Navigazione a vista con pochi alleati: la difficile rentrée geopolitica saudita

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ChrisCaldicott/DescignPicsRM-AGF

Road to Damascus

Dopo una fase di incertezza e di scelte non sempre oculate – in coincidenza con l’avvicendamento di governo in varie posizioni-chiave – l’Arabia Saudita tenta una difficile rentrée nelle partite della geopolitica mediorientale (Siria, Yemen, Libia). Per Riad l’operazione richiede l’acquisizione di alleati e partner, in un contesto regionale molto mutevole.

Siria: il cambio di campo della Turchia e il ritorno di al-Qaeda

Il fallito golpe militare di agosto ha spinto il Presidente Recep Erdoğan a una vistosa revisione delle alleanze regionali. La più clamorosa di queste, cioè il riavvicinamento fra Turchia e Russia, indebolisce e isola l’Arabia Saudita, soprattutto in Siria: Mosca è infatti già partner del “fronte sciita”, che comprende Iran, Iraq ed Hezbollah libanesi. Finora, turchi e sauditi avevano infatti “giocato di sponda”, seppur contendendosi l’egemonia sull’opposizione al regime di Damasco: le due potenze sunnite condividevano l’altolà a Bashar al-Assad, con il quale nessuna transizione avrebbe potuto avere luogo.

L’avanzata delle milizie curde siriane a ridosso dei propri confini e, in parte, la necessità di contenere Daesh hanno però obbligato Ankara a rivedere le priorità: adesso, la Turchia annuncia di voler normalizzare i rapporti con Assad. In effetti, l’offensiva militare turca in Siria contro curdi e jihadisti segna l’ennesimo punto a favore del regime di Damasco, riducendo le già flebili chance dell’Esercito Libero Siriano, ancora sostenuto dai sauditi. I Come ultima arma per contrastare Assad, Riad potrebbe puntare tutte le sue pedine su Ahrar al-Sham, la milizia salafita fondamentalista già vicina ai sauditi (e non ostile ai turchi) che governa tramite corti di sharia fra Idlib e Aleppo: un’ipotesi preoccupante per il futuro della Siria. In quest’area, Ahrar al-Sham collabora già con Jabhat Fatah al-Sham (il nuovo brand dei qaedisti di al-Nusra): il salafismo, anche nella sua ala estrema jihadista, ha di fatto monopolizzato l’opposizione sunnita.

I fronti Yemen e Libia

Il Segretario di Stato Usa John Kerry ha visitato Jedda, in agosto per fare il punto delle crisi regionali con gli omologhi degli Emirati del Golfo e soprattutto con il re saudita. Un esercizio necessario e lodevole, ma ormai sempre meno incisivo. Kerry e il ministro degli esteri di Riad hanno mediaticamente rilanciato “il piano di pace per lo Yemen”, basato come sempre sull’attuazione della risoluzione ONU 2216 dell’aprile 2015, che chiede il ritiro degli insorti del nord (gli sciiti zaiditi huthi di Ansarullah e i fedeli dell’ex presidente Saleh) dai territori occupati, come la capitale Sana’a, e la restituzione delle armi sottratte all’esercito. Però, nelle stesse ore, l’aviazione saudita intensificava i raid sul nord del paese contro gli insorti, mentre gli huthi da parte loro aumentavano gli attacchi, anche con i razzi, lungo il confine e dentro lo stesso territorio del regno saudita.

Una delegazione di Ansarullah ha poi intrapreso una visita ufficiale tra Beirut, Baghdad e Teheran: come una profezia che si auto-avvera, il sostegno iraniano alla causa huthi (denunciato dallo stesso Kerry e sospettato in precedenza dai sauditi) è diventato realtà. La rivalità tra Arabia e Iran è un macigno sulla strada della riconciliazione in Yemen, nonostante Ansarullah continui a perseguire un’agenda politica interna e non eterodiretta da Teheran. Inoltre, gli Stati Uniti non potranno combattere l’espansione di al-Qaeda nella Penisola arabica e di Daesh in Yemen, fino a quando non vi saranno autorità politiche in grado di controllare l’intero territorio.

Per le monarchie del Golfo, la situazione della Libia è strategicamente meno importante rispetto al confinante Yemen. Tuttavia, proprio sul suolo libico si era prodotta la rivalità intra-sunnita, già presente in Siria, tra sostenitori delle milizie islamiste di Tripoli (Qatar, Turchia) e sponsor dei gruppi armati di Tobruk del Generale Haftar (Egitto, Emirati Arabi). Anche le monarchie i del Golfo stanno pubblicamente sostenendo il governo di unità nazionale di al-Sarraj: ma questa presa di distanze da Haftar non è stata seguita dall’Egitto. Se la violenza armata dovesse tornare a prevalere, è assai probabile che i vecchi allineamenti si ripropongano.

La lotta al sedicente Califfato

Intanto, si registra l’arretramento territoriale del cosiddetto Stato Islamico fra Siria, Iraq e Libia. Questa dinamica, insieme ai tre attacchi jihadisti simultanei, in parte sventati, del luglio scorso (Jedda, Qatif e Medina)  potrebbe spingere i sauditi a considerare Daesh non più una minaccia geopolitico-territoriale, ma di sicurezza interna.

Le monarchie del Golfo partecipano alla Global Coalition to counter IS guidata dagli Stati Uniti e cooperano con i paesi della Coalizione lungo tre assi: militare, finanziario, culturale. L’impegno militare (capeggiato dagli emiratini, secondi solo agli Usa per numero di sorvoli fra Siria e Iraq), si è drasticamente ridotto dopo l’inizio dell’offensiva in Yemen nel marzo 2015. Su pressione internazionale,  le monarchie del Golfo hanno adottato leggi e misure di contrasto al finanziamento di gruppi e attività terroristiche. Tuttavia, parecchie zone grigie permangono, perché i canali informali delle donazioni (ad esempio la classica hawala, il trasferimento di valori, tramite intermediari, senza effettivo movimento di denaro, illegale nel solo Oman) rendono ancora difficile la tracciabilità del denaro, nonché la distinzione tra finanziamento pubblico e privato.

Sul piano della contro-propaganda, molti imam e guide religiose del Golfo hanno pubblicamente condannato la deriva jihadista: il Kuwait ha emanato circolari che vietano l’utilizzo di linguaggio settario nei sermoni del venerdì. In collaborazione con gli Usa, gli Emirati Arabi stanno lanciando il Sawab Centre di Abu Dhabi per il contrasto della propaganda jihadista online. Tuttavia, anche sul piano della cultura religiosa, la strada è ancora in salita, specie in Arabia Saudita: la  radicalizzazione violenta si nutre anche di quel linguaggio settario e anti-sciita troppo spesso utilizzato nel quadro della rivalità politica con l’Iran.

Russia e Francia, alleati a metà

In alcune fasi la tensione con l’amministrazione Obama è stata palpabile: l’abbandono politico del presidente egiziano Mubarak travolto dalla rivolta del Cairo nel 2011, il mancato intervento militare Usa contro il regime di Damasco nel 2013, l’accordo sul nucleare con l’Iran nel 2015. Intanto, l’Arabia Saudita ha coltivato il rapporto con la Russia e con la Francia. Oltre alla cooperazione economica ed energetica, ha mirato a intensificare gli scambi nel settore della difesa con Mosca: ma la geopolitica si è messa di traverso. L’intervento russo in Siria, specie nella fase iniziale, ha puntellato il regime di Assad, di cui l’Arabia rimane risolutamente avversaria, di concerto con l’azione di terra dell’Iran e degli Hezbollah libanesi.

Più felpato ma forse ancor più insidioso è, agli occhi di Riad, il gioco della Russia in Yemen. Mosca è l’unico membro del Consiglio di Sicurezza a essersi astenuto sulla Risoluzione 2216. Lo scorso agosto, mentre il terzo round di colloqui yemeniti promossi dall’ONU si avviava al fallimento, la Russia ha posto il veto su una proposta di risoluzione che intendeva condannare l’istituzione, da parte degli insorti, di un comitato politico per il governo dello Yemen. Un gesto che sfidava apertamente gli sforzi negoziali per un esecutivo di unità nazionale, nei giorni in cui l’ex presidente Ali Abdullah Saleh, guida degli insorti, offriva ai russi l’utilizzo delle basi militari della capitale, il suo feudo.

Per quanto riguarda la Francia, i contratti nel settore della difesa sono il primo strumento della geopolitica francese nel Golfo. La sintonia franco-saudita è però cresciuta sul caso siriano: nell’estate 2013 Parigi arrivò a un passo dall’intervento militare contro il regime di Assad. François Hollande è stato, nel 2015, il primo Capo di Stato ospitato in un vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organizzazione che riunisce le monarchie del Golfo. Tuttavia, l’attuale debolezza politica interna della Presidenza Hollande ridimensiona le prospettive diplomatiche dell’asse franco-saudita.

Deficit di strategia ed elezioni Usa

Tutto sommato, i sauditi stanno dimostrando scarsa visione strategica sul piano della sicurezza regionale. In un contesto geopolitico peggiorato rispetto a quello che avevano ereditato, re Salman e suo figlio Mohammed (insediatisi nel gennaio 2015) si trovano oggi a reagire, più che a indirizzare gli eventi in corso, anche a causa delle loro imprudenze ed errori. “Contro-rivoluzione” era la parola chiave del dopo-Primavere: ma ora che le transizioni politiche, in molti casi, sono state risucchiate da conflitti civili a partecipazione regionale, Riad si è trovata a “navigare a vista”, priva di un filo conduttore strategico di lungo periodo.

Ciò avviene, paradossalmente, nella stagione in cui le monarchie del Golfo iniziano a ricorrere allo strumento militare per ristabilire l’interesse nazionale laddove minacciato, come avvenuto in Yemen. A confronto con i sofisticati intrecci diplomatico-militari dell’Iran, i sauditi sembrano attori non protagonisti nelle trame mediorientali, specie in Siria. E poco cambierà dopo le elezioni presidenziali negli Stati Uniti del prossimo novembre.

Certo, agli occhi dei monarchi del Golfo (e non solo ai loro) una presidenza Clinton, improntata alla tradizionale diplomazia e dunque a un esplicito sostegno per sauditi e per gli Emirati, è ben più auspicabile di una presidenza Trump, che si connoterebbe per isolazionismo e disimpegno – e comunque per una fondamentale imprevedibilità. In ogni caso, pur conservando basi e personale militare nel Golfo, gli Stati Uniti non vogliono più essere i gendarmi del Medio Oriente. È un dato di fatto con cui Riad dovrà fare i conti, anche se alla Casa Bianca arrivasse Hillary Clinton.