Mediterraneo e non solo Russia: la NATO in cerca di una strategia olistica

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Tra mar Baltico (“fianco est”) e mar Mediterraneo (“fianco sud”), il centro geopolitico di gravità della NATO si chiama oggi mar Nero: l’insolito incontro di Varsavia tra i ministri degli esteri di Polonia, Romania e Turchia lo ha sintetizzato lo scorso 9 giugno. Se è vero che la questione russa e l’inquietudine dei paesi del blocco baltico-orientale rischiano di monopolizzare l’attenzione del prossimo vertice NATO (Varsavia, 8-9 luglio) a discapito delle altrettanto insidiose sfide provenienti da Mediterraneo e Medio Oriente, la stessa dicotomia “fianco est/sud” è sempre più fuorviante.

Basti pensare che la Crimea, penisola ucraina sul mar Nero annessa illegalmente dalla Russia nel 2014, rappresenta un prezioso collegamento marittimo e militare tra il porto continentale di Sebastopoli e le basi russe situate lungo la costa occidentale della Siria (come Tartus). Proprio il multiforme conflitto siriano ha posto la NATO di fronte all’urgenza di elaborare un approccio integrato alla gestione dei molti fronti di crisi aperti: un metodo che trascenda la “contrapposizione delle priorità” fra est e sud, puntando alla costruzione di un unico spazio di sicurezza che preservi la coesione dell’Alleanza Atlantica. L’invio da parte della Polonia di quattro F-16 nel quadro della coalizione internazionale che combatte il sedicente Califfato (per missioni di sola ricognizione), insieme a sessanta soldati delle Forze speciali per l’addestramento dell’esercito iracheno, sono segnali in questa direzione.

Il percorso “per” e “da” Varsavia 2016 rimane comunque complesso. Dal lato orientale della NATO c’è la Russia, un avversario definito e riconoscibile nonostante le tattiche a volte “ibride” (con massiccio uso di propaganda e contro-informazione) fin qui usate dai russi in Ucraina e altrove, come anche dagli alleati occidentali per affrontarlo; è un avversario verso il quale l’Alleanza cerca un equilibrio tra deterrenza (convenzionale e nucleare) e dialogo. Per rassicurare gli alleati dell’est, la NATO sta organizzando il dispiegamento a rotazione continua di quattro battaglioni multinazionali (circa 800 unità ciascuno) da posizionare in Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia. Lo scudo anti-missilistico Usa-Nato (per intercettare gli eventuali missili in provenienza dall’Iran) è stato inaugurato in Romania ed è in costruzione in Polonia. L’Artico è ormai regione di confronto geopolitico: la Svezia ha siglato un accordo di cooperazione che permette all’Alleanza di operare sul suo territorio e Vladimir Putin si è subito recato in Finlandia, paese che ha già siglato il medesimo host nation support agreement. Però, il Consiglio NATO-Russia è anche tornato a riunirsi formalmente dopo due anni  e Putin ha compiuto il suo primo viaggio europeo dal dicembre 2015 nella Grecia di Alexis Tsipras.

Dal lato meridionale della NATO, lo scenario è decisamente più confuso e frammentato. Le sfide provenienti dal sud, tutte interrelate, si chiamano disgregazioni statuali, migrazioni incontrollate, terrorismi di matrice jihadista  (il sedicente Stato Islamico innanzitutto). Siria, parte dell’Iraq e Libia sono “buchi neri geopolitici” propagatori di dinamiche transnazionali e di pulsioni separatiste.

La missione di sorveglianza Nato nel mar Egeo (lanciata nel febbraio 2016, per il monitoraggio e il contrasto al traffico dei migranti), in collaborazione con l’Agenzia Frontex dell’Unione Europea, potrebbe essere replicata nel Mediterraneo centrale. Tuttavia, per meglio definire il proprio ruolo nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, la Nato deve individuare obiettivi, mezzi e soprattutto partner locali: proprio la sicurezza cooperativa, pilastro del Concetto Strategico di Lisbona (2010), è lo scoglio sul quale, nella regione mediorientale, si è incagliata la proiezione di stabilità targata Nato, dopo gli anni del totalizzante impegno in Afghanistan.

I format di cooperazione pratica su base regionale come il Mediterranean Dialogue (MD, con Giordania, Egitto, Algeria, Tunisia, Marocco, Mauritania, Israele) e l’Istanbul Cooperation  Initiative (ICI, con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar, Kuwait) si sono rivelati deludenti. Sono infatti troppe le diversità e le rivalità intra-arabe nel settore della difesa (anche fra le “gemelle” monarchie del Golfo), in assenza di una vera controparte araba dell’Alleanza Atlantica.

Rilanciare la partnership tra la NATO e i paesi arabi rimane comunque una priorità di sicurezza: lo strumento d’azione potrebbe essere, al di là di MD e ICI, l’attivazione del Defense Capacity Building program (DCB), varato durante il Summit in Galles del 2014. Il DCB è un programma bilaterale di sostegno allo sviluppo dei security sectors nazionali: lo scopo è aumentare, tramite trasferimento di expertise e supporto materiale della Nato, la resilienza degli attori di sicurezza locali nei confronti di sfide anche transnazionali. Giordania, Iraq e Tunisia sono i primi paesi in lista: la Nato, nel quadro del DCB siglato con Baghdad, ha appena iniziato la formazione degli ufficiali dell’esercito iracheno ad Amman.

A un anno dalla firma dell’accordo sul nucleare fra 5+1 e Iran, la rivitalizzazione della cooperazione pratica fra la NATO e le monarchie del Golfo pare lontana. In parte, essa contribuirebbe a ri-bilanciare l’approccio occidentale nel Golfo, rispondendo anche a quel “balanced engagement” con le due potenze rivali, Riyadh e Teheran, auspicato dall’Alto Rappresentante UE, Federica Mogherini, nella European Union Global Strategy appena pubblicata.

Di certo, la notizia dell’apertura di rappresentanze permanenti presso la NATO da parte di cinque paesi della regione mediorientale (Qatar, Kuwait, Bahrein, Giordania e Israele) è un segnale positivo, ma che non può ridursi a una vuota formalità. La recente normalizzazione dei rapporti diplomatici fra Turchia e Israele è un significativo passo in avanti per la stabilità dell’area, così come l’avvio della détente fra Ankara e Mosca, proprio alla vigilia del Summit Nato.

Oltre alla questione del rapporto tra fianco est e fianco sud, sono molti i temi sui quali l’Alleanza Atlantica deve oggi trovare un equilibrio strategico, in grado di definire il suo raggio d’azione per i prossimi anni.

Perché difesa collettiva e gestione delle crisi non possono essere alternative l’una all’altra: attraverso il crisis management la NATO ha dimostrato di sapersi adattare al mondo post-bipolare. Allo stesso modo, il Readiness Action Plan (RAP, che triplica la Nato Response Force per rinforzare la difesa collettiva e attivare risposte sempre più rapide in caso di attacco) ) non può essere inteso come uno strumento di difesa del solo confine orientale dell’Alleanza. La “cooperazione complementare” tra NATO e Unione Europea rimane una questione da affrontare (che dire dei Battlegroups dell’UE teoricamente operativi dal 2007 e mai dispiegati?).

Nell’ultimo anno, l’intensità del dialogo tra i vertici delle due istituzioni è aumentata e ciò lascia presagire una graduale convergenza in termini di policies e soprattutto di obiettivi: lotta al terrorismo transnazionale, sicurezza energetica, marittima e cyber security sono gli ambiti in cui la sinergia NATO-UE può fare la differenza, come di recente evidenziato da un rapporto di ricerca del NATO Defense College in vista del vertice di Varsavia. Inoltre, una definizione congiunta NATO-UE sul tema dell’hybrid warfare consentirebbe un miglior sostegno, anche preventivo, ai paesi esposti a questo tipo di minaccia.

Per almeno tre ragioni, l’Italia può giocare un ruolo fondamentale nella ricomposizione politica di un quadro così frammentato: tradizione (lo spiccato ancoraggio euro-atlantico della sua politica estera), impegno (nelle missioni di supporto alla pace), sensibilità geografica (mediterranea ma attenta al dialogo con la Russia).

Formulare una strategia olistica sul profilo della NATO nel sistema internazionale odierno, in primo luogo nel Mediterraneo, sarà la vera sfida di Varsavia 2016 e ciò interpella la politica e la sua capacità di sintesi. Una sfida ancora più ardua, con un’Amministrazione statunitense in scadenza di mandato e le molte differenze di visione tra i paesi europei.

Rinviare alcune decisioni potrebbe essere il compromesso più facile: mai come ora potrebbe però essere fatale. Ecco perché, come alcuni osservatori hanno sottolineato, il Summit della NATO, specialmente quest’anno, non deve essere considerato come la meta di un percorso che giunge a definizione, ma piuttosto come una tappa, importante, di un processo più lungo e strutturato.