La comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza di fronte alle cattive opzioni coreane

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The United Nations Security Council voting for the new sanctions to North Korea

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità la settimana scorsa nuove sanzioni sulla Corea del Nord, l’11 settembre – dunque appena un mese dopo un’altra Risoluzione che imponeva simili restrizioni commerciali e finanziarie sul regime di Kim Jong-un. L’ONU ha risposto così all’ennesima provocazione di Pyongyang, che a inizio settembre per la prima volta ha completato con successo il test di una potentissima bomba H, ovvero all’idrogeno.

Mentre è in corso l’annuale Assemblea Generale dell’ONU, molti osservatori concordano sui termini del problema attuale: più di vent’anni di misure economiche sempre più intricate per isolare la Corea del Nord e convincerla a congelare il proprio programma nucleare e missilistico e sedersi al tavolo dei negoziati non hanno raggiunto lo scopo. Il limite dell’azione internazionale non sta tanto nell'inadeguatezza della cornice legale esistente, ma piuttosto nella sua attuazione imperfetta da parte degli stati membri, Cina sopra tutti.

Difficile quindi immaginare che quest’ultima iniziativa sia quella che finalmente indurrà Pyongyang a modificare il proprio comportamento. La più recente Risoluzione 2375 pare piuttosto la mossa disperata di una comunità internazionale a corto di idee su come smuovere una situazione di stallo. In assenza di reali alternative militari, si vuole mostrare al pubblico di avere ancora qualche opzione di tipo non violento.

In un rapporto pubblicato a inizio settembre, una équipe di otto esperti incaricati proprio dall’ONU indica infatti che la resistenza o l’incapacità di numerosi paesi membri di implementare appieno le sanzioni contro la Corea del Nord le rendono inefficaci dal punto di vista della denuclearizzazione di Pyongyang. “L’insufficiente applicazione del regime di sanzioni misto alle tecniche, sempre in evoluzione, impiegate dalla [Corea del Nord] per evaderlo, stanno minando l’obiettivo delle risoluzioni che la Repubblica Popolare della Corea abbandoni tutte le armi di distruzione di massa e cessi ogni programma e attività relativa,” hanno scritto gli esperti.

E infatti la dinastia di Pyongyang e lo sviluppo di armamenti nucleari continuano a prosperare, come dimostrato dal lancio di un altro missile, immediatamente dopo l’annuncio delle nuove sanzioni. Il missile ha sorvolato il Giappone settentrionale per andare a schiantarsi nel mezzo dell’Oceano Pacifico – la sua traiettoria, in direzione differente, avrebbe potuto raggiungere l’isola americana di Guam.

Per procurarsi i fondi, le materie prime e la tecnologia necessari, il regime di Kim si appoggia a una vasta rete di agenti nord coreani all’estero che gestiscono qualche migliaia di società di comodo capaci di accedere al sistema finanziario internazionale tramite conti bancari aperti in istituti, cinesi ma non solo, disposti a chiudere un occhio sulle loro attività proibite. Queste società anonime commerciano poi con controparti straniere che vengono generosamente remunerate per la loro complicità. Gli affari nord coreani originano per la maggior parte dalla Cina, ma pare ora che anche entità russe siano coinvolte. Quest’anno il dipartimento del Tesoro americano ha identificato qualche dozzina di aziende in Cina, Russia, Singapore, Hong Kong, Tanzania e altri paesi che facilitano scambi con la Corea del Nord.

Se per questi trafficanti il calcolo è in primo luogo commerciale, per Pechino è innanzitutto geopolitico: fino a quando il programma nucleare e missilistico nord coreano non è percepito come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale cinese, lo status quo rimane preferibile al possibile collasso del regime di Pyongyang. Questa eventualità, secondo le stime correnti, causerebbe la fuga di decine di milioni di profughi verso la Cina, profonda instabilità nella penisola coreana e, in tutta probabilità, l’accresciuta influenza nella regione degli alleati americani della Corea del Sud. Pechino quindi è disposta a chiudere sostanzialmente i rubinetti di Pyongyang, ma non al punto da causarne il crollo.

"E' un oltraggio che alcune nazioni non solo commercino con un regime del genere, ma siano disposte ad armare, rifornire [di materie prime] e sostenere finanziariamente un Paese che fa rischiare al mondo un conflitto nucleare," ha detto provocatoriamente Donald Trump durante il suo primo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite martedì 19 settembre.

Proprio per ottenere il voto decisivo di Cina, e Russia, anche le più recenti sanzioni, che tra le altre cose limitano le importazioni di petrolio da parte della Corea del Nord e ne proibiscono le esportazioni tessili, sono una versione annacquata della proposta americana originale. Questa mirava infatti a un embargo energetico totale e al blocco delle proprietà personali del dittatore Kim Jong-Un, oltre che alla proibizione agli stati membri di concedergli visti di ingresso.

Va detto che la dinastia dei Kim ha fin qui dimostrato di essere più razionale di quanto si tenda a credere. L’obbiettivo primario a Pyongyang rimane la perpetuazione del regime e, in quest’ottica, le armi nucleari sono viste come la migliore garanzia contro l’interferenza americana: per evitare insomma una fine come quella di Saddam Hussein in Iraq e Muammar Gheddafi in Libia.

Proprio per questa ragione è così difficile per la comunità internazionale formulare a Kim un’offerta abbastanza attraente da fargli abbandonare la strategia attuale; ma è al contempo inverosimile che il giovane dittatore nord coreano coltivi istinti suicidi. “In quanto erede di una famiglia che governa da tre generazioni, il cui scopo primario è sempre stato di sopravvivere, in quanto giovane uomo con una vita di ricchezza e potere davanti a sé, quanto è probabile che [Kim] si svegli un mattino e dia fuoco al proprio mondo?” si chiede il giornalista Mark Bowden in un articolo pubblicato sull’Atlantic a luglio.

A scacchiera bloccata, quindi, l’unica cosa su cui tutti paiono concordare, a dispetto della retorica di “fuoco e furia” di Donald Trump e di “cenere e oscurità” di Kim Jong-un, è che l’opzione militare non è praticabile da parte occidentale. Questa provocherebbe forse la fine del regime di Pyongyang, ma anche la distruzione della Corea del Nord, e la morte di milioni di persone, asiatici e forse anche americani.

Certo, rimangono una serie di incognite importanti. Tra i vari possibili generatori di un'escalation, un errore fatale nei test nord coreani; un malinteso tra Washington e Pyongyang in cui alla provocazione dell’uno l’altro decide di rispondere con mezzi bellici; l’azione imprevista e improvvisa di uno dei vari leader politici coinvolti nella contesa, motivata magari da difficoltà interne al proprio paese; il desiderio nord coreano di annettere un giorno la Corea del Sud; e i rischi di lungo periodo della proliferazione nucleare nella penisola coreana – e potenzialmente nel resto dell’Asia orientale.

“La verità è che non sappiamo come Kim Jong-un vede realmente l’uso dell’arsenale nucleare nazionale, o quanto la reclusione e mitologia della Corea del Nord ha distorto la sua percezione della determinazione americana,” ha scritto Evan Osnos nel New Yorker  dopo un viaggio a Pyongyang, aggiungendo che, vista “l’alternativa di una guerra con costi catastrofici,” gli Stati Uniti farebbero meglio a mettere in pratica la lezione imparata in Iraq e a procedere con cautela nei rapporti con un avversario le cui motivazioni, credenze e atteggiamento non sono fino in fondo chiari.

Ecco che così si ritorna all’uso delle sanzioni, che forse non servono a molto ma almeno non fanno neanche troppi danni - se non ai cittadini nord coreani che già vivono (a quanto è dato sapere) in condizioni economiche pessime. Fino a quando la Cina deciderà indipendentemente che il regime dei Kim è diventato troppo scomodo anche per lei e si assumerà la responsabilità della sua fine, a Washington e alla comunità internazionale non rimane che scegliere tra due opzioni: il riconoscimento della Corea del Nord come potenza nucleare e il suo reinserimento in quanto tale nel sistema internazionale, oppure il continuo contenimento economico e politico di Pyongyang, in attesa che a qualcuno venga un’idea migliore.