Le due Coree: pochi passi che contano molto

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Kim Jong-un and Moon Jae-in meeting at the inter-Korean border

Il primo incontro tra i leader delle due Coree, il 27 aprile, deve essere analizzato da varie prospettive, e certamente nasconde serie insidie. In ogni caso, va riconosciuto il valore storico della presa di contatto, anche personale e umana, tra Kim Jong-un e Moon Jae-in.

Non è soltanto una fascia di separazione che sui due lati è pesantemente militarizzata ad essere tornata in gioco; sono gli equilibri nel Nord-Est asiatico, visto che una delle motivazioni di fondo per la forte presenza americana nella regione è proprio la difesa della Corea del Sud. E la penisola coreana nel suo assetto attuale – spaccata appunto tra due Stati tra i quali non esiste neppure un trattato di pace, con il Nord che persegue un programma nucleare illegale – influisce non poco anche sui rapporti incrociati tra Cina, USA, Giappone, e in certa misura Russia e Taiwan. 

E’ avvenuto soltanto un primissimo disgelo, e non ci si può illudere che la struttura dittatoriale e quasi ermetica del regime nordcoreano cambi d’incanto. Anzi, è giusto essere allerta di fronte ad alcune concessioni tattiche o puramente verbali – e non verificabili o realmente applicabili – che Kim sembra disposto a fare. In particolare, il concetto di “denuclearizzazione” evocato da tutti è di per sé troppo vago, come sappiamo da una lunga esperienza di meccanismi per il controllo e la riduzione degli armamenti.

Resta però il fatto che uno scossone allo stallo coreano potrebbe senza dubbio diventare un grande successo di politica estera per il Presidente Trump: ha avuto il merito di lanciare una fase diversa dal passato, sparigliando le carte del classico schema dei “Six Party Talks” e probabilmente facendo intravedere a Kim nuovi pericoli e nuove opportunità. Il particolare stile del presidente americano – brusco e diretto, altamente mediatico, poco propenso ad articolare dettagli – tende in modo naturale al superamento dei metodi diplomatici tradizionali; il problema è che finora non ha avviato, sul dossier coreano come su altri, il necessario stadio successivo come pars construens di assetti o accordi migliori.

Rispetto al regime di Pyongyang, per Trump comincia proprio ora la fase forse più delicata, soprattutto in vista del possibile summit a due con Kim: dalle dichiarazioni generali si deve passare a un negoziato vero e proprio, che diventerebbe serrato e spinoso se davvero si discutesse di misure di controllo degli armamenti e altri impegni militari reciproci. E’ chiaro infatti che la Corea del Nord farà di tutto per non cedere la sua arma esistenziale, cioè il possesso di una capacità missilistica nucleare, per quanto limitata e di incerta precisione. Vedremo come Washington saprà testare soluzioni creative, sia sul piano politico che tecnico.

Per ora si può fare almeno una semplice constatazione: in politica i gesti simbolici contano moltissimo, e sono dunque realmente un fatto di portata storica i pochi passi compiuti assieme da due leader coreani sui due lati della linea di divisione, che regge dal 1953. Comunque si sviluppi la vicenda, si è accesso un barlume di speranza che prima non c’era.




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