L'Arabia Saudita e la prova della successione

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Saudi Arabia's prince Mohammad bin Salman

È in corso nel regno saudita un ricambio generazionale, incentrato sulla figura di Mohammed bin Salman – figlio dell’attuale sovrano. I tentativi di introdurre graduali cambiamenti interni si intrecciano con un contesto regionale conflittuale e col declino delle rendite petrolifere. La leadership spinge per un ulteriore accentramento al fine di consolidarsi pienamente.

Fin dalla nascita del moderno Stato saudita all’inizio degli anni Trenta, le questioni dinastiche e petrolifere continuano a dominare le vicende del regno. Relegato per più di due secoli nelle retrovie dell’impero ottomano, questo Stato sorge in effetti con l’unificazione delle regioni dell’Higiaz e del Najd da parte dei Saud, che si installano al potere nel 1930; ma altrettanto decisiva è la creazione della Arabian American Oil Company nel 1933 (l’Aramco statunitense, poi nazionalizzata nel 1980 e ribattezzata Saudi Aramco).

Tuttavia, se fino all’inizio del xxi secolo, con l’eccezione delle due parentesi della guerra dello Yom Kippur e della conseguente crisi petrolifera del 1973 e della prima guerra del Golfo 1991-1992, il regno è rimasto tutto sommato seduto su se stesso, a partire dall’11 settembre 2001 è tornato prepotentemente alla ribalta. A sedici anni da quell’evento l’Arabia Saudita si trova sempre più al centro delle vicende mediorientali e – complice l’indebolimento dell’Egitto e l’offuscamento della Turchia – è diventata ora determinante per i futuri assetti del “Grande Medio Oriente”.


LA SUCCESSIONE IN CORSO. Lo scorso 21 giugno, re Salman bin Abdulaziz al Saud, sovrano saudita e custode delle due Sacre Moschee, ha elevato al rango di principe ereditario il figlio trentaduenne Mohammed bin Salman bin Abdulaziz al Saud (MbS, come lo hanno soprannominato i suoi sudditi): si è così aperta la strada, per la prima volta dalla fondazione del regno, a una successione dinastica in linea verticale, e non più “orizzontale” tra i figli di Ibn Saud. La nomina è avvenuta in una cornice di straordinaria solennità: a Mecca, negli ultimi giorni del mese sacro di Ramadan, alla vigilia della Laylat Al Qadr, la cosiddetta “notte del destino”, quando – si tramanda – i primi versetti del Corano furono rivelati al profeta Maometto. Ed è stata sostenuta dalla maggioranza (31 membri su 34) del Consiglio per la Successione del Regno, che riunisce i rappresentanti dei diversi rami della famiglia reale.

Il nuovo erede al trono, sposato due volte e con quattro figli, ha sempre lavorato a fianco del padre fin da giovanissimo, in qualità di capo della sua Corte (da noi diremmo capo di Gabinetto). Con la morte di re Abdallah e l’ascesa al trono di re Salman nel gennaio 2015, MbS era già diventato, a soli 29 anni, il più giovane ministro della Difesa nella storia del regno. Tre mesi più tardi, re Salman indicava quale principe ereditario (a scapito del fratellastro, principe Muqrin) suo nipote, il ministro dell’Interno, Mohammed bin Nayef bin Abdulaziz al Saud (soprannominato MbN), aprendo contestualmente la strada alla nomina di MbS quale vice principe ereditario e secondo vice primo ministro. Soprattutto, il sovrano delegava al figlio prediletto anche la presidenza del Consiglio per gli Affari economici del regno, uno dei due nuovi potenti comitati interministeriali di coordinamento voluti dal re per controllare l’attività della pubblica amministrazione (l’altro, il Consiglio per gli Affari politici e di Sicurezza, era affidato a MbN).

Grazie a quest’ultima posizione, negli ultimi due anni MbS si è fatto promotore della Vision 2030, un ambizioso programma di modernizzazione economica, di riforme sociali e dei costumi, senza precedenti nella pur breve storia di questo terzo regno saudita. Il giovane Mohammed bin Salman, consapevole dell’impossibilità di proseguire con un’economia di rendita petrolifera in un paese abitato da 23 milioni di cittadini sauditi che hanno delegato a 12 milioni di expat le attività manuali, si fa portatore delle istanze rinnovatrici di un’ampia maggioranza del suo popolo. La Vision 2030 mira, da un lato, a completare il progetto di sviluppo infrastrutturale del paese avviato dieci anni fa da re Abdallah; dall’altro, a terminare l’opera di modernizzazione economica e sociale immaginata a inizio secolo da re Fahd. Il nuovo piano è pensato per favorire l’evoluzione verso un modello capitalistico tradizionale attraverso una politica di privatizzazioni, nuove forme di finanziamento, un sistema fiscale moderno, un fondo sovrano. Ma la Vision è una rivoluzione economica che ne nasconde una sociale e culturale (“saudizzazione” della forza lavoro; quote rosa; liberalizzazione dei costumi) offrendo quel cambiamento che la società saudita ha a lungo atteso e che andrà inevitabilmente a incidere sul patto sociale fra casa reale e sudditi su cui si è finora retto il paese.


UNA SVOLTA BRUSCA E INATTESA. Lo stesso 21 giugno, re Salman ha disposto la rimozione da tutti gli incarichi del ministro dell’Interno e, fino ad allora, erede al trono, Mohammed bin Nayef. Si è trattato di un gesto forte e inatteso. MbN era considerato un “principe eroe”, artefice della vittoria su al Qaeda nel regno, che ha subito tre gravi attentati dai quali si è salvato quasi miracolosamente. Negli ultimi anni ha portato avanti un’azione decisa contro isis e il pericolo dei foreign fighters. Soltanto pochi mesi addietro il presidente francese Hollande lo aveva insignito della Legione d’Onore, ed era senza dubbio l’interlocutore privilegiato di Washington (sia con Obama che con l’arrivo di Trump): ancora nel febbraio scorso, il neodirettore della cia, Mike Pompeo, gli aveva conferito un’importante onorificenza per il suo impegno nella lotta al terrorismo. Al suo posto, anche per tutelarne l’eredità e salvaguardare il ramo Nayef della famiglia reale, il re ha nominato il principe Abdulaziz bin Saud bin Nayef, suo nipote trentenne e figlio del fratello maggiore di MbN (Saud bin Nayef, governatore della Provincia orientale, dove ci sono i giacimenti petroliferi e l’Aramco e dove risiede la minoranza sciita del regno). MbN non ha figli maschi e da diversi anni aveva nominato il nipote Abdulaziz suo consigliere al ministero dell’Interno.

La brusca e per certi versi brutale estromissione del principe Nayef dalla linea successoria e da tutti gli incarichi governativi, ha dato ampio spazio a ogni sorta di indiscrezioni e congetture. Sicuramente, dal giorno della sua deposizione, MbN è sparito dalla scena pubblica saudita. Si troverebbe ora in uno stato di confinamento nel suo palazzo di Gedda, con rari contatti con l’esterno. È chiaro comunque che si tratta di un’accelerazione del processo di cambiamento degli equilibri interni.


REGOLE E RICAMBIO GENERAZIONALE. La nomina di Mohammed bin Salman a principe ereditario e l’allontanamento di Mohammed bin Nayef, nonostante queste fossero ipotesi in circolazione da tempo, costituiscono l’ultimo atto della rapida ascesa del più giovane Mohammed al vertice del potere saudita: siamo di fronte alle dinamiche incerte del passaggio di potere dalla seconda alla terza generazione della famiglia reale. In aggiunta, sembra così delinearsi un’ulteriore frattura di natura generazionale tra i nipoti più o meno giovani del fondatore, rappresentati rispettivamente da MbN (nato nel 1959) e MbS (nato nel 1985).

Il fondatore dell’attuale regno saudita, re Abulaziz, meglio noto come Ibn Saud, si è risposato 22 volte (pur aderendo sempre alla regola islamica che impedisce a un uomo di avere più di quattro mogli contemporaneamente) e ha avuto almeno 36 figli maschi e 21 femmine, da cui discendono 7 o 8.000 principi e principesse (il numero esatto non è noto). Dopo la sua morte nel 1953, la successione reale è avvenuta tra i suoi figli maggiori, in via orizzontale e in maniera sostanzialmente ordinata: nel 1964, re Saud è stato deposto con il consenso della famiglia dal fratello Faisal, che poi fu ucciso nel 1974 da un nipote; i successivi re Khalid, Fahd e Abdallah hanno regnato fino alla morte per cause naturali.

Le regole della successione sono state cristallizzate da re Fahd con la Legge fondamentale del 1992, una sorta di documento costituzionale del regno il cui fondamento giuridico risiede in ogni caso nella legge islamica. L’articolo 5 della Legge fondamentale sancisce il carattere monarchico del regno e identifica la linea di successione tra i figli “più idonei” del fondatore e tra i figli dei loro figli. A integrazione dell’architettura giuridica sottostante alla successione reale, in linea con la prassi secondo cui la scelta del nuovo re non può avvenire senza il consenso della famiglia reale, nel 2006 re Abdallah ha istituito pro futuro (cioè con pieni poteri soltanto dopo la sua morte) il Consiglio per la Successione del regno, incaricato di identificare ed eleggere l’erede al trono. Il ruolo del Consiglio è rimasto a oggi sostanzialmente limitato ed è servito, come nel giugno scorso, a ratificare decisioni prese altrove.

Nel tentativo di rassicurare i diversi rami della famiglia reale, immediatamente dopo la nomina di MbS a principe ereditario, re Salman ha fatto emendare il testo dell’articolo 5 della Legge fondamentale per chiarire che “dopo i figli del fondatore, re e principe ereditario non potranno appartenere allo stesso ramo della famiglia reale”. Viene in questo modo esclusa – per ora – la possibilità che dopo il (presumibilmente lungo) regno di MbS il trono passi automaticamente in via verticale ai suoi figli, trasformando il ramo Salman della famiglia in una sorta di sottodinastia degli al Saud.


LE DINAMICHE DI UNA SVOLTA POLITICA E IL TENTATIVO DI ACCENTRAMENTO. Le tempistiche della nomina di MbS a principe ereditario rispondono senza dubbio alla volontà dell’attuale custode delle due Sacre Moschee di cogliere una congiuntura particolarmente favorevole al consolidamento dell’immagine e del potere del giovane figlio.

Anzitutto, la visita di MbS negli Stati Uniti nel marzo scorso e quella di Trump in Arabia Saudita a maggio sono servite a accreditarlo presso la nuova amministrazione americana. È stato così rinverdito il tradizionale legame tra la famiglia regnante saudita e la first family dopo gli anni dei difficili rapporti con il presidente Obama. Per il regno, l’America è e rimane l’allea-

to indispensabile. Sin dallo storico incontro tra Franklin Delano Roosevelt e re Abdulaziz nel 1945 a bordo della corazzata Quincy, gli al Saud hanno sempre cercato di avere un rapporto diretto e privilegiato con la Casa Bianca. Così è stato con Truman e Eisenhower, con il clan dei Kennedy, con Nixon e Reagan, con Bush padre e figlio, e con i Clinton. Un rapporto che si è fatto più teso nel primo mandato di Obama e poi praticamente spezzato durante il secondo.

L’altro aspetto decisivo è che MbS è riuscito negli ultimi mesi ad ampliare enormemente il proprio controllo sulle strutture nevralgiche del potere, specialmente a scapito del cugino e rivale MbN, e a consolidare il consenso di cui gode nella famiglia reale grazie alla nomina di giovani principi – in rappresentanza dei diversi rami degli al Saud – a lui vicini, anche e soprattutto per età e visione.

La transizione è in effetti di portata ampia. Tra aprile e maggio, il sovrano ha disposto la sostituzione di alcune importanti cariche: tra gli altri, il ministro della Cultura, il ministro della Funzione pubblica, il vicedirettore dei servizi di intelligence e il nuovo ambasciatore a Washington (il figlio ventottenne, Khaled bin Salman, fratello minore di MbS). Ha poi designato nuove figure istituzionali: vicegovernatori regionali, viceministro per l’Energia, consigliere per la Sicurezza nazionale (a capo di un nuovo National Security Center alle dirette dipendenze della corte reale). Soltanto pochi giorni prima del cambio di erede, il sovrano ha ordinato la creazione di un nuovo Ufficio del pubblico ministero, sottraendo ulteriori competenze al ministero dell’Interno (il nuovo pubblico ministero sarà formalmente indipendente, ma rimarrà responsabile nei confronti della corona).

Il processo di accentramento degli organi deputati al controllo e alla sicurezza del territorio in seno alla corte reale (a scapito del ministero dell’Interno) è continuato lo scorso luglio con la decisione del re di riassegnare tutte le funzioni legate al contrasto del terrorismo (polizia segreta, forze speciali di emergenza, unità per controllo delle comunicazioni e database nazionale di sicurezza) a un nuovo organo posto alle dirette dipende della corona: la Presidency of State Security. A guidarla sarà il generale Abdulaziz al Huwairiny, già capo dell’intelligence interna (Mabahith, o General Investigation Directorate: cioè, la polizia segreta).

Rimane per il momento fuori dal controllo diretto della corte reale e del nuovo principe ereditario soltanto la Guardia nazionale, una forza di fanteria leggera con una presenza radicata su tutto il territorio e composta da elementi tribali, deputata originariamente alla protezione personale della famiglia reale. Re Abdallah è stato a capo della Guardia nazionale per oltre quarant’anni e ne aveva fatto la roccaforte del suo potere. Aveva usato la posizione per coagulare il consenso della famiglia intorno alla sua figura a scapito di altri fratelli, in particolare i cosiddetti “Sudairi” (i sette figli, tra cui re Fahd e l’attuale re Salman, che Ibn Saud ha avuto da Hassa bin Ahmad al Sudairi, appartenente a una influente tribù del Nejd, la zona centrale dell’Arabia Saudita dove si trova la capitale Riyad e da dove provengono anche gli stessi al Saud).

L’attuale ministro della Guardia nazionale, principe Mitab bin Abdallah bin Abdulaziz, gode (come suo padre, che lo ha nominato in questo ruolo nel 2010) di considerevole influenza. Secondo alcune ricostruzioni, Mitab sarebbe uno dei tre membri del Consiglio per la Successione del Regno a non aver votato in favore della nomina di MbS a principe ereditario lo scorso giugno, anche se ha sempre manifestato la massima lealtà nei confronti del re. Gli altri due sarebbero il principe Muqrin bin Abdulaziz e il principe Ahmed bin Abdulaziz, entrambi fratelli di re Salman. Da più parti ci si chiede se questi principi possano rappresentare un ostacolo alle ambizioni di Mohammed bin Salman. Muqrin bin Abdulaziz non è più giovane con i suoi 72 anni, e si è distanziato dagli affari di corte da quando vive per la maggior parte del tempo in Svizzera. Ahmed bin Abdulaziz è più giovane (60 anni) ed è anch’esso, come il sovrano, un Sudairi (lui e il re sono gli ultimi due Sudairi ancora in vita).

Il principe Ahmed non ha tuttavia l’autorevolezza necessaria per sfidare l’erede, malgrado abbia un certo seguito tra alcuni membri più conservatori della famiglia. Nel 2012 l’allora re Abdallah lo aveva nominato ministro dell’Interno, ma dopo pochi mesi lo ha destituito. Da allora non ha più ricoperto incarichi di governo.

ASPETTANDO IL RE. Sul piano internazionale, la crisi con il Qatar (acutizzatasi dal giugno scorso) e le tensioni che ne sono scaturite hanno anch’esse contribuito a realizzare l’occasione propizia per la nomina del nuovo erede al trono. Dopo l’intervento militare della coalizione a guida saudita nello Yemen dal 2015[1], la questione qatariana (con le dure sanzioni e la condanna diplomatica degli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo per il presunto sostegno al terrorismo) ha definitivamente consolidato l’asse saudo-emiratino; si è, in particolare, cementato il legame personale tra Mohammed bin Salman e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed (56 anni), che di MbS è stato ed è il principale sostenitore. Il binomio MbS-MbZ è di fatto già una realtà ed esercita un notevole fascino sui coetanei sauditi ed emiratini. Le nuove generazioni si identificano nei due principi, in quanto vedono in loro un Medio Oriente dove tradizione e modernità riescono a convivere in armonia.

Nessun sovrano saudita dal dopoguerra è mai salito al trono senza il consenso della famiglia, degli Stati Uniti e delle tribù. Negli ultimi due anni, MbS ha senza dubbio saputo guadagnarsi il favore degli americani e in particolare della nuova amministrazione Trump; ha aumentato la propria influenza e prestigio all’interno della famiglia reale, allargando ai cugini più giovani le maglie del potere; e si sta conquistando la fiducia popolare (soprattutto delle nuove generazioni che costituiscono il 60% della popolazione saudita) con la Vision 2030 e i programmi di modernizzazione (e liberalizzazione) del paese.

È soltanto questione di tempo perché si assista all’ascesa al trono di MbS. Re Salman, che sin dall’inizio ha mostrato una forte propensione a delegare, accarezza infatti da tempo l’idea di un’abdicazione in favore del figlio prediletto. Secondo le voci più accreditate i tempi sono maturi. A fine luglio, prima di partire per un mese di vacanza in Marocco, in continuità con la prassi instaurata ai tempi di re Fahd quando l’esercizio dei poteri reali era stato ripetutamente delegato al principe ereditario (il futuro re Abdallah), re Salman ha affidato la gestione di tutti gli affari del regno al figlio, in una sorta di prova generale del prossimo cambio di leadership.

Si tratta di uno scenario inedito per il paese, che lascia aperte molte incognite circa la capacità della nuova dirigenza di garantire la sicurezza del regno, la coesione della famiglia reale e la posizione internazionale (probabilmente ancora più assertiva) dell’Arabia Saudita. Ma Mohammed bin Salman, pur con tutta la sua irruenza, per la sua giovane età e per il messaggio di modernizzazione di cui si è fatto latore, è anche la risposta del regno a quella preponderante fetta di leadership e di opinione pubblica internazionale che da tempo, e ad alta voce, chiede all’Arabia Saudita di scrollarsi di dosso un anacronistico e per certi versi (si pensi alla condizione femminile) antistorico retaggio culturale.

In un mondo, quello del Grande Medio Oriente, indubbiamente più hobbesiano della kantiana “Europa Felix”, è difficile immaginare dei rivolgimenti di tale entità senza degli scossoni.



[1] La coalizione del 2015 include a pieno titolo (oltre all’Arabia Saudita) Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Marocco e Sudan. Altri paesi hanno fornito sostegno logistico e aiuti di varia natura: Stati Uniti, Djibouti, Eritrea e Somalia.



Questo articolo fa parte di Aspenia 78 - Relazioni pericolose (edizione cartacea).




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