Lezioni danesi: clima e politica internazionale

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Quanto è accaduto – e non è accaduto – al summit di Copenaghen sul clima può essere letto al di fuori delle categorie del “successo” o del “fallimento”, e offrire così lezioni importanti su come funziona il sistema internazionale di oggi.

Una prima osservazione è che il metodo ONU (cioè il metodo che ha prodotto il Protocollo di Kyoto) ha raggiunto il suo limite pratico, e verrà sostituito da qualcosa di simile al G20. Lo si è visto nella generica dichiarazione finale, definita impropriamente “Copenhagen Accord”. Un breve testo redatto frettolosamente e soprattutto concordato fra appena cinque governi (Stati Uniti, Cina, Brasile, India, Sud Africa). A tutti gli altri è rimasta solo la scelta tra “prendere nota” o respingere. Un segno dei tempi.

Proprio come le intese raggiunte nell’ambito del G20, siamo di fronte a una semplice dichiarazione di intenti e non a un vero accordo – tantomeno un trattato vincolante. Gli accordi formali potranno certamente arrivare, e ci sarà bisogno di parametri precisi per calcolare chi fa cosa in termini di attività inquinanti o comunque dannose; ma la base per tali accordi sarà semmai un foro ristretto e non un’assemblea con quasi duecento delegati.
Del resto, questa realtà corrisponde al funzionamento della statistica sociale a qualunque livello: è il cosiddetto “principio di Pareto”, secondo il quale le ineguaglianze anche marcate sono un fatto inevitabile in un sistema complesso, e dunque pochi attori decideranno di fatto le sorti di molti. La formula di massima è quella “80-20” per cui, ad esempio, l’80% della ricchezza è solitamente detenuto da circa il 20% della popolazione di una data comunità. Parliamo di probabilità, è chiaro, ma con buona approssimazione questo è il fenomeno a cui abbiamo assistito anche nei negoziati sui cambiamenti climatici.

Seconda osservazione: lo stallo che è emerso a Copenaghen deriva da quella che possiamo definire la “banalità” dei problemi climatici e dell’ambiente: il fatto è che nella reale percezione dei leader (cioè al di là della retorica) quei problemi non rispondono (quantomeno, non ancora) a criteri di assoluta eccezionalità – come è stato invece il caso per la crisi economica esplosa nel 2008 o per gli attentati dell’11 settembre 2001. Copenaghen ha mostrato in tutta chiarezza che lo stile negoziale non si è discostato affatto da altri grandi negoziati in formato allargato: eccesso di aspettative, scontri di interessi tra maggiori potenze, accuse di collusione tra i “grandi” a danno dei “piccoli”, proteste dei “movimenti” (con tanto di immancabili black blocs). In sostanza, un negoziato come qualunque altro, su un tema molto serio ma anche terribilmente complicato nei dettagli, e dunque soggetto ad essere “scippato” per perseguire obiettivi che poco hanno a che fare con l’ambiente naturale. Abbiamo così assistito a costanti riferimenti al principio della sovranità nazionale, come anche alle ingiustizie del colonialismo occidentale e ai guasti del capitalismo. Nulla di nuovo sotto il cielo.

Terza osservazione, legata alle precedenti: agitare lo spettro della catastrofe (in questo caso climatica) non basta a mobilitare grandi risorse. E questo deve farci trarre un’importante lezione anche sul rapporto tra scienza e politica. Gli scienziati possono sintetizzare le loro conoscenze (dati e teorie), ma non possono fornire al decisore politico (né al grande pubblico) delle certezze che non hanno. Se tentano di farlo, vengono trascinati nel vortice della politica, e solitamente non hanno le competenze per uscirne vincitori – d’altro canto non è il loro mestiere. La linea da percorrere è sottile, perché è altrettanto vero che la scienza deve pur essere comunicata e divulgata per poter incidere sulla società. Non sembra, in ogni caso, esserci alternativa a ragionare in termini di incertezza e di rischio (in parte calcolabile come probabilità), piuttosto che di ultimo istante prima di una catastrofe certa.

Insomma, oltre a comprendere meglio le dinamiche del clima terrestre per poter valutare con più precisione l’impatto antropico, dovremo anche sforzarci di ricordare le dinamiche (tutte antropiche) che producono decisioni difficili da parte di governi e società in cui c’è una vasta circolazione di informazioni: nel XXI secolo, qualunque “consenso” fatica a durare. Nella nostra era di comunicazioni globalizzate, ha accelerato anche lo scambio delle idee, scientifiche e non; le politiche che hanno costi significativi vanno perciò sostenute nel tempo mediante un continuo lavoro di persuasione, oltre che con l’esercizio della leadership. E trasformare l’ambientalismo in ideologia non è la soluzione migliore.

Ultima osservazione: riguardo ad almeno un punto i cosiddetti “scettici” sul cambiamento climatico – o meglio, sulle “climate policies” ispirate allo schema di Kyoto – hanno avuto ragione: incentrare la discussione sui trasferimenti di risorse dai paesi più ricchi a quelli meno ricchi è rischioso, e forse perfino controproducente. Infatti, per reperire i fondi “ambientali” i paesi ricchi sono ora molto tentati di tagliare i tradizionali fondi per lo sviluppo. Ma se è davvero così, allora il super-scettico Bjorn Lomborg e i suoi alleati avevano identificato il pericolo giusto: l’agenda di Kyoto finisce per cozzare frontalmente con i programmi di lotta alla povertà estrema e ad alcune malattie tuttora diffusissime come la malaria. Forse è davvero opportuno riflettere meglio su come utilizzare le risorse effettivamente disponibili per un ventaglio di interventi a vantaggio dei più poveri – invece di imporre un’agenda ambientalista come quadro complessivo.

Mentre è indispensabile trovare e applicare il migliore mix di incentivi e disincentivi (cioè fissare regole) per favorire le energie pulite, è altrettanto essenziale che nel frattempo funzioni l’incessante meccanismo dell’innovazione a fini di profitto. Qui si deve evitare un equivoco ricorrente, cioè l’idea di una contrapposizione tra Stati e mercati: l’innovazione non è necessariamente del tutto spontanea, come dimostrano in modo lampante i primordi di Internet, l’industria spaziale o quella militare, con tutti i loro mille “spinoff” in altri settori. Tutti casi di massicci investimenti pubblici, oltre che privati. Come ha scritto spesso Thomas Friedman, la ricerca del profitto – e dunque la concorrenza – potrebbe risultare, come in passato, il nostro migliore alleato, a condizione di incanalare la ricerca e l’applicazione delle nuove tecnologie verso la trasformazione “verde”. Nonostante la confusione normativa nel settore energetico-ambientale, ciò si sta già verificando, sia nelle economie più avanzate sia in Cina o in India, anche se probabilmente a ritmi più lenti di quanto sarebbe possibile.
Più che alla prossima conferenza bisogna dunque prepararsi alla prossima gara competitiva, che è già cominciata.