L’amministrazione Trump in politica estera: conferme e aggiustamenti

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A missile launched from a US battleship in the Mediterranean

 Tra il 6 e il 7 aprile si sono concentrati i due episodi che segnano l’ingresso sulla scena internazionale di Donald Trump: l’incontro faccia a faccia con il Presidente cinese Xi Jinping e l’attacco missilistico americano contro una base militare siriana. Da questa combinazione si possono trarre tre importanti conferme, ma anche l’indicazione di alcuni aggiustamenti in corso che hanno esiti molto incerti.

La conferma principale riguarda l’approccio complessivo e la carenza di obiettivi ben articolati. Come ha sempre detto, il presidente Trump crede fermamente che sia utile mostrarsi forte e duro, determinato ma imprevedibile. Per questo ribadisce in modo sistematico le molte alternative a disposizione degli Stati Uniti nei rapporti internazionali: lo sta facendo anche nei confronti della sfida posta dalla Corea del Nord. Ci si deve chiedere però come integrare lo strumento militare in tale contesto diplomatico: la forza militare, in quanto potere “hard” per definizione e di ultima ratio, va usato con estrema cautela proprio per il suo legame peculiare con il capitale politico (influenza, prestigio, credibilità) di chi vi fa ricorso. Mostrarsi “forti” può senza dubbio richiedere l’impiego dello strumento militare - oggi in Medio oriente, domani magari nel Mar Cinese meridionale o perfino nella polveriera della penisola coreana - ma è chiaro che i nemici, gli avversari potenziali e gli alleati devono percepire un collegamento solido tra l’azione coercitiva e gli obiettivi politici. Serve, in altre parole, una visione strategica; per adesso, i 59 missili lanciati sulla base di Al-Shayrat sono stati descritti dall’amministrazione come un uso della forza isolato e “proporzionato”, diretto a colpire proprio il punto di origine degli attacchi chimici dei giorni precedenti contro la popolazione civile della città di Khan Sheikhoun. È stato precisato che il regime siriano ha oltrepassato più di una “red line”, ma non è stato chiarito se l’azione dimostrativa del 6 aprile volesse punire e “marcare” soltanto la linea rossa delle armi non convenzionali o anche quella degli attacchi deliberati contro i civili. Il messaggio, insomma, sarà anche forte ma è molto ambiguo.

Una seconda conferma deriva in parte dalla prima: se la politica di sicurezza della maggiore potenza mondiale si fonda su una sorta di deliberata “incertezza strategica”, vedremo repentine oscillazioni tra disinteresse e interventismo. In sostanza, l’America di Trump non è prudentemente isolazionista ma è invece unilateralista – cosa ben diversa, che la porterà a scelte di coinvolgimento internazionale a intermittenza. Trump non è improvvisamente diventato interventista; sta piuttosto testando l’opzione militare come ingrediente di un mix unilateralista, in cui gli Stati Uniti fanno da sé e soltanto a posteriori cercano eventuali partner e alleati (per lo più temporanei).

Una terza conferma è che il Presidente rischia di restare intrappolato da una tentazione che potrebbe essere ricorrente: essere a tutti costi il “non-Obama”, e fare esattamente ciò che il suo predecessore non ha fatto. È una trappola perché può appannare i giudizi e spingere a guardare indietro invece che avanti. Obama ha fissato una linea rossa e ha poi esitato al momento di farla rispettare con la forza; Trump ha definito la sua linea rossa dopo che questa era stata oltrepassata, cioè troppo tardi per i morti di Idlib. La deterrenza richiede una certa dose di chiarezza e di prevedibilità – ben oltre il dato di fatto che Donald Trump non è Barack Obama.

Se questi sono alcuni dati che sembrano coerenti con quanto sapevamo già di Donald Trump e della sua scarna squadra di governo, veniamo allora agli aggiustamenti in corso nella linea della nuova amministrazione. La decisione sulla Siria smentisce molte dichiarazioni di intenti fatte negli ultimi mesi, e il Presidente ha così spiazzato alcuni dei suoi sostenitori interni e dei suoi ammiratori all’estero. Ha in effetti dato una spiegazione semplice della propria scelta di colpire la base di Assad: dopo aver visto le immagini di questi ultimi attacchi chimici contro i civili, il suo atteggiamento è cambiato, ha detto. In sé, sarebbe un fatto naturale e comprensibile: anche il più freddo e calcolatore dei leader può certo farsi influenzare da aspetti emotivi e considerazioni di principio.

Il problema è un altro, e cioè che, come è già accaduto a Trump rispetto ai rapporti con la Cina, il cambiamento di passo nasce da un precedente errore di analisi. Nel caso della famigerata telefonata con la presidente di Taiwan (prima ancora dell’inaugurazione presidenziale), l’errore stava nel ritenere che tutto fosse negoziabile: per Pechino, non era così. Nel caso della Siria, stava nell’immaginare una sorta di “accordo di desistenza” con il duo Putin-Assad per distruggere rapidamente ISIS sul terreno (in base all’assunto che Assad non fosse un problema fondamentale). Dunque, adattamenti pragmatici ve ne sono eccome, ma sono soprattutto tentativi di correggere una rotta iniziale che si è presto rivelata sbagliata.

È presto per valutare la probabile evoluzione dei rapporti bilaterali con Pechino, visto che l’incontro con Xi è stato poco più di una presa di contatto; quanto alla Siria, invece, la pressione degli eventi è intensa e richiede altri rapidi aggiustamenti e azioni conseguenti.

Anzitutto, il sostegno del Congresso diventa potenzialmente decisivo per la Casa Bianca, visto che l’operazione del 6 aprile è la prima effettuata dalle forze americane per colpire direttamente le installazioni del regime di Assad, e dunque è a tutti gli effetti un atto di guerra: come tale, richiederebbe l’avallo del Congresso (cosa che puntualmente alcuni membri anche repubblicani hanno ricordato a caldo). In secondo luogo, per non disperdere il capitale politico legato alla “dimostrazione di forza”, è necessario ora tracciare un percorso, un piano di qualche tipo che cambi la situazione sul terreno quantomeno ad evitare altri massacri di civili: non dimentichiamo infatti che le vittime sono vittime anche quando vengono uccise da armi “convenzionali”. In sostanza, Donald Trump si è ormai sporcato le mani in Siria, e sarà più difficile per lui seguire le orme di Obama allo scopo di minimizzare i rischi e le perdite per gli Stati Uniti. Siamo di fronte a una possibile escalation in piena regola, e come sempre in queste dinamiche è decisivo fissare obiettivi ben delimitati per non perdere il controllo.

In tal senso, le primissime dichiarazioni ufficiali avevano lasciato assai perplessi, poiché il Segretario di Stato Rex Tillerson ha lasciato il destino di Assad nelle mani degli attori sul campo o forse della comunità internazionale (strana concessione a una forma di “multilaterlismo”), e il Segretario alla Difesa James Mattis ha chiarito che sono in atto due prove di forza parallele, cioè quella contro ISIS e quella contro Assad. Dunque, è già finita la fase delle priorità singole (ISIS), delle scelte binarie (intervenire o no), e della tattica “sequenziale” che era stata presentata in modo molto schematico fino a pochi giorni fa: colpire duramente ISIS (con l’aiuto di Mosca), e poi porsi eventualmente la questione Assad.

Una nuova strategia comincia appena a delinearsi, e somiglia in modo curioso a quella che la precedente amministrazione americana, assieme agli europei e in parte alla Russia, aveva tentato di perseguire senza successo: rimuovere Bashar Assad senza dover abbattere tutto il suo apparato militare, e indentificare dei possibili partner locali per rimettere insieme un Paese letteralmente devastato e dilaniato.

L’amministrazione Trump è insomma entrata nella ragnatela siriana e mediorientale, visto che in Siria si concentrano quasi tutte le spinte regionali. È quindi arrivato il momento in cui essa si deve porre le stesse domande che hanno assillato l’amministrazione Obama dal 2011: a meno che Washington non intenda assumersi la responsabilità solitaria di massicce e prolungate azioni militari (anche di terra), come si può fermare la violenza nel terribile conglomerato “Siria-Iraq” e dar vita a strutture statuali dignitose e sostenibili? Come si risolve la questione curda, in rapporto con i quattro Paesi che ospitano minoranze curde, e in particolare con la Turchia in quanto membro della NATO? Come si può far emergere un assetto regionale di potere che consenta un simile esito? È possibile escludere del tutto l’Iran da questo assetto?

Domande complicate e tra loro intrecciate. La cui risposta non può essere semplicemente “America first”.