L’impazienza della Casa Bianca

backPrinter-friendly versionSend to friend

aspeniainternal

 Le crisi internazionali che sono arrivate sul tavolo del Presidente Trump nei suoi primi cento giorni non sono state certo create dalla nuova amministrazione. Ma è netta la sensazione che Washington abbia deciso, in modo unilaterale, di accelerare alcune dinamiche di sicurezza in teatri molto instabili e conflittuali.

Nessun Presidente sfugge ai paragoni, e Donald Trump non fa eccezione. Barack Obama ha vinto e perso le sue battaglie politiche in costante comparazione con l’operato di George W. Bush – che gli aveva lasciato una difficile eredità in politica estera e un vero disastro sul piano economico. È particolarmente utile, nella fase attuale, adottare un’ottica comparata per meglio valutare la traiettoria seguita dalla Casa Bianca senza farsi troppo disorientare dai tornanti e dalle retromarce.

Il parallelo per ora ci mostra una presidenza Trump che si può sintetizzare in “Obama minus” su alcuni temi e “Obama plus” su altri.

Non è certo quella sorta di radicale ”anti-Obama” che aveva caratterizzato la campagna elettorale e il periodo molto confuso della transizione pre-insediamento. Non, dunque, la negazione di tutto quanto era stato realizzato, perseguito o soltanto sperato dal suo predecessore, ma piuttosto un importante aggiustamento. E tuttavia la fase di aggiustamento è stata finora condotta in modo poco chiaro, con repentine oscillazioni e ripetute contraddizioni. Soprattutto, ha riflesso un tratto caratteriale del Presidente che si esprime a livello più generale nell’azione di politica estera: l’impazienza. È un approccio psicologico, sta diventando anche una tattica, e non potrà (di per sé) essere una strategia.

Spiegare come una predisposizione di partenza si stia traducendo in scelte concrete richiede l’analisi di due aspetti distinti.

Il primo aspetto è la militarizzazione della diplomazia di Washington: dalla Siria all’Afghanistan alla Corea del Nord (di fatto, all’Asia orientale nel suo complesso), l’amministrazione Trump sta cercando di far pesare direttamente le capacità militari americane come strumento negoziale. Nulla di rivoluzionario, certo, per la maggiore potenza militare al mondo; ma un mutamento di metodo rispetto all’evidente riluttanza con cui Barack Obama ricorreva alla forza (droni esclusi). La sfida, una volta messo in campo il potere “hard”, è però sempre trovare un’efficace integrazione di deterrenza, prevenzione e diplomazia attiva (cioè ricerca di soluzioni sulla base anche di alcuni compromessi). Proprio sul versante diplomatico si aprono i maggiori interrogativi, perché la squadra di Trump ha finora optato per una deliberata imprevedibilità: spiazzare gli avversari e non scoprire le proprie carte è una scelta annunciata, che però lascia inevitabilmente spiazzati anche gli alleati e i partner degli USA. A maggior ragione quando la tattica seguita è quella unilaterale del fatto compiuto, per cui prima si agisce e poi si chiede agli alleati di coordinare una possibile azione diplomatica successiva. Il mix che abbiamo di fronte, e che tuttora preoccupa molti partner di Washington, è insomma composto di uso (diretto o minacciato) della forza, approccio unilaterale, e imprevedibilità. Un mix che va ben oltre la propensione a far valere la superiorità militare.

Il secondo aspetto da comprendere appieno è la diagnosi da cui muove il “policymaking” dell’amministrazione Trump. Anche qui la prospettiva comparata può venire in aiuto: Barack Obama vedeva segni di declino nella posizione internazionale degli Stati Uniti, e ne faceva conseguire una scelta di maggiore prudenza (soprattutto nell’abbassare le aspettative); Trump prende atto degli stessi segni di declino, li descrive come gravissimi e li respinge in quanto puramente auto-inflitti (alzando dunque le aspettative che esista una ovvia alternativa). Una volta presentata la posizione americana come debole e bisognosa di vigorosi correttivi, è chiaro che la tendenza è a cercare l’azione (anche militare) a tutti i costi: agire in fretta e in modo fragoroso è la prognosi più logica, a partire da quella diagnosi.

È qui che emergono anche i pericoli di incoerenza per la Casa Bianca: il Presidente ha spesso lasciato intendere di non essere disposto a pagare il prezzo di impegni che non considera al 100% nell’interesse nazionale – è la componente “isolazionista” della sua visione. Ecco la ricerca di soluzioni rapide, approccio unilaterale “mordi e fuggi”, forte pressione sugli alleati perché facciano “di più” pur riconoscendo agli Stati Uniti un diritto di partecipare oppure no: appunto, “Obama plus” e “Obama minus” al tempo stesso – cioè più fretta, più richieste, ancora meno impegno multilaterale.

Il fatto è però che quasi tutti gli impegni americani implicano un certo grado di sacrificio in chiave di interessi nazionali, quantomeno nel breve termine, con la speranza di benefici di più lungo termine. Si tratta allora di concepire gli interessi della maggiore potenza mondiale come obiettivi anche “sistemici”, nella misura in cui il sistema internazionale beneficia anzitutto (sebbene non esclusivamente) i Paesi più grandi e più forti, meglio collegati e con un maggior numero di alleati affidabili. In altre parole, ci vuole una buona dose di pazienza, perfino nel mettere a frutto la superiorità americana sul piano militare.

La lista dei punti caldi, peraltro, non è affatto esaurita, e al ritmo attuale vedremo presto almeno altri due dossier imporsi all’attenzione dei pianificatori militari oltre che della diplomazia americana: l’Iran e la stessa Russia - a dispetto delle tante aspettative di collaborazione con Vladimir Putin create in campagna elettorale.

È vero che i cento giorni sono un arbitrario punto di riferimento, non sempre indicativo - anche se tutti i Presidenti da Franklin Delano Roosevelt vi hanno fatto riferimento, Trump compreso. Il dato interessante è semmai che in poco più di tre mesi questa amministrazione sia riuscita a cambiare rotta così spesso. Un po’ per l’inevitabile incontro con la realtà, un po’ per scelta (alcuni personaggi chiave, dal Ministro della Difesa all’Assistente per la Sicurezza Nazionale, considerano il processo di “educazione” del Presidente la loro missione), e un po’ per semplice impazienza.