L’ordine internazionale che è già cambiato: “America First” o America più isolata?

backPrinter-friendly versionSend to friend

AspeniaInternal

The system of balanced powers in Europe after the Peace of Westphalia, 1648

È ormai un luogo comune che la politica estera ispirata all’“America First” del presidente Donald J. Trump segni lo scellerato allontanamento di Washington dall’ordine internazionale costruito e guidato dagli Stati Uniti. Può darsi che sarà davvero così; prima di lamentarsi delle possibili conseguenze, tuttavia, ci si dovrebbe chiedere se quel tanto decantato ordine mondiale effettivamente funzioni ancora.

Alcuni degli elementi salienti del vecchio ordine mondiale liberale, a ben vedere, sono già scaduti in rituali pretenziosi e nostalgici, tenuti in vita solo dalla forza d’inerzia politica, dall’opportunismo di governo e dall’assenza di nuove idee. In questo senso, la rivoluzione della politica estera americana annunciata da Trump potrebbe segnare non tanto un’inversione di rotta rispetto a un modello vincente, quanto un tentativo di distogliere l’attenzione dal declino in atto con una serie di gesti forti e plateali, come la costruzione di nuovi muri e la chiusura delle frontiere.

Naturalmente non si tratta di un aut aut, un tutto o niente, l’ordine mondiale da un lato e il disordine westfaliano dall’altro. Almeno per il momento, la NATO resta in piedi, e così pure la garanzia nucleare americana e il WTO; e proprio perché stanno in piedi il mondo è diverso. Ma l’architettura globale che l’America si impegnò a costruire a metà del XX secolo non è mai giunta a compimento, neppure all’apogeo della potenza economica relativa degli Stati Uniti, un apogeo toccato ormai diversi decenni fa. L’ordine internazionalista liberale cui Trump minaccia di voltare le spalle versa da anni in un mal celato stato di fallimento strategico e finanziario. 

Sul piano militare, gli Stati Uniti sono ancora di gran lunga primi al mondo in termini di potenza di fuoco, raggio d’azione e avanguardia tecnologica. Neppure questo, tuttavia, è bastato a garantire un’adesione universale alla versione a stelle e strisce dell’ordine mondiale. Con l’eccezione della prima guerra del Golfo (di cui pagarono il conto soprattutto gli altri paesi) e di brevi scaramucce con nemici impari come Grenada e Panama, i principali interventi militari americani nel secondo dopoguerra si sono conclusi in uno stallo armato o poco più (o, nel caso del Vietnam, in una sonora sconfitta). Quei conflitti hanno dissanguato il bilancio federale e logorato la pazienza politica dei cittadini americani. In qualche caso, una valutazione più attenta e mirata degli interessi diretti degli Stati Uniti (sempre che ve ne fossero) avrebbe probabilmente garantito risultati migliori.

E tuttavia, una brusca virata della politica americana verso un nazionalismo strettamente autoreferenziale potrebbe avere conseguenze assai dannose in regioni sensibili dal punto di vista strategico; regioni nelle quali la deterrenza americana costituisce un fattore chiave. Tra queste gli Stati baltici, l’Ucraina, la Georgia, l’Arabia Saudita, Taiwan, la Corea del Sud, il Giappone, il Vietnam e le Filippine. I paesi che si sentono minacciati da una Russia che rialza la testa, da una Cina militarmente sempre più forte o da un Iran o una Corea del Nord con ambizioni da potenza atomica, potrebbero avvertire l’esigenza di tutelarsi con nuovi accordi e alleanze in materia di sicurezza.

 

Le ambizioni ridimensionate di Washington

La politica estera dell’“America First” prefigura il ritorno al vecchio sistema westfaliano di Stati in reciproca competizione all’insegna dell’anarchia internazionale, della sovranità nazionale dura e pura e del realismo strategico? Probabilmente no, considerando che l’Europa westfaliana consisteva di un insieme di potenze sostanzialmente paritarie tra loro, nessuna delle quali poteva ragionevolmente sperare in un dominio prolungato (sebbene più d’una ci abbia provato). Insomma, era un sistema che godeva di stabilità strategica principalmente in virtù di tensioni costanti e alleanze variabili. Alla fine, quel sistema e le pressioni su di esso esercitate dalla Germania unificata, sempre più forte, e dall’Austria-Ungheria, sempre più debole e frammentata, sfociarono nei disastri delle due guerre mondiali del secolo scorso, i cui sconvolgimenti annientarono l’Europa westfaliana lasciando indenni solo due superpotenze militari. Inizialmente alleati nella seconda guerra mondiale, Washington e Mosca divennero ben presto rivali nella guerra fredda. Fu proprio per gestire quella competizione tra superpotenze che prese forma il sistema di alleanze globali di cui Trump oggi vuol fare carta straccia.

La fine della guerra fredda non ha riportato in auge il sistema westfaliano, e probabilmente non lo farà neppure la politica dell’“America First” di Trump. Tuttavia, nonostante la nuova assertività della Russia, quel che resta del sistema di alleanze, delle strategie di neocontenimento e degli automatismi da “gendarme del mondo” dell’America della guerra fredda potrebbe non sopravvivere nell’era Trump (e forse è bene che sia così).

Per praticare una politica estera efficace e sostenibile, l’America del XXI secolo deve ridimensionare e mettere meglio a fuoco le sue ambizioni. Il presidente Obama ne ha preso atto, anche se in termini non così espliciti: di qui il tentativo del pivot dal Medio Oriente, teatro di un eccessivo coinvolgimento sul terreno, alla regione del Pacifico, da lui considerata economicamente e strategicamente più importante. Obama non ha mai rinnegato l’eccezionalismo e il “globalismo” a stelle e strisce, ma il suo pivot, se si fosse concretizzato, avrebbe rappresentato un piccolo passo avanti verso l’affermazione del primato degli interessi nazionali americani.

Quel che possiamo aspettarci da Trump è un nuovo ordine di priorità internazionali e regionali (come già visto con i presidenti che lo hanno preceduto), metodi differenti e, con ogni probabilità, una retorica politica radicalmente diversa tanto sul fronte interno che su quello esterno. Può darsi (ma non è detto) che vengano meno le preoccupazioni per la Russia e si accentuino quelle per la Cina, e che il dibattito sulla soluzione a due Stati per Israele e Palestina passi in secondo piano. Probabilmente ci saranno meno consessi multilaterali sul cambiamento climatico e sulla proliferazione nucleare, e più esibizioni di muscoli e prove di forza militare da parte degli Stati Uniti. Gli eufemismi diplomatici cederanno il posto a un linguaggio più aggressivo.

C’è da scommettere, però, che ci saranno anche iniziative nel segno della continuità, e che gli interessi internazionali dell’America – in termini di sicurezza energetica, libertà di navigazione, mercati di esportazione, finanziamento del debito pubblico – non cambieranno più di tanto. Forse Trump imparerà a proprie spese (come altri prima di lui) che le alleanze militari e l’addestramento delle forze alleate, se basati su una strategia sensata (e non sull’ideologia wilsoniana), possono essere un moltiplicatore di forza e un antidoto al malcontento sul fronte politico interno, anziché dei costi inutili.

 

Il fattore Russia

Dove si colloca, in questo scenario, la Russia di Vladimir Putin? Sgombrato il campo dalle ingerenze nella campagna elettorale del 2016, Trump e Putin agiranno probabilmente in funzione di quello che considerano il miglior interesse dei loro paesi, oltre che di loro stessi. Da almeno un decennio la Russia sta cercando di riaffermare l’egemonia regionale perduta con il crollo dell’URSS, e gli Stati Uniti si sono adoperati per impedirglielo. Dalla prospettiva di Mosca, il ricorso alla forza in Georgia e in Ucraina è stato legittimo, alla luce dei “flirt” di Tbilisi e Kiev con la NATO e, più in generale, del mancato riconoscimento da parte dell’Occidente, Washington in primis, del fatto che la Russia aveva bisogno di – e diritto a – una sfera di influenza geopolitica nel suo “estero vicino”. A differenza di Stalin, Putin non ritiene che ciò imponga i vicini della Russia di scimmiottare il suo sistema economico, politico e di polizia segreta; ritiene però che ne precluda l’integrazione economica e militare con l’Occidente.

Trump potrebbe mostrarsi più bendisposto verso la concezione putiniana di “sfera di influenza”, sebbene alcuni membri di spicco del suo nuovo team di sicurezza nazionale l’abbiano fortemente contestata. Forse Putin risponderebbe a una linea più morbida da parte di Trump ponendo un freno a certe plateali violazioni dei princìpi di sovranità e non aggressione. Ma la realtà di fondo non cambierà più di tanto. Putin continuerà a fare di tutto per affermare l’influenza russa nell’area dell’ex Unione Sovietica, e per pressare e colpire qualunque paese gli intralci la strada. Gli Stati Uniti, con pochi interessi vitali da difendere nelle ex repubbliche sovietiche, hanno più libertà di manovra rispetto a Mosca per un cambiamento di rotta. Il discorso potrebbe cambiare, tuttavia, nel caso delle tre ex repubbliche baltiche, che – pur essendo sostanzialmente indifendibili – sono state ammesse nella NATO e, di conseguenza, godono formalmente della garanzia di sicurezza degli Stati Uniti. La credibilità dell’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti potrebbe essere messa in discussione, dunque, nel caso in cui Mosca innescasse una crisi in quei territori (e Putin ne è senz’altro consapevole).

 

Priorità al controterrorismo?

La priorità numero uno di Trump sulla scena globale è dichiaratamente quella di eliminare il “terrorismo islamico radicale”. Nel suo discorso di insediamento, il neopresidente si è impegnato a “unire il mondo civilizzato contro il terrorismo islamico radicale, che cancelleremo completamente dalla faccia della Terra”. Di quella dichiarazione colpisce non la finalità, che la maggior parte degli americani è pronta a sposare senza esitazioni, ma la mirabolante ambizione. Non ci sono distinguo, né sfumature. Cosa potrà fare Trump se, come ritiene la maggior parte degli esperti in materia, non esistono soluzioni militari facili e veloci a questo problema?

Se la storia recente insegna qualcosa, mettere a repentaglio la credibilità militare degli Stati Uniti con un’escalation delle tensioni accompagnata da un massiccio dispiegamento di truppe sul terreno, significa esporre il paese a conseguenze gravissime. Una soluzione meno rischiosa potrebbe essere quella di forgiare un’alleanza all’insegna del realismo amorale con Bashar al-Assad, Vladimir Putin e l’Iran contro i territori siriani controllati dall’ISIS. In tal modo si potrebbe riuscire ad annientare le roccaforti dello "Stato Islamico", almeno in Siria, ma non a rimuovere le idee o i motivi di risentimento che sono all’origine della violenza islamista radicale, né a proteggere gli Stati Uniti e l’Europa da futuri attacchi terroristici. Né sarebbe possibile dar vita a una coalizione militare altrettanto potente per espellere l’ISIS dall’Iraq, dove quell’organizzazione resta profondamente radicata.

Trump sarebbe disposto, poi, a ritirarsi dalle missioni militari in corso in Afghanistan e in Iraq? O a ignorare eventuali rivolte contro i regimi arabi? La strategia di non intervento potrebbe avere una sua ratio. Ma siamo sicuri che l’opinione pubblica statunitense, o un Congresso recalcitrante, accetterebbero il non interventismo dell’“America First” di Trump più volentieri di quanto non abbiano fatto con la dottrina obamiana del “non fare stupidaggini”? Senza contare che Trump non avrà meno difficoltà dei suoi predecessori a coniugare il notevole impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele con il disimpegno dal resto del Medio Oriente. 

 

La pazienza di Pechino alla prova

E la Cina? Trump vede nel Dragone il principale antagonista nell’epopea di un’America che ha perso tessuto produttivo e potenza industriale. Antagonismo o meno, numerose aziende hanno lasciato gli Stati Uniti per trasferirsi in Cina, attirate da un costo del lavoro più basso e da politiche più accomodanti – ma spinte anche da normative fiscali, amministrative e commerciali statunitensi che favoriscono gli investimenti all’estero. Trump sembra convinto di poter riformare le politiche americane senza incorrere in effetti indesiderati, e di poter convincere la Cina a rivedere le proprie strategie esercitando pressioni militari e diplomatiche su altri fronti (per esempio, Taiwan e il mar Cinese Meridionale).

Sicuramente la Cina risponderà per le rime, e a tal fine dispone di uno strumento potente: i circa 1.120 miliardi di dollari di debito americano che ha in portafoglio. Se decidesse di disfarsi di parte di quei titoli, la Cina si ritroverebbe probabilmente oberata dai costi di cambio, ma potrebbe infliggere un duro colpo all’economia statunitense facendo impennare i tassi d’interesse su ogni operazione di credito, dai mutui immobiliari ai titoli del Tesoro americano. La Cina non è il Messico né l’Estonia. È una potenza che gioca quasi alla pari, e il passaggio dalle regole di un pur fragile ordine mondiale al modello westfaliano in una regione come quella dell’Asia-Pacifico potrebbe avere conseguenze perniciose. Molto dipende dall’eventualità o meno che Pechino decida, in nome del proprio interesse, di rimanere paziente e non rispondere alle provocazioni, nell’attesa che Trump capisca che l’America non ha alcun interesse a strapazzare la Cina.

 

I rischi per gli alleati

Un quesito di fondo riguarda i rapporti con alcuni paesi tradizionalmente alleati degli Stati Uniti, che hanno contribuito, in un modo o nell’altro, al funzionamento dell’ordine internazionale a guida americana.

La costruzione di un muro lungo il confine con il Messico (con le spese a carico di quest’ultimo) è un caposaldo del programma “America First”. Stando così le cose, del NAFTA resterebbe ben poco. E l’inevitabile effetto dirompente sull’economia messicana potrebbe provocare una grave instabilità politica in quel paese e un aumento del flusso di immigrati dal Messico e dall’America centrale. A quel punto Trump potrà lavarsi le mani del Messico e del resto dell’America Latina? Ciò significherebbe rinnegare uno dei pilastri fondanti della politica estera americana, la Dottrina Monroe.

Le nuove amministrazioni si fanno spesso promotrici di nuove dottrine, salvo poi veder vanificati i loro piani dal corso degli eventi. Forse Trump è convinto che stavolta andrà diversamente, grazie alla sua ostinata forza di volontà e alla sua impareggiabile capacità di influenzare e mobilitare l’opinione pubblica, orientandola verso nuove direzioni. Può darsi che abbia ragione. Ma è più probabile che si sbagli.

Tenuto conto delle tensioni che già ora minano il vecchio ordine liberale, è lecito aspettarsi cambiamenti e scossoni profondi, tali da sovvertire gli assetti di sicurezza di molte regioni. Le grandi potenze che si sentono piantate in asso da Washington, come il Giappone e la Germania, potrebbero diventare più assertive e militarizzate. Potenze minori, come la Corea del Sud e il Vietnam, potrebbero cercarsi nuovi protettori, anche a costo di scontentare gli americani. Purtroppo, il tramonto di un vecchio ordine non garantisce un passaggio indolore a un ordine nuovo e migliore.