Theresa May dopo Firenze: da dove ripartono i negoziati

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniainternal

Secondo Michel Barnier, capo negoziatore per la Commissione europea, quello di Theresa May a Firenze, il 22 settembre, è stato un discorso dallo spirito costruttivo. Nel capoluogo toscano, scelto appositamente perché massima espressione della creatività rinascimentale, le parole del Primo Ministro britannico dovevano servire a ridare impeto politico alle negoziazioni, da qualche tempo in stallo, e sicuramente hanno rappresentato un passo in avanti. Tuttavia, nel dettaglio il livelllo non è stato per niente ritenuto soddisfacente, come confermano le reazioni politiche e dei mercati, che hanno risposto con una svalutazione della sterlina e un declassamento del rating britannico (Moody’s) a causa del perdurare di un’eccessiva incertezza.

I nodi del divorzio

La mancanza di concretezza si è subito avvertita quando la premier ha espresso la volontà di rispettare il delicato processo di pace nell’Irlanda del Nord, senza tuttavia specificare come: preservare il Good Friday Agreement del 1998 presuppone che Belfast rimanga all’interno del mercato unico e dell’unione doganale, dai quali, invece, il Regno Unito vuole uscire. Tale permanenza non è, però, accettabile per il partito nordirlandese dei Democratic Unionists, che tiene in piedi il governo conservatore a Westminster. Secondo Barnier, Downing Street deve al più presto specificare come intende proteggere l’accordo di pace.

Sebbene la Commissione riconosca che le parti sono più vicine, manca una concreta posizione negoziale anche per quanto riguarda i diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, di cui seicentomila sono italiani. Il Primo Ministro britannico propone di incorporare le leggi europee a garanzia dei cittadini nel proprio ordinamento e assicurare che le corti d’oltremanica possano riferirsi direttamente a esse, nonché alle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione in caso di dubbi interpretativi.

Un simile passo in avanti si è registrato anche sul terzo grande tema del divorzio: gli obblighi finanziari del Regno Unito nei confronti dell’UE. Mentre il Ministro degli Esteri Boris Johnson aveva escluso un Brexit Bill, Theresa May ha per la prima volta rassicurato i partner europei che il Regno Unito farà fronte a tutti gli impegni presi e che, dunque, non vi sarà alcun gap nel budget comunitario tra il 2019 e il 2020. Concretamente, sebbene non ufficializzata, la cifra a cui pensa il governo britannico è pari a 20 miliardi di euro, contro i sessanta che sarebbero stati chiesti da Bruxelles.

Partnership futura

Il bisogno di soluzioni creative riguarda soprattutto il futuro rapporto tra Regno Unito e Unione.

Nella sfera economica, la premier afferma che il Regno Unito lascerà il mercato unico e l’unione doganale, riconoscendo esplicitamente che l’accesso al primo è indivisibile dalle quattro libertà fondamentali, inclusa quella di movimento delle persone, alla base della campagna per l’uscita britannica dall’UE. Brexit rappresenta un caso senza precedenti, poiché presuppone di organizzare divergenza anziché convergenza. Non si possono quindi usare, ammette May, modelli preesistenti, come Norvegia o Canada. Sappiamo, comunque, che la futura partnership economica dovrà prevedere un libero scambio regolato da un forte dispute resolution mechanism, indipendente dalle parti.

Nel campo della sicurezza, poi, il Primo Ministro conferma l’inversione di tendenza anticipata nel suo discorso di pochi giorni fa alla Lancaster House rispetto alla lettera inviata il 29 Marzo scorso. Dalla velata minaccia di ritirare il prezioso apporto del Regno Unito, si è passati a un’entusiastica offerta di un inedito trattato di cooperazione internazionale in materia di sicurezza, applicazione della legge e giustizia penale.

Periodo di transizione

L’aspetto forse più interessante e rilevante del discorso riguarda l’implementazione. Si parte da un punto ampiamente condiviso: il Regno Unito cesserà di essere uno stato membro dell’Unione, il 29 marzo 2019. Da un punto di vista legale, esistono due implicazioni politiche fondamentali: il Regno Unito, ricorda May, sarà da quel momento libero di iniziare ufficialmente a negoziare trattati commerciali con altri paesi, mentre l’Unione europea sarà in grado di concludere con i britannici un classico accordo internazionale.

Poiché quest’ultimo richiederà tempo, May propone per la prima volta un periodo di transizione della durata di due anni e nella forma di un sostanziale status quo: permanenza nel mercato unico e nelle strutture di cooperazione in materia di sicurezza.

Chiedendo questa transizione, il governo britannico ha sostanzialmente ammesso che un default alle regole WTO sarebbe troppo doloroso per il Paese, di fatto, abbandonando la retorica del “no deal is better than a bad deal”. Si palesa così la differenza in termini di potere contrattuale tra Bruxelles e Londra. In altre parole, Theresa May non può permettersi di lasciare unilateralmente i negoziati, senza contare che la sua posizione si è molto indebolita dopo le elezioni del giugno scorso (da lei convocate proprio per ottenere un mandato più forte). Questo i leader europei lo sanno bene.

Essi hanno, poi, un’altra importantissima leva: l’art. 50 TUE, che regola la procedura di uscita, esige che il prolungamento dell’applicazione dell’acquis comunitario al membro uscente sia soggetto alla volontà unanime degli altri stati.

Con il countdown che prosegue inesorabile (Barnier ribadisce che un accordo va raggiunto entro l’autunno 2018, cioè tra un anno), quali concessioni della May possono persuadere i colleghi europei a cedere questa sorta di arma nucleare delle negoziazioni (cioè il tempo) e acconsentire ad un’estensione dello status quo? E tali concessioni sarebbero compatibili con le anime contrastanti del partito prima e della maggioranza di governo, poi? Ci si augura che uno spirito di cooperazione e responsabilità prevalga in entrambi i casi.

Naturalmente, ricorda Barnier, lo status quo porta con sé tutte le responsabilità, a cominciare da quelle finanziarie e giudiziarie, che si applicano a uno stato membro. Tra il 2019 e il 2021, il Regno Unito potrebbe essere dunque considerato uno “stato membro-non membro”, rendendo ancor più affascinante la tautologia del Brexit means Brexit. In generale, sarebbe comunque una situazione difficile da far digerire a chi ha votato Leave, che vedrebbe la concretizzazione del proprio voto cinque anni dopo.

I grandi dubbi sul futuro

Sebbene le aperture di Theresa May rappresentino un passo in avanti, il discorso non ha effettivamente chiarito molti dei dettagli di cui i negoziatori europei hanno bisogno, alimentando frustrazione e impazienza. Nel Continente (e non solo) si continua a non capire che cosa esattamente il Regno Unito voglia. May si augura che la storia non si ricordi “di una relazione che è finita ma di una nuova partnership che è iniziata” – un pò come chiedere alla persona che si sta lasciando di continuare a essere amanti. Tra stati è sicuramente più plausibile che questo possa avvenire, ma a condizione che il tutto sia disciplinato da regole precise, di cui a oggi non si vede granché.

È per questo motivo che Barnier ha incalzato il governo inglese chiedendo che vengano spiegate al più presto le implicazioni concrete delle parole pronunciate a Firenze. Senza un accordo sul divorzio, infatti, non si potrà passare a discutere del futuro, fase in cui Regno Unito ed Europa dovranno davvero raggiungere i livelli di creatività dei Maestri Fiorentini del Rinascimento.

Il tempo stringe e ancora manca una visione chiara di quale sia la meta finale del Brexit Express. Una cosa, però, è certa: con il passare dei mesi si comprende sempre più quanto portare a termine Brexit sia tremendamente complicato. E non sembra più così assurda l’idea che quel treno potrebbe anche non giungere mai a destinazione…




Leggi anche:

A diminished UK leaving a diminished EU
Ivo Ilic Gabara

Strategic Ghosting: Waning US-UK Global Leadership
Heather Williams