La doppia crisi del Venezuela: economia e istituzioni

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La crisi del Venezuela è di lunga durata. Quella economica è in corso da tempo, ma è stata aggravata nell’ultimo biennio dall’impasse istituzionale in cui si confrontano da un lato il Parlamento – controllato dall’opposizione alla parte politica che mantiene il potere dai tempi di Hugo Chávez – e dall’altro il governo del presidente Nicolás Maduro che detiene tutti gli altri poteri, a cominciare da quello giudiziario, e che di Chávez è l’erede.

In molti sostengono che per uscire dall’impasse sia sufficiente andare al voto e dare, così, la parola al popolo. A Cuba tuttavia - un esempio calzante se si analizza il contesto e le prospettive dell’economia venezuelana - si vota ogni due anni e sei mesi per le comunali e ogni cinque per eleggere i rappresentanti di parlamento e province: questo non fa dell’isola governata da Raul Castro un modello di democrazia.. Perché un paese possa essere definito democratico, indispensabili sono anche la separazione dei poteri - ovvero che il giudice non faccia ciò che gli ordina il politico di turno e che il potere legislativo non sia subordinato all’esecutivo - l’esistenza di contrappesi tra i poteri dello Stato, la piena libertà di stampa, il diritto universale al giusto processo.

Nel Venezuela di oggi, dove quasi 300 oppositori sono stati giudicati da tribunali militari negli ultimi 45 giorni di proteste con annessi 43 morti per la repressione del regime, dove i prigionieri politici sono centinaia e dove a capo della Corte Suprema è stato scelto da Maduro un ex agente dei servizi segreti pluriomicida, non sussistono gran parte delle garanzie democratiche necessarie. Per questo, anche se si andasse a votare nel breve termine come chiede gran parte della comunità internazionale, non è affatto scontato che il risultato rifletta il volere del popolo, né dunque che questo risultato verrebbe accettato da tutte le parti in causa e che il Venezuela riuscirebbe poi a uscire in modo non traumatico dalla sua grave crisi.

Ma al di là del deficit democratico, per comprendere meglio la situazione del paese è giusto indagare l’origine dei problemi economici che oggi rendono quasi impossibile la vita ai venezuelani, l’82% dei quali vive in povertà a detta degli istituti di analisi indipendenti.

L’economia di mercato è per definizione quella in cui si possono esercitare attività commerciali e industriali private senza dovere dipendere esclusivamente dal potere del governo-stato e dove, soprattutto, il diritto di proprietà è tutelato. In Venezuela, invece, oggi l’unico in grado di esercitare il diritto di proprietà è il governo che, poco a poco, si è impossessato di ogni aspetto della vita economica diventando proprietario di tutto o quasi. Non sono mancati gli espropri indiscriminati – il contadino Franklin Brito morì dopo 4 mesi di sciopero della fame nel 2010 per la terra che nel 2005 gli era stata espropriata dallo stato – né gli arresti dei commercianti colpevoli di non vendere ai “prezzi giusti” fissati dal governo (dal 2008 con i macellai sino ad oggi con i panettieri). Eppure, fino a poco tempo fa l’economia del Venezuela godeva (in apparenza) di ottima salute.

Come si spiega un cambiamento così radicale? Cominciamo col dire che, da quando arrivò al governo in Venezuela nel 1999, Hugo Chávez approfittò della favorevole condizione economica internazionale – bassi tassi d’interesse, prezzo del petrolio alle stelle, grande richiesta di materie prime a cominciare dalla Cina – per inanellare una serie di eccessi fiscali e monetari possibili solo quando in uno stato non esiste quella trasparenza “figlia” della divisione dei poteri. Un modus operandi applicato moltiplicando senza limiti la spesa pubblica improduttiva e distribuendo a pioggia sussidi con l’esclusivo fine di accrescere il consenso elettorale, grazie ai conti pubblici in attivo per le esportazioni di petrolio e materie prime.

Figlie di queste politiche insostenibili nel lungo termine furono le “Missiones”, ovvero le opere sociali del chavismo. Se da un lato servirono ad includere ed a migliorare momentaneamente il tenore di vita di almeno il 50% della popolazione sino ad allora ignorato dalla vecchia politica, dall’altro distrussero quel poco che c’era di industria produttiva attraverso espropri senza senso.

Altra causa dell’attuale crisi, le riserve petrolifere che sono state distribuite a pioggia in questi 18 anni a molti paesi del continente o in “scambio merci” – è ad esempio il caso di Cuba che in cambio ha offerto medici ed intelligence - o per crearsi una base di appoggio politico continentale, dando vita a fondi neri messi a disposizione di molti partiti latinoamericani per vincere le elezioni presidenziali.

Il risultato ovvio di questi “regali” di petro-dollari a pioggia ai vicini e di politiche economiche insostenibili sul fronte interno è stato duplice. Da un lato l’appoggio incondizionato al regime di Caracas dei principali paesi beneficiari delle regalie chaviste, dimostratisi ciechi e sordi di fronte alle violazioni dei diritti umani denunciati da anni da ong come Amnesty International e HRW. Dall’altro il crollo del modello dal punto di vista economico, appena il prezzo del petrolio è sceso e la domanda di materie prime è diminuita in Cina e altrove. Oggi Caracas ha l’inflazione più alta del mondo (+800%) mentre le riserve della Banca Centrale, nonostante le incredibili risorse petrolifere, sono evaporate.

Invece di affrontare le conseguenze di una politica economica non sostenibile, Nicolás Maduro, al potere dal 2013, ha scelto di occultare entrambi i problemi economici. Per combattere l’inflazione è infatti intervenuto con un rigido di controllo sui prezzi che, invece di sconfiggere gli aumenti, ha causato - al pari di tutti gli altri esempi nella storia dell’economia a cominciare dall’ex Urss - una scarsità mai vista di quasi tutti i prodotti ed enormi file nei negozi. L’emorragia di valuta straniera invece è stata bloccata con una serie di misure molto dure, la prima delle quali è stata l’imposizione di un cambio fisso, a partire dal lontano 2003.

Peccato che in questi casi non ci siano controlli che tengano - anche se, per decreto, Chávez dispose a suo tempo la galera per i giornalisti che scrivessero sui giornali le quotazioni “parallele” - ed il cambio nero sia oggi arrivato a moltiplicare per 500 il cambio ufficiale. Se, infatti, per il governo il cambio con il dollaro oggi è di 1 a 10, la cosiddetta “lechuga verde” – ovvero “lattuga verde”, così in gergo i venezuelani chiamano il dollaro sul mercato nero – è quotata a 5.411 bolivares.

Se a ciò aggiungiamo il calo del prezzo del barile, passato negli ultimi anni da 150 a meno di 50 dollari al barile, ben si comprende il malcontento della popolazione espresso sul finire del 2015 con la vittoria dell’opposizione alle legislative ed oggi con manifestazioni di piazza di fronte alle quali, al regime di Maduro, non resta che rispondere con la repressione.

Difficile dire quali saranno gli sviluppi dell’attuale doppia crisi - economica ma anche istituzionale – ma di certo a Caracas mala tempora currunt: non esistono soluzioni indolori per rimettere in piedi un apparato produttivo semidistrutto da 18 anni di politiche governative irrazionali.