Non solo Catalogna: il risorgere dei nazionalismi regionali

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L’immagine della seduta del parlamento catalano del 27 ottobre 2017, a cui partecipavano soltanto i componenti della maggioranza con i banchi dell’opposizione deserti all’atto della dichiarazione di indipendenza della regione, è altamente simbolica. Due debolezze politiche hanno prodotto in Spagna una situazione senza precedenti, assai rischiosa, almeno da qui al giorno delle nuove elezioni catalane, fissate dal governo di Madrid per il 21 dicembre prossimo. Nel frattempo i poteri della Generalitat de Catalunya sono passati a Madrid, in applicazione dell’art. 155 della Costituzione spagnola, e il suo Presidente Carles Puigdemont si è rifugiato in Belgio.

Quali sono queste due debolezze? Quelle speculari di Madrid e Barcellona. Nel giugno 2016 il premier Mariano Rajoy ha scelto di anticipare le elezioni, che avrebbero dovuto tenersi nel 2019, perché le consultazioni dell’anno precedente avevano prodotto uno stallo istituzionale e politico, senza una maggioranza alle Cortes. Le ultime elezioni in Catalogna si sono svolte nel settembre 2015. In questa consultazione il 39,6% dei voti è stato guadagnato da Junts pel Sì, lista elettorale che raccoglie quattro partiti di diversa ispirazione, uniti dall’obiettivo dell’indipendenza catalana, mentre il 18% dei voti sono andati al secondo partito, Ciutadans, contrario all’indipendenza. Per raggiungere la maggioranza, Junts pel Sì ha siglato un accordo con la Candidatura di Unità Popolare (CUP), formazione di estrema sinistra, anch’essa indipendentista. Come è noto, piattaforma comune del governo catalano è stato fin dall’inizio il controverso referendum per l’indipendenza, svoltosi il 1° ottobre 2017, a cui hanno partecipato il 43% degli aventi diritto, una minoranza quindi degli elettori catalani.

Come è ovvio, due debolezze non fanno una forza. Da parte di Madrid, la risposta dura, e poco disponibile al dialogo, nasconde il tentativo di recuperare consensi nelle altre regioni spagnole, che, con la sola eccezione dei Paesi Baschi, non guardano con simpatia all’autonomismo catalano. Specularmente, da parte di Barcellona vi è – o vi è stato – il tentativo d’approfittare dell’instabilità politica per mettere la Spagna davanti al fatto compiuto. Nel frattempo, tuttavia, le principali multinazionali e 1.800 piccole e medie imprese presenti in Catalogna si sono affrettate a portare la propria sede legale altrove, nel timore di restare fuori dall’eurozona, in caso d’indipendenza. 
Per quanto diverse siano le circostanze e il quesito, è curiosa la prossimità sia temporale che dell’esito dei referendum di Catalogna e Lombardia.





La crisi di fiducia nei partiti sta moltiplicando le occasioni di ‘disintermediazione’, in cui gli attori politici non solo si rivolgono direttamente ai cittadini usando i nuovi canali di comunicazione (mediatizzazione della politica), ma cercano anche di dare legittimità ai propri programmi attraverso forme di democrazia diretta, come il referendum. In entrambi i casi, tuttavia, una minoranza di cittadini ha risposto favorevolmente al richiamo di alcune forze politiche, determinate a fare un uso radicale del tema dell’autonomia regionale. Diverso è il caso del Veneto, dove effettivamente la maggioranza dei cittadini ha votato a favore dell’autonomia (si veda la tab. 2), a conferma di un’identità regionale decisamente più forte che in Lombardia, per molti aspetti simile al sentire catalano.





Si deve notare, comunque, che il quesito referendario era estremamente generico: «Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?». Facendo sponda su questa ambiguità, subito dopo il referendum il Presidente Luca Zaia ha dato impulso alla richiesta dello “statuto speciale”, anche alla luce del fatto che il Veneto, geograficamente, si trova collocato fra due regioni (e due province) a statuto speciale (Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige e Province Autonome di Trento e Bolzano).


Al di là di aspetti contingenti, si possono riconoscere dei tratti comuni nel risorgere dell’autonomismo e dell’indipendentismo regionale?

Le regioni citate lamentano un residuo fiscale  importante, a loro sfavore: sono in altre parole regioni ricche che si vogliono sottrarre al dovere della solidarietà che ispira il welfare state. Infatti, la perequazione “orizzontale” serve a finanziare i servizi sociali nelle regioni con minor capacità fiscale, in presenza di bisogni non comprimibili (si pensi al diritto alla salute). La polemica intorno al “residuo fiscale” è strumentale e mal calibrata: questo concetto segnala il diverso grado di sviluppo delle regioni di un paese e l’entità dei trasferimenti che questo determina nel momento in cui si riconoscono gli stessi diritti sociali ai cittadini che risiedono in parti diverse del paese. La soluzione non è quindi il taglio dei trasferimenti – in realtà non praticabile, né costituzionalmente né politicamente – ma il varo di politiche efficaci per ridurre le distanze fra regioni ricche e regioni povere (o meno ricche).

Oltre alle componenti fiscali vi sono naturalmente ragioni più profonde. Il politologo norvegese Stein Rokkan (1921-1979) riteneva che la costruzione degli stati europei fosse avvenuta attraverso un lungo processo di sedimentazione di quattro fratture (cleavages) fondamentali: in ordine cronologico, la dialettica centro/periferia, le guerre di religione fra cattolici e protestanti, la polarità città/campagna nata con l’industrializzazione e il conflitto di classe otto-novecentesco. È significativo che la frattura centro/periferia sia il primo cleavage che ha accompagnato la nascita dello stato moderno e la costruzione del suo spazio politico: se guardiamo ai principali “regionalismi indipendentisti” presenti oggi in Europa – Scozia, Paesi Baschi e Catalogna, Fiandre, Corsica, Veneto et al. – risultano molto evidenti le matrici storico-politiche di tali rivendicazioni.

Da tempo alcuni osservatori ripetono insistentemente che lo stato nazionale è ormai giunto al capolinea. Nel frattempo continuiamo a osservare come la più parte dei beni pubblici – dalla sicurezza e ai servizi sociali – sia ancora prodotta dal livello di governo nazionale. Difficile negare, tuttavia, che la globalizzazione abbia prodotto delle pressioni antitetiche – verso l’alto e verso il basso – che hanno come punto di fuga proprio lo stato-nazione. Glocalismo è un neologismo che unisce globalizzazione e localismo: vorrebbe significare la riscoperta del locale, e delle sue identità, a seguito della pressione conformistica che viene dalla comunicazione globale. In queste tesi vi è molta fumosità, ma forse anche qualcosa di vero: nel mondo globalizzato lo stato potrebbe essere diventato, nel contempo, troppo piccolo e troppo grande.

Sottodimensionato per essere l’elemento sistemico su cui fare sponda per competere nella dimensione globale – per molti aspetti, l’Euro è proprio la risposta a questo problema – ma al tempo stesso sovradimensionato in quanto istituzione di carattere nazionale, incapace quindi di rappresentare adeguatamente le diverse identità regionali che lo compongono. Se il concetto di glocalismo ha senso, lo stato nazionale è senza dubbio un ostacolo. Non a caso, dopo gli anni dell’austerità determinati dalla Grande Recessione, insieme alla crescita (tornata ora con segno positivo) riprendono le rivendicazioni politiche delle regioni più ricche.

In ogni caso, non esiste un diritto all’autodeterminazione delle regioni che facciano parte di uno stato nazionale dell’Unione Europea. Tale principio è stato definito per giustificare la decolonizzazione, dopo il termine della Prima e della Seconda guerra mondiale. Altri casi in cui la dottrina è unanime nel riconoscere il diritto all’autodeterminazione è l’oppressione di una minoranza, a cui non vengono riconosciuti i diritti soggettivi della cultura liberale (discriminazioni etniche, raziali, religiose, ecc.). In tutta evidenza, i problemi che riguardano le “nazioni senza stato” del vecchio continente sono ben diversi. È auspicabile che questi ultimi vengano affrontati con il dialogo e la collaborazione inter-istituzionale, non fosse altro perché all’interno dell’Unione Europea la secessione dichiarata unilateralmente da parte di una regione equivarrebbe a un suicidio collettivo, consegnandola a un isolamento pressoché totale, con costi insostenibili sia dal punto vista politico che economico.

Nel mondo globalizzato, la ricerca di sovranità attraverso l’indipendenza è un anacronismo funzionale, il cui pregio sarebbe soltanto simbolico. La soluzione ai problemi determinati dalla globalizzazione non è una miriade di piccole patrie indipendenti e sovrane (che in realtà lo sarebbero solo sulla carta), ma un’efficace governance multilivello: vale a dire, l’integrazione e l’interdipendenza dal locale al globale, realizzata mediante istituzioni adeguate allo scopo. Inutile dire che l’Unione Europea ha ampi margini di miglioramento per essere all’altezza di questo compito.



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