Mr. Tweet incontra Frau Establishment

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 Personalità, stile e storia politica di due leader possono difficilmente essere più diversi rispetto al caso di Donald Trump e Angela Merkel. L’incontro a Washington del 17 marzo ha reso palpabile la diversità.

Ciò che conta, come sempre nei rapporti internazionali, è ovviamente la sostanza; ma questa si esprime in buona misura nelle parole dei leader. E qui il primo contatto diretto Trump-Merkel ha purtroppo confermato le serie e diffuse preoccupazioni sulla solidità dei legami transatlantici.

Il presidente americano non ha infatti perso occasione per ribadire le sue critiche e sottolineare le divergenze: la Germania “deve” agli Stati Uniti molte risorse nel contesto degli impegni di difesa (quasi che la NATO avesse fissato dei ratei arretrati che Berlino – come altri Paesi membri – dovrebbe restituire a Washington); l’immigrazione è un privilegio, non un diritto (mentre Merkel, alla guida di un paese che ha accolto un milione di rifugiati siriani nel solo 2015, ha ricordato che senza opportunità per i migranti anche la sicurezza dei paesi di arrivo è a rischio); gli Stati Uniti rispetteranno le “istituzioni storiche” dell’Occidente (il che sembra implicare che si tratti di un’eredità del passato e poco altro).

L’atmosfera tossica che prevale nelle conferenze-stampa di Washington dall’arrivo di Trump non ha facilitato le cose: l‘inevitabile domanda sulle presunte intercettazioni a suo danno che sarebbero state ordinate dal predecessore ha offerto l’opportunità per un momento di imbarazzo palese quando il Presidente ha ricordato che la stessa Angela Merkel era stata oggetto di intercettazioni negli anni di Obama. L’interessata non ha colto alcuna simpatica ironia in questa comunanza e ha cercato soltanto di passare oltre.

La Cancelliera aveva tentato anche la via del business – forse per creare una migliore “chimica” con il neo-Presidente – facendosi accompagnare dai capi di due grandi compagnie manifatturiere tedesche. Il punto costruttivo che Merkel ha cercato di evidenziare è che la presenza di aziende europee può comunque generare posti di lavoro negli USA; un dato di fatto che però non pare rilevante nella visione economica di un consigliere-chiave della Casa Bianca come Peter Navarro, il quale ha recentemente confermato di ritenere il deficit commerciale (americano) una sorta di catastrofe. Chiaro dunque che non sarà facile avere rapporti distesi con uno dei primi Paesi esportatori al mondo come la Germania. E in effetti le parole di Trump in presenza della Cancelliera non sono state incoraggianti, sottolineando in modo sarcastico l’efficienza dei negoziatori tedeschi rispetto a quelli americani: insomma, in questo settore decisivo il futuro promette battaglia più che fruttuosa cooperazione.

La Germania non è un Paese europeo come gli altri, vale ricordarlo. È l’architrave dell’eurozona, e con l’uscita britannica dall’Unione è ormai un fattore determinante anche per la sicurezza e la difesa. Essendo tra le destinazioni privilegiate dai migranti che arrivano sul continente, è naturalmente lo Stato europeo che tende a fissare le regole del gioco in termini di circolazione delle persone.

Per tutte queste ragioni, se l’America di Trump non troverà una qualche sintonia con la Germania di Merkel (o del suo possibile successore Martin Schulz, che certo non sarà più gradito al Presidente rispetto a lei), l’Europa avrà un grosso problema. Ovvero, un problema in più oltre alle molte sfide che un’Unione invecchiata e insicura di sè deve affrontare.