Macron e la mossa del cavallo

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Molti hanno considerato avventata la decisione di Emmanuel Macron di pronunciare un grande discorso sull’Europa a poche ore dai risultati elettorali tedeschi che rischiano di rendere più difficile il rilancio dell’integrazione europea. Il giovane Presidente francese ha invece mantenuto l’impegno già preso, pur sapendo di correre il rischio di essere considerato fuori della realtà di fronte a un contesto politico tedesco certamente poco incline a voli pindarici. D’altro canto, se avesse desistito o messo troppa acqua nel suo vino, sarebbe stato accusato di aver rinunciato a uno dei due pilastri su cui aveva costruito la sua campagna elettorale. Almeno per il momento la doppia trappola è stata evitata con destrezza e Macron è riuscito a pronunciare un discorso europeista di alto profilo, con il giusto mix di pulsione ideale, d’intento pedagogico e di concretezza.

Evidentemente tutti lo attendevano sulle proposte più controverse che riguardano la riforma dell’eurozona. Con un’abile mossa del cavallo ha invece spostato l’accento del discorso su temi molto più ampi. L’esordio e ampio spazio è stato dedicato ai temi della difesa, della protezione delle frontiere e della sicurezza dell’Europa. Non proprio l’esercito europeo, ma una serie di misure concrete che gli assomigliano molto. Sulla politica estera, la priorità da dare all’Africa e sull’immigrazione una serie di aperture nuove per la Francia che saranno sicuramente apprezzate a Roma. Segue una lunga lista di misure per rafforzare la competitività dell’economia europea e consolidare il suo modello sociale: dalla fiscalità, alla digitalizzazione, all’europeizzazione dei sistemi educativi, alla sicurezza alimentare, al rafforzamento degli strumenti di politica commerciale. Certo, su alcuni punti le proposte possono essere considerate troppo dirigiste e “francesi”, come sempre quando un rappresentante di quel paese pronuncia la parola “protezione”. Ugualmente la parte sulla fiscalità, con l’idea di armonizzare non solo la base imponibile ma anche i tassi dell’imposta sulle società, può essere considerata eccessiva. Lo stesso vale per la proposta di armonizzare i contributi sociali.

Il fatto di aver concentrato una larga parte del discorso sul rafforzamento delle strutture economiche e sociali dell’Europa dovrebbe, ma non è detto che sia sufficiente, evitare di focalizzare le reazioni contrarie sulle proposte nell’immediato più controverse che riguardano la riforma dell’eurozona. A questo proposito, senza aggiungere dettagli di grande rilievo a idee già formulate nei mesi passati, Macron ha tuttavia aggiustato il tiro. Le proposte di un Ministro delle finanze dell’eurozona, della trasformazione del ESM in un Fondo monetario Europeo e di un bilancio dell’eurozona sono mantenute, ma con alcune utili precisazioni. Il ruolo del bilancio sarebbe di attutire gli shock in caso di cambiamento repentino della congiunture e finanziare investimenti di interesse comune. È tuttavia specificato che il ruolo dei nuovi strumenti non è quello di “mutualizzare la riduzione dei rischi” (quindi niente eurobond), mentre la realizzazione delle necessarie riforme strutturali e il rispetto delle regole da parte di ciascuno è posta come condizione per progredire. Tutto ciò non sarà sicuramente sufficiente per superare le perplessità tedesche, ma dovrebbe almeno permettere di cominciare la discussione. Nell’impianto di Macron ci sono anche dei paletti che sarà bene siano letti attentamente e presi sul serio anche a Roma al fine di non creare eccessive illusioni.

Molti degli strumenti, economici e non, proposti da Macron prefigurano un sistema più federale anche se la parola è accuratamente evitata. Tuttavia sul piano istituzionale il discorso resta prudente. In questo senso l’approccio si situa nella tradizione funzionalista dei progressi graduali in cui l’evoluzione delle istituzioni segue quella delle politiche. Probabilmente per tener conto delle forti obbiezioni di Jean-Claude Juncker, è scomparsa la proposta di istituzioni separate e in particolare di un Parlamento dell’eurozona. È però rilanciata la proposta di liste transnazionali per le elezioni del parlamento europeo, affiancata da quella di ridurre drasticamente da ventotto a quindici il numero dei membri della Commissione. Si tratta di un’idea politicamente controversa, ma che contribuirebbe a rafforzare l’efficacia e l’autorità politica della Commissione.

Infine, c’è la questione del metodo. Alcune proposte richiederebbero chiaramente una riforma dei Trattati, ma il tutto è inserito in un processo evolutivo con un orizzonte che andrebbe fino al 2024; il problema della revisione non dovrebbe quindi porsi in tempi rapidi. Macron sposa interamente la prospettiva di un’integrazione differenziata con avanguardie libere di progredire, ma aperte. Mantiene però l’unità del sistema istituzionale.

Meno di due settimane fa, Juncker aveva iniziato il suo discorso al Parlamento europeo parlando di “finestra di opportunità” e di nuovo “vento nelle vele” dell’Europa. Le elezioni tedesche hanno creato il timore, forse eccessivo, che la finestra potrebbe chiudersi prematuramente e che le vele si sgonfino. Il discorso di Macron, che per molti versi si ricollega a quello del presidente della Commissione, tenta di rimettere il vento nelle vele. È troppo presto per sapere se si tratterà di uno spiffero o di una brezza sostenuta. Bisognerà dare il tempo alla politica tedesca di stabilizzarsi, è comunque improbabile che ciò basterà perché Macron sia invitato come ospite d’onore al prossimo congresso del partito liberale tedesco, ma sarebbe sorprendente se la nuova coalizione a Berlino volesse sottrarsi al confronto. Del resto le parole utilizzate danno l’impressione di essere state attentamente calibrate per aiutare Angela Merkel nel suo compito.

Macron ha chiuso il suo discorso con un richiamo a un’altra occasione storica: il discorso di Robert Schuman del 9 maggio 1950. C’è ovviamente una differenza fondamentale con l’approccio allora concepito da Jean Monnet che, proponendo la messa in comune del potenziale carbo-siderurgico, parlava di “progresso su un punto limitato ma decisivo”. Le proposte di Macron coprono invece un gran numero di questioni. Da un certo punto di vista ciò è la conseguenza inevitabile proprio del successo di quel “punto limitato ma decisivo”. Inoltre formulare un ventaglio di proposte che rischiano di essere criticate come un libro dei sogni, consente tuttavia di allargare il dibattito e di evitare veti troppo rapidi. C’è però un elemento comune nel metodo: anche Macron, come già Monnet/Schuman, propone di cominciare a discutere con chi ci sta senza aspettare gli altri. Il governo italiano sembra aver recepito il messaggio, ma non pare essere il caso dell’insieme delle forze politiche.



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