La scommessa spericolata del sovranismo. Conversazione con Stefano Feltri

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"Il consenso ai sovranisti si spiega con la diffusa percezione – talvolta anche fondata – che il Leviatano sia venuto meno alla sua missione, che abbia abbandonato i suoi sudditi allo stato di natura di una globalizzazione che prevede pochi vincitori e molti vinti".

Aspenia online: Discutiamo del complesso fenomeno del “sovranismo” con l’autore di “Populismo sovrano” (Einaudi). Nel libro si spiega come il recupero della sovranità sia al centro della sfida che definiamo “populista”. I cittadini reclamano un diritto di decisione, e per così dire ritirano la delega ai loro governanti. Se però si sottolinea anche con grande enfasi che la sovranità spetta al popolo, prima ancora che allo Stato (e alle sue leadership), le istituzioni statuali sono ancora le naturali detentrici degli attributi “sovrani”? Siamo insomma di fronte a uno scontro radicale tra i fattori essenziali – popolazione e strutture di governo – che compongono gli aggregati politici e sociali?

Stefano Feltri: Perfino il grande teorico dello Stato sovrano, Thomas Hobbes, concepiva l’ipotesi che i sudditi potessero invalidare quel contratto tra loro stipulato che ha concesso al Leviatano l’esercizio della sovranità. Poiché la fonte di legittimità dello Stato, nell’ottica di Hobbes, non è divina ma pattizia, il Leviatano ha diritto a esercitare la sua supremazia sui singoli individui finché è capace di fare ciò per cui è stato creato: proteggere i cittadini dall’anarchia e dalla violenza che derivano dallo stato di natura, la condizione (non storicamente sperimentata ma che incombe come minaccia permanente) in cui tutti gli interessi sono equivalenti e, senza un’autorità sovraordinata, prevalgono quelli di chi riesce a imporsi con la forza.

E’ così che si deve leggere il consenso raccolto oggi dai sovranisti. Il problema è che nell’ottica di Hobbes, morto un Leviatano se ne fa un altro: si può passare da un'autorità all’altra, ma revocare la delega della sovranità senza avere un’alternativa migliore equivale a realizzare lo scenario tanto temuto dello stato di natura. E’ questo il limite dei sovranisti, che reclamano la sovranità ma non sanno bene che farne una volta che l’hanno riconquistata. Enfatizzano l’importanza di recuperare la facoltà di decisione ma non spiegano mai se questa decisione più autonoma a cui ambiscono sarà, oltre che più prossima al “popolo” di cui si considerano espressione non mediata, anche più efficace.

Un quesito fondamentale è che tipo di attributi concreti dello Stato vogliano effettivamente recuperare questi movimenti e partiti politici - ciascuno a modo suo, visto che hanno solo alcuni tratti in comune. L’idea tradizionale della sovranità “weberiana” presume, almeno in linea teorica, la capacità di controllare tutti i flussi in entrata dai confini statuali, poiché un territorio fisso, e definito con precisione, è l’altro fondamento dello Stato moderno. E' realistico perseguire una condizione del genere nel XXI secolo? O è soltanto un artificio retorico, un punto di riferimento immaginario o magari nostalgico? 

Ogni pensiero reazionario, come ha ben argomentato lo storico americano Mark Lilla, ha bisogno di identificare un “prima” e un “dopo” da contrapporre e un momento di cesura in cui la storia ha preso la direzione sbagliata, quella della decadenza, della rinuncia ai valori, dell’abbandono di una tradizione rassicurante. Nella narrazione sovranista c’è un “prima” in cui i flussi – di persone, di capitali, di consumi – erano limitati e le nazioni omogenee, ma dopo un imprecisato momento di cesura le élite “globaliste” hanno scelto la strada della commistione, del cosmopolitismo che compromette sia l’identità che la prosperità.

Di fronte alla potenza di questa semplificazione – che ovviamente ha un qualche fondamento, per esempio nel superamento del sistema di Bretton Woods – poco conta ricordare che non esiste alcuna purezza originaria, che le contaminazioni culturali ed economiche ci sono sempre state e che è impossibile individuare il fatidico momento della scelta sbagliata. Anche i sedicenti progressisti che si contrappongono alle spinte identitarie, infatti, hanno finito per sposarne l’approccio e riconoscere che, a posteriori, spesso al bivio abbiamo preso la strada sbagliata. L’ingresso dei Paesi dell’Est nell’Unione Europea è stato affrettato, così come quello della Cina nel WTO, l’euro è stato un azzardo, e così via. Valutazioni che prescindono da ogni complessità, che fanno una analisi costi e benefici a posteriori limitata ai singoli aspetti che si vogliono criticare.

Questo approccio può offrire la rassicurante, per quanto inutile, convinzione che “un altro mondo era possibile” ma non aiuta in alcun modo a costruirne uno diverso da quello attuale. Ripristinare frontiere impenetrabili, ritrovare sovranità monetaria, spendere in deficit come ai bei tempi andati e proteggere le industrie nazionale a colpi di dazi non cambierà il mondo esterno, il posto che un Paese ha nella catena globale del valore o le condizioni strutturali che stanno determinando migrazioni di massa.

Molti populisti si presentano come gli ultimi difensori dei cittadini rispetto a forze impersonali e lontane, ma sembrano spesso avere una visione semplicistica o ingenua dei rapporti internazionali. La porosità dei confini, i molti aspetti immateriali e digitali della globalizzazione, le catene del valore transfrontaliere, la natura dei conflitti per le risorse e per l’influenza: sono tutti aspetti che la ricetta del sovranismo – se inteso come chiusura e quasi come isolamento – cerca di non vedere, invece di affrontarli in modo nuovo. 

Una delle caratteristiche indiscutibili dei movimenti populisti è la semplificazione della politica, la negazione dei cleavage tradizionali (di classe, di religione, di appartenenza geografica) per ricondurre il tutto a una scelta binaria: ci sono politiche nell’interesse del popolo e politiche che il popolo lo danneggiano a esclusivo beneficio di élite predatorie. Un approccio che il professor Giuseppe Conte ha rivendicato nel suo discorso di insediamento: “Ci sono politiche vantaggiose o svantaggiose per i cittadini e per il nostro Paese; politiche che riescono ad assicurare il benessere e una migliore qualità di vita dei cittadini e politiche che, invece, compromettono questi obiettivi”.

Questa semplificazione, applicata alla politica internazionale, implica che ci sono scelte e alleanze che favoriscono l’interesse nazionale e altre che lo danneggiano, tutto sta nel perseguire le prime e abbandonare le seconde. Trascurare ogni complessità e negare che ogni scelta possa avere implicazioni diverse e perfino opposte (nel breve e nel lungo periodo, negli effetti a catena che può generare, nel precludere opzioni più vantaggiose su tavoli negoziali diversi) significa di fatto abdicare al tentativo di elaborare una proiezione internazionale sfaccettata ma coerente. La semplificazione distrugge potere negoziale e introduce una logica binaria che impedisce di gerarchizzare le opzioni a disposizione in base agli obiettivi da raggiungere e all’efficacia.

Le aspettative deluse sono senza dubbio tra le cause profonde del malessere che ha rafforzato le pulsioni sovraniste. Oltre al “lato oscuro” della globalizzazione e dei mercati, sembrano essersi dispiegati negli ultimi anni anche gli effetti negativi di una vera rivoluzione al contempo tecnologica e sociale che riduce la fiducia collettiva nell’idea stessa di progresso. La dipendenza delle società più avanzate da tecnologie ormai pervasive di uso quotidiano è aumentata in modo esponenziale, creando moltissime aspettative e “bisogni indotti” - come sosteneva Steve Jobs, il consumatore non sa quali sono i suoi desideri finché non viene presentato loro un prodotto che può soddisfarli. Quando alcune delle speranze di una migliore qualità della vita non si realizzano, e intanto le disuguaglianze aumentano, ecco che scatta il meccanismo delle aspettative deluse e del risentimento sociale. Invece di un progresso senza fine, sperimentiamo alti e bassi, con difficili aggiustamenti a un mondo che cambia in fretta – più in fretta delle norme sociali, delle leggi dello Stato e delle sue istituzioni, dei trattati internazionali.

La politica democratica e le norme liberali sono forse diventate vittime di questa dinamica?

Senza dubbio si è innescato un circolo vizioso tra aspettative deluse che generano la perdita di consenso dei leader che le avevano alimentate, sostituiti da altri leader che per raggiungere il potere devono alimentare sogni ancor meno realizzabili, premessa di nuove delusioni. Lo stiamo vedendo in Italia, ma anche in Francia, per non parlare della Gran Bretagna dove il ciclo della delusione è già nella sua seconda fase: dopo le promesse mancate delle élite liberali tradizionali è il momento del fallimento delle promesse sovraniste alla base del processo di Brexit.

E’ finita l’illusione di un progresso da cui beneficiano tutti nello stesso modo: l’economista di Harvard Dani Rodrik ha dimostrato che la globalizzazione è vittima del proprio successo. Rimuovere grandi distorsioni al commercio internazionale ha costi elevati per molti (per chi si trova esposto alla nuova concorrenza) ma anche altrettanto elevati benefici diffusi. Man mano che l’integrazione prosegue, i benefici diffusi diventano sempre più impalpabili ma i costi sono comunque concentrati su piccole minoranze molto vocali.

Nelle società occidentali non si può più riporre fiducia in una crescita di origine esogena. E la distribuzione non solo di ricchezza ma anche di reddito all’interno delle società occidentali tende a polarizzarsi, con una classe media che si sta riducendo perfino in Paesi molto omogenei come la Finlandia. Dobbiamo ancora misurare davvero gli effetti della mutazione sia sociale che demografica delle nostre società: una vasta classe media ha costituito nel Novecento la base elettorale dei partiti di massa e del consenso per politiche molto condivise da un corpo sociale che aveva esigenze simili, anche se poi si divideva sulle soluzioni da adottare.

Una società polarizzata e impaurita, fatta più da anziani che da giovani, tende a ispirare politiche più conflittuali, con vincitori e vinti. Se tutti si sentono minoranze, avranno sempre la percezione di sentirsi vittime di scelte prese a maggioranza. E quel paradosso che Yascha Mounk ha sintetizzato come “popolo contro democrazia”. L’assenza della crescita e la percezione di un benessere non più alla portata di tutti sono soltanto due degli ingredienti della ricetta del rancore.

Nel libro si identifica una “generazione senza memoria” – una generazione di leader ma anche di cittadini che non ricorda le sofferenze e le lezioni del passato, compresi i danni causati dal nazionalismo estremo. E’ possibile che un tratto di questa carenza di memoria storica sia anche la ricerca compulsiva di appagamento immediato? Come in un certo tipo di consumo e di comunicazione istantanea, si insegue il consenso sociale senza curarsi troppo delle conseguenze delle proprie scelte. Scarsa memoria del passato, vago senso del futuro, poca pazienza nel tracciare linee di azione articolando i pro e i contro di una decisione. E’ questo il profilo dei nuovi leader e dei nuovi elettori? 

Sarebbe facile fare della sociologia da Twitter e fare analogie tra l’immediatezza di un dibattito pubblico a colpi di like e i tempi lunghi che servono a elaborare, implementare e valutare politiche pubbliche. Preferisco fare un ragionamento più generale: condividere sovranità, attraverso il meccanismo della delega in patria ma ancor di più a livello europeo e sovranazionale, è una scelta che richiede fiducia. Fiducia nei risultati superiori che la cooperazione può avere rispetto al comportamento opportunistico immediato e fiducia nella correttezza della controparte. Questa fiducia è inevitabilmente frutto dell’esperienza – di un gioco ripetuto che permette di formulare aspettative sui risultati, direbbero gli economisti – e dunque è legata anche alla biografia delle persone in cui si incarnano le istituzioni.

La generazione di leader che ha immaginato l’Europa unita era reduce da due guerre mondiali, dal doppio collasso del “mondo di ieri” celebrato da Stefan Zweig e aveva dunque molto chiaro qual era l’alternativa alla cooperazione pacifica. Oggi servono basi diverse per legittimare le stesse scelte e le stesse politiche. Non si può chiedere a elettori che hanno conosciuto soltanto la pace, la democrazia e un benessere in continuo aumento di accettare senza critiche istituzioni nazionali e sovranazionali pensate per evitare la guerra o l’eccesso di potere decisionale che può portare alla dittatura.

I leader tendono quindi a mettere in discussione politiche e principi intoccabili fino alla generazione precedente; e gli elettori sono più preoccupati delle proprie necessità contingenti (affrontare le conseguenze della globalizzazione e della crescita stagnante) che di difendere istituzioni, regole e idee la cui origine e giustificazione va cercata soltanto nei libri ma ormai non è più rintracciabile nell’esperienza condivisa.

Competenza e meritocrazia sono sempre state legate a una certa visione – in qualche modo positivista – della società. L’eguaglianza delle opportunità è un principio-cardine della democrazia liberale di mercato. Veniamo da un decennio circa in cui in quasi tutto l’Occidente (in Italia, in effetti quasi quattro decenni) il meccanismo della crescita economica accompagnata a un welfare state molto attivo sembra essersi inceppato. Gli stessi diritti civili tendono però a svuotarsi se non corrispondono alla disponibilità di risorse tangibili per renderli fruibili ai cittadini. Può una visione “progressista” fare a meno del continuo progresso materiale? 

L’economista Branko Milanovic ha studiato l’andamento dei redditi dei singoli individui in tutto il mondo dagli anni Ottanta a oggi. Con la sua famosa “curva dell’elefante”, così chiamata perché ricorda una proboscide, ha dimostrato che tutto l’aumento di reddito di questi ultimi decenni è andato a beneficio della nuova classe media asiatica, quella emersa dalla povertà, e dell’1% più ricco del mondo. Noi, cioè la classe media occidentale, non abbiamo ottenuto quasi nulla.

Questa tendenza non cambierà con qualche “zero virgola” di crescita, soprattutto in Europa: l’assenza della crescita o comunque la minaccia di una “stagnazione secolare” – sulla cui esistenza e sulle cui cause c’è un grande dibattito – rende le disuguaglianze dentro i singoli Paesi meno tollerabili perché non risulta più possibile giustificarle come il prezzo da pagare a un progresso di cui, presto o tardi, beneficeranno tutti.

I partiti tradizionali, in particolare quelli di tradizione socialdemocratica, hanno sprecato la loro occasione di attuare politiche redistributive sensate e sostenibili, affidandosi a mercato e globalizzazione. Non è bastato. E ora tocca ai populisti provarci, con le loro ricette rozze, forse inattuabili ma sicuramente radicali come richiesto dagli elettori.




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