Tregua olimpica: la strategia di Seul

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Moon Jae-in at a ceremony with North and South Korean taekwondo athletes

E’ una strada tortuosa ma pressoché obbligata quella imboccata dal presidente sudcoreano Moon Jae-in nella speranza di allentare la tensione che ha portato la penisola coreana sull’orlo della guerra. L’obiettivo nell’immediato è stato raggiunto, complici le Olimpiadi invernali di Pyeongchang; ora le autorità di Seul hanno poco più di un mese di tempo – la supposta durata della tregua olimpica – per consolidare il nuovo trend e impedire che torni a prevalere la logica dello scontro aperto.

Degli attori a vario titolo implicati nella crisi innescata dalla corsa di Pyongyang a dotarsi di armi atomiche e missili balistici, la Corea del Sud appare il più debole, dunque il meno adatto a “dettare l’agenda”. Da quando nel maggio scorso ha assunto la carica di presidente, però, Moon si è sforzato di sfruttare al meglio le sue poche carte, pur nella consapevolezza che una reale soluzione della crisi presuppone la partecipazione e l’accettazione di USA e Cina, grazie alla loro asimmetrica ma complementare forza di convinzione sulla Corea del Nord.

L’iniziale approccio del nuovo presidente sudcoreano alla crisi era apparso disastroso proprio perché sottintendeva questo bisogno/necessità di indipendenza. Resuscitare dopo quasi due decenni la sunshine policy con la sua fideistica fiducia nel dialogo coi subdoli rivali del Nord sembrava una scelta “ideologica” controproducente. Lo dimostravano i test nucleari e le bellicose dichiarazioni del presidente nordcoreano Kim Jong-un. Donald Trump aveva irriso, mentre coniava la formula del fire and fury, una strategia così moderata. Nel contempo la Cina, irritata dalla decisione di Moon di installare i sistemi antimissile americani THAAD, si era spinta fino ad una sorta di guerra economica dagli effetti devastanti per Seul, che ha nella Cina il principale partner commerciale.

Moon tuttavia non ha desistito dalla sua linea morbida e in qualche modo ha risalito la china, forse paradossalmente aiutato, nel suo sforzo di contare di più, dalla crescita delle potenzialità offensive della Corea del Nord e dal rifiuto di questa di ascoltare i “consigli” di Pechino. La Cina infatti ha perdonato, sia pure ancora con varie riserve, il peccato rappresentato dall’installazione del THAAD. Nel contempo si è prodotto un mutamento nella natura della alleanza tra Seul e Washington: non più una protezione a senso unico della seconda nei confronti della prima, basata sull’ombrello nucleare americano, bensì un sodalizio a doppio senso, la cui esistenza serve anche a garantire la sicurezza degli USA, divenuti target dei missili nordcoreani.

Pechino e Washington restano per Moon più una croce che una delizia; ma ora il presidente ha buone ragioni per non sentirsi solo un vaso di coccio costretto a subire. Con la Cina, nel corso della sua visita ufficiale in dicembre, ha tenuto duro sul THAAD pur impegnandosi a non impiantare altri sistemi oltre ai sei già esistenti. Ha raggiunto preziose, seppure generiche, intese sulla cooperazione economica e la lotta all’inquinamento. Soprattutto sulla Corea del Nord ha saputo identificare una sorta di comune strategia in quattro punti: no alla guerra, ricorso alla diplomazia, miglioramento delle relazioni tra le due Coree, denuclearizzazione della penisola. Il tutto inserito in una convergenza di fondo collegata alla “comune eredità storica” dal chiaro sapore antigiapponese, rimbalzata dalla commemorazione del massacro di Nanchino e dalla visita a Chongqing, sede del governo coreano in esilio durante il dominio nipponico.

Con Washington e proprio con Trump si è stabilita un’intesa, se non altro fondata su una divisione dei ruoli. Così, pur sempre mettendo in primo piano l’opzione militare, la Casa Bianca ha lasciato che la nuova versione della sunshine policy facesse il suo corso. Moon ha perseverato nell’offrire rami di olivo a Kim, il quale, alla fine, con il discorso per il nuovo anno, ne ha raccolto uno.

Non si può escludere che questa apertura, da cui è nata l’attuale tregua olimpica, sia un mero stratagemma di Pyongyang per guadagnare altro tempo utile a migliora le performance dei propri missili e per ottenere un rilassamento delle sanzioni. Ciononostante essa è anche il frutto di una paziente cucitura diplomatica gestita da Seul e auspicata anche a Washington, tanto è vero che a tamburo battente, il 4 gennaio, veniva annunciato il rinvio delle annuali esercitazioni congiunte tra USA e Corea del Sud, previste per marzo: è stato il viatico per l’avvio degli incontri diretti tra il Nord e il Sud che hanno portato in pochi giorni ad una intesa complessa, sportiva, diplomatica e indirettamente anche militare.

Moon ha motivi per essere soddisfatto, anche perché ha salvato le Olimpiadi, che rischiavano la bancarotta economica: pochi biglietti venduti e pochi turisti, fino alla svolta delle ultime settimane, per il timore di uno showdown. Nessuno sa cosa succederà dopo la tregua olimpica, ma nell’immediato è stato raggiunto il primo e più importante obiettivo per Seul: allontanare il pericolo di una guerra innescata da nuovi test nucleari nordcoreani (Kim dovrebbe accontentarsi della parata militare del l’8 febbraio) e da una risposta armata americana.

La denuclearizzazione della penisola resta l’obiettivo strategico, ma non si può immaginare di ottenerlo senza che vi siano le condizioni, prima tra tutte la disponibilità delle parti a confrontarsi. Trump, in una conversazione telefonica con Moon il 10 gennaio, ha manifestato tale disponibilità, sia pure rifiutando il “fatto compiuto” della trasformazione della Corea del Nord in una potenza nucleare e quindi subordinando gli eventuali negoziati a radicali cambi di rotta di Kim, per ora inimmaginabili. Ciò sembra indicare comunque che dalle iniziative di Seul possano venire input importanti anche per gli americani. Quanto siano preventivamente concordati non è dato sapere. Certo Moon sembra consapevole che non gli conviene mostrarsi eccessivamente indipendente. Lo conferma la piena adesione sudcoreana alla linea scaturita dalla riunione di Vancouver del 15-16 gennaio sponsorizzata da USA e Canada: invitati i Paesi che parteciparono, dalla parte del Sud, alla guerra del 1950-53. Nell’occasione, mentre si perfezionavano gli accordi sulle Olimpiadi e partiva il via-vai di delegazioni attraverso il 38° parallelo, veniva ribadito l’impegno a usare al massimo grado lo strumento delle sanzioni per premere su Pyongyang.

La riunione di Vancouver – che la Cina ha condannato senza mezzi termini – è stata un chiaro richiamo all’ordine da parte americana per indicare che la diplomazia si esercita in primo luogo con le sanzioni: avvertimento non casuale, poiché gli accordi sulle Olimpiadi sottintendono intrecci economici non perfettamente compatibili con esse. Inoltre la riunione serviva a ricordare che l’opzione militare è sempre all’ordine del giorno: non per nulla è stata accompagnata dall’arrivo a Guam dei più avanzati bombardieri strategici. Soprattutto ha dato a Moon un segnale preciso: cerchi pure strade alternative alla esibizione dei muscoli, continui pure a litigare col Giappone per fatti – quelli relativi alle comfort women – accaduti nel lontano passato, ma non confonda il dialogo con Pyongyang con l’accettazione dei piani cinesi sull’argomento. La Corea del Sud non può né essere né puntare ad essere in futuro un Paese equidistante tra Pechino e Washington. Deve restare ancorata agli USA, pazienza se muovendosi in questo modo si riproducono schemi da guerra fredda e se si favoriscono intese tra Pechino e Mosca.

Il timore di Washington – e del Giappone – è che in nome del dialogo con Pyongyang Moon faccia concessioni che si trasformino in un cuneo in grado di intaccare la solidità dell’alleanza. E’ proprio per questo che Kim nel discorso per il nuovo anno ha detto che le sue armi atomiche sono rivolte esclusivamente contro gli USA e non contro i fratelli del Sud. Per la stessa ragione, dopo il rinvio delle esercitazioni congiunte USA-Corea del Sud, ha rilanciato pretendendo uno stop sine die: idea particolarmente infida perché assai simile alla proposta cinese di un simmetrico congelamento, da una parte le manovre militari, dall’altro i test nucleari. Probabile che se ne sia parlato durante l’incontro del 27 gennaio alle Hawaii tra i ministri della difesa di Corea del Sud e USA, Song Young-moo e Jim Mattis. Si è preferito, in questa fase, non dare una risposta ufficiale, ma nessuno dubita che la proposta di Kim sia irricevibile tanto per Washington quanto per Seul.

Il cuneo che faccia traballare, su temi come sicurezza e denuclearizzazione, l’alleanza tra USA e Corea del Sud è ancora solo ipotetico. Reale, semmai, è un altro cuneo, quello inserito da Trump con la sua politica commerciale. Le misure di salvaguardia decise il 22 gennaio, con le quali Washington impone fortissimi dazi a lavatrici e cellule solari importate è un duro colpo per l’industria sudcoreana, che peraltro ha buoni motivi per attendersi di peggio, cioè una stretta anche sulle importazioni di automobili. Seul protesta e prepara contromisure. Considerando che questo nuovo contenzioso si sovrappone a quello connesso al dumping sull’acciaio (per il quale il WTO ha già condannato Washington), l’aria che tira non è buona. Certo non è la più adatta ora che sono iniziati i negoziati per rivedere il trattato di libero scambio tra i due Paesi, che gli Usa esigono di modificare per ridurre il deficit commerciale nei confronti della Corea del Sud. Una brutta gatta da pelare per Moon, che non potrà non cercare una sponda in qualche modo alternativa nella Cina.




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