Rischi e incognite di uno scontro aperto tra USA e Iran

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Soldiers parading in Tehran

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano e il ritorno a una logica di scontro aperto fra Washington e Teheran sono stati scanditi da due discorsi: uno di Donald Trump, e l’altro del Segretario di Stato Mike Pompeo. Dopo che il primo aveva annunciato la decisione l’8 maggio, il secondo (due settimane dopo) ha chiarito in maggior dettaglio le ragioni della scelta e la nuova strategia che l’amministrazione intende seguire.

Malgrado l’allusione alla possibilità di nuovi negoziati, le richieste avanzate da Pompeo nei confronti dell’Iran sono tali da precludere ogni possibilità di trattativa. Dopo aver rotto, contro il parere degli altri paesi firmatari, un accordo che la controparte stava pienamente rispettando, il Segretario di Stato chiede a Teheran concessioni che includono la totale rinuncia all’arricchimento dell’uranio, lo stop all’avanzamento del programma missilistico, la cessazione degli aiuti ai propri alleati regionali (Hezbollah in Libano, Hamas e la Jihad Islamica in Palestina, gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite in Iraq), e il ritiro completo dalla Siria.

Dal punto di vista iraniano, assecondare simili richieste equivarrebbe a rinunciare al proprio potenziale di deterrenza, oltre che alla propria politica estera, lasciando il paese indifeso di fronte ai possibili attacchi dei propri avversari regionali e degli stessi Stati Uniti. Ciò sarebbe ancor più rischioso – sostengono i leader iraniani – alla luce del fatto che della parola americana non ci si può fidare, come la violazione dell’accordo nucleare da parte di Washington starebbe a dimostrare.

Di fronte allo scontato “no” di Teheran, lo scenario prospettato da Pompeo prevede una doppia azione. Da un lato l’imposizione di un nuovo sistema di sanzioni che eserciti una pressione economica e finanziaria senza precedenti nei confronti dell’Iran. Dall’altro, un insieme di sforzi politici e diplomatici concertati con gli alleati regionali dell’America per contenere l’influenza iraniana nei paesi vicini.

L’obiettivo ultimo – non apertamente dichiarato da Pompeo, ma al quale sia lui che il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton hanno più volte alluso – è un “cambio di regime” a Teheran. Tale obiettivo non sarebbe da raggiungere tramite un intervento militare diretto, ma grazie all’auspicata sollevazione del popolo iraniano a seguito della pressione economica delle sanzioni e dell’isolamento internazionale al quale l’Iran verrebbe sottoposto.

Questa strategia presenta tuttavia diversi limiti. Il precedente embargo economico imposto all’Iran dalle amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama era stato il frutto di lunghi sforzi diplomatici per ottenere il necessario consenso internazionale a sostegno delle sanzioni. Sebbene la relativa legislazione sia rimasta in piedi, oggi appare difficile ricreare lo stesso consenso alla luce dello sprezzante unilateralismo con cui Trump ha rotto l’accordo. La decisione del presidente americano ha indispettito gli alleati europei, oltre che Russia e Cina, le altre due grandi potenze firmatarie. Ma anche paesi come Turchia e India, che hanno stretti rapporti economici con Teheran, cercheranno nuovi stratagemmi per eludere l’embargo. Questo, dunque, potrebbe essere tutt’altro che efficace. Inoltre, in seguito all’embargo precedente, non c’erano state sollevazioni popolari che facessero ritenere vicino il desiderato cambio di regime a Teheran.

L’intenzione di contenere l’Iran a livello regionale appare ugualmente velleitaria, alla luce della chiara volontà di disimpegno dai conflitti regionali più volte manifestata proprio da Trump. La Casa Bianca vorrebbe delegare il compito ai propri alleati locali; tuttavia solo Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno accolto favorevolmente il suo annuncio sull’accordo nucleare. Riad e Abu Dhabi, peraltro, sono già impantanate nel conflitto yemenita, e difficilmente saranno in grado di fornire supporto militare agli Stati Uniti o di impegnarsi in altri teatri. La grande complessità della crisi siriana poi non sembra consentire un rapido mutamento degli equilibri sul terreno.

Prevedibilmente, la reimposizione dell’embargo e l’inasprimento dello scontro regionale serviranno solo a ricompattare la popolazione iraniana attorno alla sua leadership, come è già avvenuto in passato. Né una resa dell’Iran, né un crollo del regime sotto il peso delle sanzioni si materializzeranno.

La Casa Bianca può illudersi di riuscire a sprofondare l’Iran in quella condizione di stato “paria”, isolato a livello regionale e sottoposto a un’aspra pressione economica, che lo aveva caratterizzato prima della firma dell’accordo nucleare. Ma ciò non porterà a una situazione di equilibrio stabile.

Intanto, visto che un numero crescente di paesi non è disposto a emarginare l’Iran, per il momento i responsabili iraniani sono disposti a continuare a implementare l’accordo nucleare insieme ai restanti paesi firmatari: Cina, Russia, Germania e Francia. Sul medio periodo Teheran potrebbe però decidere che i benefici derivanti da questa scelta non valgono lo sforzo compiuto, e quindi riavviare un massiccio programma di arricchimento dell’uranio, o addirittura puntare apertamente alla costruzione di un ordigno nucleare.

A quel punto a Washington non resterebbe che l’opzione militare per fermare una marcia iraniana verso l’arma atomica che rischierebbe di portare a una proliferazione nucleare su scala regionale. Un’azione bellica contro le installazioni iraniane comporterebbe tuttavia grossi rischi, e servirebbe peraltro solo a ritardare il programma nucleare iraniano di qualche anno, come è stato sottolineato già in passato da importanti esperti americani. Quanto a un intervento militare su più vasta scala che puntasse non solo a danneggiare seriamente le infrastrutture nucleari, ma ad imporre un cambio di regime a Teheran, questa sembra un’opzione davvero dispendiosoae pericoloso per la stabilità internazionale – come tale, probabilmente inappetibile a qualsiasi amministrazione con un minimo di ragionevolezza. La principale misura di deterrenza di cui Teheran dispone per far fronte a un simile scenario è quella di bombardare le installazioni petrolifere saudite e bloccare il passaggio del greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, con il prevedibile effetto di far esplodere il prezzo del barile e mandare in tilt l’economia mondiale.

Ma anche uno scenario a breve termine, in cui l’Iran continua a rispettare i termini dell’accordo nucleare malgrado la defezione americana, non appare molto rassicurante. La dichiarazione di ostilità da parte della Casa Bianca, e l’allusione più o meno esplicita al rovesciamento delle istituzioni iraniane, sono destinate a creare un clima non dissimile da quello dei tempi della contrapposizione tra Teheran e l’America di George W. Bush. Allora, per rompere l’accerchiamento americano, l’Iran cercò di proiettare la propria influenza nella regione al fine di impegnare Washington su fronti lontani dai propri confini.

Se ciò tornasse a succedere, avverrebbe tuttavia in un contesto regionale molto più deteriorato. I primi rischi che vengono in mente sono una possibile deflagrazione dello scontro con Israele in Siria (dove sono presenti truppe iraniane), un eventuale conflitto fra Israele e Hezbollah in Libano, una nuova destabilizzazione dell’Iraq, e un inasprimento del conflitto nello Yemen – senza contare le probabili complicazioni derivanti dal confronto già in atto fra Stati Uniti e Russia in quegli stessi scenari.

 



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