La sfida del populismo in stile giapponese

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Yuruko Koike and Shinzo Abe

E’ uno strano scenario quello delle elezioni anticipate del 22 ottobre volute dal premier giapponese Abe Shinzo. Le ha indette infatti il capo di un governo che gode di una maggioranza solidissima e dunque in grado non solo di governare senza tema di imboscate e di fare fronte alle eventuali emergenze (crisi coreana compresa), ma anche di emendare la costituzione in sintonia con le sue scelte nazionaliste.

Eppure il responso delle urne non è scontato, perché potrebbe derivarne la conferma di un sommovimento che viene da lontano e che fu già all’origine della clamorosa sconfitta subita nel 2009 del Partito Liberal Democratico (Jiminto) ad opera del Partito democratico del Giappone. Il trionfo elettorale di Abe nel 2012, che riportò al potere il Jiminto e che si è ripetuto nel 2014 e 2016, poteva indurre a pensare che quella fosse stata solo una parentesi effimera. Invece il problema della tenuta di un sistema di potere incapace di rinnovarsi era posto. Ed ora torna di attualità, grazie all’esplosione di un modo di fare politica che richiama da vicino il populismo europeo e nordamericano.

E’ proprio per arginare la crescita populista che Abe ha indetto le elezioni anticipate. Il suo scopo è disporre di una fresca conferma popolare (che gli consentirebbe di diventare il più longevo premier del Giappone democratico e di liberarsi della fronda interna al suo stesso partito) dopo la bruciante sconfitta subita a luglio nella competizione per la poltrona di governatore di Tokyo, appannaggio di Koike Yuruko (ex Ministra della difesa proveniente proprio dalle fila del Jiminto). In quell’occasione il Jiminto era stato soverchiato da una formazione ad hoc appena nata con il significativo nome di “Tokyesi first”, a imitazione del noto slogan di Donald Trump America first. Ora si tratta per Abe di prendere in contropiede la fondatrice, Koike Yuriko, non dandole il tempo di consolidare la sua popolarità né di affinare un programma valido per l’intera nazione.

Koike ha saputo rispondere alla mossa di Abe creando dal nulla in poche ore un vero e proprio partito, il Kibo no To (Partito della speranza) che ha subito mostrato di godere di discreto seguito a livello nazionale. Ma ha ritenuto di non potersi dimettere solo pochi mesi dopo l’elezione a governatore; pertanto ha rinunciato a competere per un seggio alla Camera bassa ed eventualmente a diventare il nuovo premier (che per legge deve essere membro del Parlamento). Il risultato è che ha spiazzato il suo elettorato e già i sondaggi mostrano che sta perdendo consensi, sebbene la sua discesa in campo abbia rivoluzionato lo stantio quadro politico nipponico: in ogni caso è stato fornito un nuovo, inaspettato punto di riferimento alle forze di opposizione. L’attuale governatore ti Tokyo ha infatti stabilito un’alleanza con Ishin no Kai (il Partito del rinnovamento), che come Kibo si batte contro il centralismo e ha un buon seguito nel Kansai (la regione di Osaka, seconda città del paese). Soprattutto ha provocato l’autodissoluzione del Partito Democratico, formazione che fino allo scorso anno si chiamava Partito Democratico del Giappone e maggiore forza di opposizione: molti suoi parlamentari, compreso il leader, Maehara Saeji, sono confluiti nel raggruppamento di Koike, che ha potuto così presentare candidati pressoché in tutte le circoscrizioni.

L‘ala liberale e progressista del PD, connotata in senso pacifista e guidato da Edano Yukio, ha rifiutato di aderire a Kibo, il cui programma, nella parte dedicata alla sicurezza, è decisamente di destra. E’ nato così il Partito Costituzionale Democratico. Questo ha già formato una coalizione con gli altri due tradizionali raggruppamenti di sinistra, il Partito Comunista e quello Socialdemocratico, e dovrebbe avere anche l’appoggio della maggiore confederazione sindacale. Così il “bipartitismo imperfetto” giapponese degli ultimi anni, sintetizzabile in un confronto destra-sinistra dai contorni vaghi e poco definiti ideologicamente, si è trasformato in apparenza in uno scontro tripolare: alla opzione della stabilità fornita dal Jiminto spalleggiato dai buddhisti del Komeito si contrappongono a destra e sinistra due alternative “estreme”, l’una sempre più a guida comunista, l’altra rappresentata da una donna legata ad associazioni shinto di estrema destra, promotrice di un partito che vuole essere nel contempo conservatore e riformista. Nella pratica comunque continua a non esserci una alternativa al Jiminto del premier Abe. Al massimo si riscontrerà un ulteriore aumento dell’astensionismo, che non dovrebbe nuocere in termini di seggi al partito di maggioranza.

Il 10 ottobre è cominciata ufficialmente la brevissima campagna elettorale e non si possono escludere colpi di scena. Ma Abe ha mostrato finora di sapere gestire la situazione. Agli avversari che gli contestano la mancanza di risultati della Abenomics e soprattutto si affidano, per erodere la sua popolarità, alla viscerale ostilità dei giapponesi verso l’aumento delle imposte indirette (malgrado tale aumento sia solo dall’8 al 10% e debba scattare tra due anni), ha risposto ponendo la sordina sulle questioni economiche. Ha invece sottolineato come ora la priorità sia affrontare la crisi coreana, l’unica cosa che preoccupa i giapponesi più dell’aumento dell’IVA. Facile per lui mostrarsi il più adatto a gestire una situazione complicata, dove occorrono esperienza, fermezza, ma anche destrezza diplomatica e buone relazioni (a partire dall’amicizia con Trump). Abe, per venire incontro agli umori della gente, ha poi modificato alcune tesi economiche, dimenticando gli stimoli fiscali alle imprese e il pareggio di bilancio entro il 2020 per fornire rassicurazioni sul welfare, specialmente strizzando l’occhio ai giovani.

Koike, da parte sua, ha giocato fino in fondo le proprie carte, di stampo populista, compresa la telegenicità. Il suo slogan di fondo è qualcosa che somiglia alla lotta contro la “casta” e i “poteri forti” non meglio definiti. L’onestà è richiamata indirettamente nel cosiddetto “diritto a conoscere”, che poi è un modo per denunciare gli scandali relativi a favoritismi a Istituti di istruzione privati di estrema destra, tra cui Moritomo Gakuen e Kake Gakuen, in cui Abe è incappato negli ultimi tempi. Inquadrabili in un’ottica “populista” sono molti dei punti  del programma elettorale frettolosamente preparato. Si sbandierano ad esempio il “reddito minimo di base”, asili gratuiti per i bambini, e la tassazione – oltre agli utili – anche delle rendite delle grandi corporation (che, secondo alcuni calcoli, ammonterebbero a 2500 miliardi di dollari). Ci sono poi le “opzioni zero”, che vanno dal fumo passivo all’affollamento dei treni, dall’inquinamento da polline allo stop definitivo al nucleare nel 2030. Poi naturalmente c’è il no all’aumento dell’IVA –  punto che accomuna l’opposizione di qualunque colore. E’ un modo sicuro per attirare consensi, ma anche la conseguenza di un dubbio ragionevole. E’ vero infatti – come sostiene Abe – che l’economia ha ripreso ad avanzare (ormai da 58 mesi consecutivi, e nel secondo trimestre 2017 ad un tasso del 2,5%), ma è altrettanto vero che la deflazione non è sconfitta, che i consumi non sono stati rilanciati e che le imprese, pur ottenendo grandi profitti, si guardano bene dal reinvestirli o dal concedere aumenti di salari.

Koike d’altra parte è tutt’altro che una sprovveduta. Ha militato per lungo tempo nel Jiminto ed è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di Ministro della Difesa. Si considera un “animale politico” come il suo mentore, Koizumi Junichiro, anticonformista primo ministro dal 2001 al 2006. Non gioca affatto a spaccare tutto o a isolarsi, e per questo si è tenuta le mani libere. Il suo scopo, che è poi quello di tutta l’opposizione, non è andare direttamente al potere, ma indebolire Abe fino a renderlo vulnerabile di fronte ai suoi nemici interni. Il premier ha già posto chiari paletti: continuerà a guidare partito e governo se la coalizione Jiminto-Komeito otterrà – come pochi dubitano – la maggioranza dei seggi, ovvero 233 (contro gli attuali 322). Ma se l’emorragia dei seggi a favore di Kibo arrivasse al livello di 50-60, Abe rischierebbe di essere un’anatra zoppa e dunque si aprirebbero nuovi scenari, compresa l’ipotesi di una grande coalizione. In tal caso in pole per succedere ad Abe con la benedizione di Koike ci sono noti esponenti del Jiminto, come Kishida Fumio e Ishiba Shigeru, rispettivamente ex ministro degli Esteri e della Difesa.

I presupposti politici ci sarebbero, perché Kibo è in linea con il Jiminto sul concetto di autodifesa collettiva, sulle leggi relative alla sicurezza varate dal 2015, sul revisionismo storico, sullo spostamento della base americana di Futemna (Okinawa). Sul punto chiave della revisione della Costituzione e la fine del pacifismo integrale Koike è anzi più a destra di Abe, perché è favorevole a cambiare i paragrafi relativi alla rinuncia alla guerra mentre l’attuale premier è ora orientato a mantenerli, limitandosi ad aggiungerne uno che dia piena legittimità e chiarezza di intenti alle Forze di autodifesa. Koike è anche più anticinese di Abe e più disponibile all’idea di un Giappone trasformato in potenza nucleare. Quanto al nucleare civile, le differenze sono più di apparenza che di sostanza: l’obiettivo dello stop nel 2030 si accompagna infatti alla richiesta di aprire tutte le centrali “sicure” fino a quella data.  Perfino le ricette finanziarie, riassunte nella Yurinomics, sono più una correzione che una bocciatura dell’Abenomics.



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