L’Egitto e la crisi yemenita: Al-Sisi di fronte alle minacce esterne e interne

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Circa mezzo secolo dopo la rivoluzione yemenita, che comportò il fallimento del sogno panarabista di Gamal Abdel Nasser, l’Egitto e il suo Presidente Abdel Fattah al-Sisi rischiano di trovarsi nuovamente coinvolti in una lunga e logorante guerra in Yemen. Se nel 1962 l’intervento egiziano rientrava in una logica da guerra fredda inter-araba tra il socialismo nasseriano e il conservatorismo saudita, oggi Egitto e Arabia Saudita si trovano invece alleati per combattere un comune nemico – le milizie sciite zaydite Houthi – e per condividere un medesimo obiettivo: la difesa dello status quo regionale. Il tentativo di conservare gli attuali equilibri di forza, chiaramente minacciati dai rivolgimenti in corso nella regione, spiega l’intervento del Cairo in quel che fu il cosiddetto Vietnam nasseriano e, più in generale, la strategia egiziana di politica estera nell’area.

Al-Sisi e il Premier Ibrahim Mahlab hanno ufficialmente giustificato l’intervento in Yemen – che ad oggi consiste in operazioni di intelligence condivisa e nell’invio di mezzi navali e armamenti, con la possibilità inalterata di una spedizione futura di truppe terrestri – con argomentazioni riconducibili sia alla legittimità del potere nel Paese della Penisola arabica, sia alla propria stessa sicurezza interna. A preoccupare le autorità egiziane vi sarebbe in particolare l’azione di forze, transnazionali o nazionali, legate almeno in parte ai network terroristici le cui azioni destabilizzanti rischiano di porre in discussione le basi della legittimità statuale e di qualunque sistema costituzionale. Nell’ottica egiziana Yemen e Libia rappresentano dunque due casi diversi tra loro ma accomunati da un medesimo problema di salvaguardia del potere costituito. All’interno di entrambi gli scenari, infatti, vi sono gruppi – da un lato le milizie Houthi, dall’altro gli islamisti e le forze fedeli al governo di Tripoli – che mettono in dubbio la legittimità del potere rappresentato rispettivamente dal destituito Presidente yemenita Abdu Rabu Mansur Hadi e dal governo di Tobruk retto dal premier libico Abdullah al-Thani. L’intervento in Yemen sarebbe quindi mirato anche a preservare i delicati equilibri interni egiziani da possibili interferenze esterne rappresentate, nell’ottica di Al-Sisi, da tutte quelle forze dell’ampio spettro islamista – sia l’Islam politico più propriamente legato alla Fratellanza Musulmana, sia le cellule salafite e jihadiste vicine sia ad Al-Qaeda sia allo Stato Islamico (IS). Non va dimenticato che, dall’inizio del suo mandato, il Presidente egiziano che ha deposto gli esponenti della Fratellanza Musulmana al Cairo ha identificato proprio questi movimenti come la più grave minaccia alla stabilità e alla sicurezza nazionale.

Al tema della legittimità politica si ricollegano inoltre due fattori rientranti entrambi nella sfera della sicurezza: uno di carattere geostrategico e legato alla salvaguardia delle rotte marittime, l’altro più strettamente connesso alla questione terrorismo. Lo schieramento di quattro navi vascello dell’Egyptian Navy tra Aden e lo Stretto di Bab al-Mandeb dimostra come l’interesse cairota sia anche mirato alla tutela dei propri interessi economici (che coincidono peraltro con quelli regionali e sauditi in particolare) e nello specifico dei propri traffici commerciali e di idrocarburi tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, fino al Canale di Suez. Attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb passano infatti 3,8 milioni di barili di petrolio al giorno, compresa una buona percentuale del greggio saudita.

Allo stesso tempo, una possibile affermazione definitiva degli huthi in Yemen potrebbe rappresentare un problema per la sicurezza territoriale egiziana nel momento in cui una parte del territorio yemenita, già stabilmente in mano ad Al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), divenisse una zona di transito e di finanziamento per gruppi jihadisti diretti verso il Sinai e la Libia: in passato, qui sono già stati rintracciati collegamenti e contatti operativi tra AQAP e le organizzazioni terroristiche qaediste (la Nasr City Cell e il Mohammad Jamal Network) e dell’IS (Ansar Bayt al-Maqdis, di recente autoproclamatosi Provincia Islamica del Sinai). Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta un fattore determinante nelle scelte di politica estera egiziana. Le crisi nel vicinato egiziano (nella Striscia di Gaza e in Libia) e le minacce interne ed esterne delineate dal terrorismo islamista (localizzate nel Sinai, nella Valle del Nilo e sul confine libico) rappresentano, insieme con l’economia, la principale sfida politica per l’Egitto.

Oltre all’influenza delle dinamiche regionali sulla stabilità interna egiziana, la decisione del Cairo di partecipare alla coalizione arabo-sunnita a guida saudita nell’Operazione Decisive Storm riflette sia una sorta di “obbligo” morale nei confronti della stessa Arabia Saudita sia un’opportunità per lo stesso Paese nordafricano di riaffermarsi all’interno del quadrante mediorientale. Sotto il primo profilo l’Egitto ha, infatti, l’interesse a rinsaldare la partnership con Riyadh – instaurata e consolidatasi all’indomani della destituzione di Mohamed Morsi nel luglio 2013 – come fondamentale interlocutore politico e sponsor economico del nuovo corso egiziano: tale supporto ha difatti consentito all’Egitto non solo di evitare il default di sistema, ma anche di concludere i memorandum di fornitura di armamenti con Russia e Francia per un valore complessivo di circa 10 miliardi di dollari. L’azione politica (certo non disinteressata) degli Al-Saud ha avuto così l’effetto di riallineare il Cairo nell’arco delle forze conservatrici sunnite, evitando al contempo che uno dei Paesi più importanti del Medio Oriente potesse nuovamente costituire una minaccia alle ambizioni saudite di leadership regionale. 

In effetti, sebbene non sembri al momento interessato a mettere in discussione il ruolo di Riyadh nel Grande Medio Oriente, con la partecipazione a “Decisive Storm” l’Egitto sta comunque provando a rinvigorire la sua tradizionale influenza nei teatri di crisi mediorientali. Si spiega anche in questi termini la decisione di Al-Sisi di riproporre l’idea di una Joint Arab Military Force (JAMF), divenuta oggetto di un approfondito dibattito a Sharm el-Sheikh, il 28-29 marzo scorsi, durante i lavori del summit della Lega Araba. Questa forza, che si sostanzia in un comando interforze regionale di intervento rapido mirato a inserirsi nelle zone ad alto potenziale di conflitto con compiti di stabilizzazione e pacificazione, dovrebbe essere composta da 40.000 soldati, unità aeree e navali, con un comando unificato in Egitto o in Arabia Saudita. Il progetto, approvato con vari distinguo dai 22 membri del consesso panarabo, non è ancora operativo e saranno necessari almeno quattro-sei mesi per stabilirne la struttura e i meccanismi. È evidente che, qualora lo scenario libico – che rimane il principale fronte di interesse per Il Cairo – non dovesse ricomporsi in un quadro di stabilità, la proposta della JAMF e la partecipazione a Decisive Storm potrebbero gettare i presupposti per un eventuale intervento egiziano in Libia con un possibile coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita.

Ciò che si evince è il tentativo da parte di Al-Sisi di proiettare un’immagine decisa e attiva, con alcuni elementi di netta discontinuità rispetto all’esecutivo Morsi – pragmatica collaborazione con Israele, e atteggiamento di chiusura nei confronti di Hamas nella Striscia di Gaza e più in generale verso i governi (Turchia e Qatar) più vicine alle posizioni islamiste, sebbene si registrino negli ultimi tempi alcuni graduali cambiamenti in tal senso. Una strategia, questa, che mira anche a nascondere all’attenzione dell’opinione pubblica egiziana e internazionale i problemi interni che continuano ad affliggere il Paese. Quel che emerge è in definitiva una politica estera realista, e parzialmente innovativa, che rende l’Egitto più indipendente dagli schemi e dalle alleanze tipiche del passato e in qualche modo un attore imprevedibile nello scenario mediorientale.