La visione Indo-Pacifica di Trump non intacca le nuove vie della seta

backPrinter-friendly versionSend to friend

La visione di una regione “Indo-Pacifica aperta, libera, prospera e inclusiva” proposta dal Donald Trump ai paesi dell’Estremo Oriente è osservata con attenzione da Pechino, ma non ne intacca al momento l’ascesa al rango di potenza regionale. Il Presidente americano ha deciso di rivisitare il Pivot to Asia lanciato dall’amministrazione Obama e di imperniare la sua nuova strategia per contenere la Cina sul coinvolgimento di Giappone, India e Australia nel rinnovato dialogo quadrilaterale di sicurezza (abbreviato quad).

I contorni della visione “Indo-Pacifica” sono per ora sfocati. La sua principale debolezza è la mancanza di un progetto economico multilaterale in grado di contrastare le iniziative commerciali e gli investimenti cinesi nella cornice della Belt and Road Initiative (BRI, o “nuove vie della seta”). Fonti anonime interne al governo di Canberra, intervistate dall’Australian Financial Review, riportano che il quad avrebbe cominciato a discutere una mossa del genere, ma è presto per capire se e come prenderà piede. Questa mancanza è frutto della postura protezionistica di Trump, che circa un anno fa ha annunciato il ritiro dalla Trans Pacific Partnership (Tpp), trattato commerciale siglato ma non ratificato da Washington nel 2015, assieme a 11 altri Paesi del Pacifico. Lo sviluppo dell’accordo di libero scambio a cavallo dell’Oceano Pacifico lanciato per isolare la Cina è ora in mano al Giappone, ma l’assenza statunitense potrebbe pesare sul suo futuro. Invece, Pechino promuove in maniera pressoché indisturbata la BRI. L’iniziativa ha grandi potenzialità economiche, ma nell’anno appena terminato non ha sempre incontrato il consenso dei paesi partner. L’assenza di una strategia commerciale statunitense improntata al multilateralismo potrebbe fornire alla Cina il tempo per aggiustare il tiro.

 

Il rilancio del quad 

Il quad, promosso per la prima volta nel 2007, è stato riportato in vita lo scorso novembre, a margine del vertice Usa- ASEAN (l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico) nelle Filippine. Washington, Tokyo, Canberra e Delhi sono accomunate dalla preoccupazione per l’assertività della Cina sul piano economico e militare. Quest’ultima, simboleggiata dalla costruzione di isole artificiali a largo degli arcipelaghi Paracel e Spratly nel conteso Mar Cinese Meridionale, dipende in parte dal processo di modernizzazione dell’Esercito popolare di liberazione (Epl).

La riforma delle forze armate cinesi (ancora in corso) non solo ha permesso al presidente Xi Jinping di consolidare il proprio controllo su di esse, ma ha accelerato la loro progressione e stimolato la loro capacità di condurre operazioni congiunte ben al di fuori del territorio nazionale. La Cina ha fornito un assaggio dei miglioramenti sin qui raggiunti durante la parata militare di Zhurihe (Mongolia Interna), svoltasi lo scorso agosto in occasione del 90° anniversario della fondazione dell’Epl.

Le forze armate cinesi devono fare ancora molta strada per colmare il divario che le separa dall’apparato militare USA in termini di budget, arsenale a disposizione ed esperienza sul campo di combattimento. Tuttavia, ad oggi la strategia navale di Pechino non è stata sostanzialmente intaccata dalle operazioni per la libertà di navigazione (anche note con l’acronimo Fonops) condotte da Washington a largo delle isole artificiali cinesi. I membri del quad potrebbero intensificare questo genere di attività per smentire le pretese di sovranità cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Alimentando così la tensione con Pechino. In tale contesto, la Cina di certo non gradisce il potenziamento dell’arsenale militare (già in corso) del Giappone, gli sforzi del premier Shinzo Abe per normalizzare lo status delle sue Forze armate e l’intenzione di estendere i propri interessi di politica estera fino all’Oceano Indiano.

Sul fronte economico, la necessità più volte ribadita da Trump di riequilibrare la bilancia commerciale con i paesi dell’Asia-Pacifico e la sua propensione agli accordi bilaterali non sono viste favorevolmente da questi ultimi: gli stati dell’ASEAN sono grandi esportatori, dunque la stretta protezionista americana li danneggerebbe. Il loro timore è che Washington faccia valere facilmente il suo peso politico ed economico in fase negoziale.

Le nuove vie della seta

Tale sentimento agevola la strategia della Cina, che si sforza di promuovere la Free Trade Area of Asia Pacific (Ftaap), pensato originariamente come progetto alternativo al Tpp, e soprattutto le nuove vie della seta per consolidare i rapporti con i paesi vicini.

La scelta di inserire il perseguimento” della BRI nello statuto del Partito comunista cinese (Pcc) ha definitivamente riconosciuto l’iniziativa come perno della politica estera dell’Impero del Centro nel suo processo di “risorgimento”, e come leva per proporre nel lungo periodo un proprio ordine regionale e globale alternativo a quello statunitense.

Vietnam e Filippine sono tra i principali critici dell’assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale. Eppure mancano d’incisività nel far valere le proprie ragioni nei rapporti bilaterali con Pechino, perché non vogliono rinunciare alla collaborazione economica con la Repubblica Popolare. Manila ha vinto una sentenza d’arbitrato nella disputa marittima con il Dragone, ma il presidente filippino Rodrigo Duterte ha deciso di congelare la questione. Magari per usarla come leva negoziale in futuro, conscio della posizione strategica del suo paese come snodo fondamentale della cosiddetta “prima catena di isole” che ostacolano l’accesso della Repubblica Popolare all’Oceano Pacifico. Pechino spera di appianare le dispute con Hanoi e Manila bilateralmente e sostiene la realizzazione di un codice di condotta per risolvere questo tipo di contese. Ad ogni modo, la Repubblica Popolare difficilmente cambierà strategia nel Mar Cinese Meridionale, considerato strategico per tutelare le rotte commerciali che legano il paese all’Occidente e per difendere le sue coste da potenziali attacchi da Est.

L’India è il paese che più si oppone allo sviluppo delle nuove vie della seta. Lo Sri Lanka fa parte della sfera d’influenza di Delhi ma – dopo una lunga contrattazione – ha concesso alla Cina la gestione del porto di Hambantota. La preoccupazione indiana per l’ascesa cinese è la principale ragione del faccia a faccia tra i soldati dei due paesi avvenuto nell’estate 2017 nell’area del Doklam, contesa tra Bhutan e Repubblica Popolare. I successivi segnali di disgelo tra le potenze asiatiche non devono trarre in inganno: tra Pechino e Delhi permane la diffidenza e basta una scaramuccia tra le rispettivi truppe in uno dei territori contesi lungo la catena himalayana per far riaffiorare la tensione.

L’India non gradisce inoltre il rafforzamento dell’asse Cina-Pakistan. Questo è stato rinvigorito dalla recente sospensione degli aiuti militari di Washington a Islamabad e dall’introduzione del Pakistan in una speciale lista d’osservazione di paesi a rischio per la libertà religiosa. Pechino e Islamabad stanno collaborando strettamente per sviluppare il corridoio economico tra la regione cinese del Xinjiang e il porto pakistano di Gwadar, che permetterebbe alla Cina di avvalersi di uno sbocco all’Oceano Indiano. La collaborazione sino-pakistana riguarda anche la lotta al terrorismo. Pechino vuole infatti prevenire il ritorno nella Repubblica Popolare dei jihadisti di etnia uigura, minoranza musulmana e turcofona che abita nel Xinjiang. In tale contesto, Cina e Pakistan cercano la sponda dell’Afghanistan, cui è stata proposta l’estensione del sopramenzionato corridoio – e dove l’impegno militare americano non accenna a ridursi

Al di là delle conflittualità strategiche, anche Usa e Giappone sembrano riconoscere i potenziali vantaggi economici provenienti dall’iniziativa cinese. Tokyo ha annunciato che finanzierà la collaborazione tra le sue aziende private e quelle cinesi nell’ambito della BRI. Inoltre, la statunitense General Electric ha firmato un accordo con il Silk Road Fund, che finanzia i progetti nell’ambito della BRI, per avviare una piattaforma congiunta d’investimenti nell’ambito energetico.

Gli intoppi della BRI

Nel 2017, la BRI ha raggiunto notevoli risultati economici. Basti pensare che il commercio tra la Cina e i paesi che partecipano all’iniziativa ha superato i 780 miliardi di dollari. Tuttavia, in alcuni casi la scarsa trasparenza dei progetti ha alimentato i dubbi dei paesi coinvolti. Recentemente, Pakistan, Myanmar e Nepal si sono ritirati da tre accordi presi con Pechino perché insoddisfatti delle condizioni fissate. Complessivamente i progetti avevano un valore di 20 miliardi di dollari. Una soluzione per superare la diffidenza attorno alla BRI sarebbe elevare ulteriormente il grado di trasparenza e affidabilità dei progetti e accogliere in misura crescente le imprese straniere nella Repubblica Popolare.

Seppur lentamente, Pechino ha già avviato entrambi i processi. Il ministro degli Esteri cinesi Wang Yi ha affermato che nei prossimi cinque anni la Repubblica Popolare importerà prodotti e servizi per un valore di 8 trilioni di dollari. Inoltre, la Suprema corte del popolo cinese (massimo tribunale del paese) introdurrà un meccanismo di risoluzione delle dispute tramite una corte internazionale commerciale con quartier generale a Pechino. Le sedi di Xi’an e Shenzhen si occuperanno rispettivamente delle controversie lungo la rotta terrestre e marittima della BRI. Non è chiaro fino a che punto questo sistema sarà appetibile agli occhi dei paesi partner, visto che è incardinato nel sistema legale della Repubblica Popolare. Tuttavia, nel medio periodo la Cina potrebbe sfruttare lo scarso fascino suscitato dalla visione “Indo-Pacifica” di Trump per perfezionare ulteriormente il modello di cooperazione con gli Stati dell’Estremo Oriente nella cornice della BRI e mostrarsi più affidabile ai loro occhi.



* Testo aggiornato il 20 febbraio 2018.



Leggi anche:

La Cina e il nuovo ordine euro-asiatico
Jacopo Maria Pepe

Il “Pivot to Asia” visto dall’Asia e il caso Filippine
Fabio Tana