale di visti. Includerlo ora nel blocco di novanta giorni significherebbe equipararlo nuovamente ad un rogue state, uno stato canaglia.

In Iran, “Repubblica Islamica”, la dialettica tra riformisti e conservatori non è mai sopita. L’ex Presidente Rafsanjani, scomparso l’8 gennaio scorso è stato definito dal New York Times in prima pagina “a longtime bulwark”, un costante baluardo riformista contro le forze – e sono molte – regressive del regime.

Il decreto sull’immigrazione appena entrato in vigore alle frontiere statunitensi rischia di compromettere la pax americana vigente a Teheran. A esserne favoriti, oltre ai falchi iraniani, fautori di un allontanamento da Washington, sarebbero anche gli alleati occidentali sinora emarginati. La strategia di medio periodo della passata Amministrazione, che si basava sulla "strana amicizia", sarebbe così archiviata.

Eterogenesi dei fini da parte del neo Presidente Trump o mossa avventata, lo vedremo nelle prossime settimane: di certo, senza correzioni di rotta, lo stretto di Hormuz che si stava raffreddando tornerà ad essere incandescente, tra test missilistici e nuove sanzioni annunciate.

L’Iran andrà al voto presidenziale, per la dodicesima volta dalla fondazione della Repubblica islamica, il prossimo 19 maggio. Il Presidente Hassan Rouhani, moderato, dovrà cercare di ottenere un secondo mandato per arginare l’aggressivo conservatorismo iraniano, che la politica di Trump rischia di esaltare per reazione, in un clima da escalation.

D’altronde le ragioni che portano Washington a peggiorare i rapporti con l’Iran sembrano di ordine meramente “ideologico”. Vi si possono rintracciare, in altre parole, le pulsioni presenti nello staff presidenziale - ancora in fase di rodaggio e probabilmente poco consapevole del rapporto causa/effetto di certe sue decisioni.