L’amministrazione Trump e la sfida dell’equilibrio

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Zumapress/AGF

 Come ogni esecutivo americano, l’amministrazione Trump è una macchina grande e complessa. Deve trovare un suo punto di equilibrio interno, nei rispettivi ruoli del Presidente (volto pubblico del Paese, simbolo del potere democratico ma anche della forza di una superpotenza, perfino icona a livello globale) e dei principali membri del governo (Cabinet-level official). Un compito più arduo del solito a fronte della personalità di Donald Trump.

In tale contesto, perdere un personaggio-chiave come il National Security Advisor, dopo neppure un mese dall’insediamento, è un colpo grave che richiede la ricerca urgente di un migliore equilibrio. Michael Flynn si è dimesso il 13 febbraio a causa dei suoi rapporti con la Russia – un dossier caldo, su cui Trump ha promesso dei cambiamenti di rotta – ma anche, come spesso accade, per aver mentito pubblicamente nascondendosi dietro l’ambiguità. E questo, in particolare, dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per lo stesso Presidente, vista la sua tendenza a sorvolare sui dettagli fattuali in nome di un messaggio al pubblico più semplice e diretto.

Intanto, su un piano sostanziale, diversi nodi prevedibili per la nuova amministrazione sono già venuti al pettine. Il cosiddetto approccio “transactional” attribuito al Presidente Trump in politica estera non ha passato i primi test, anche se è certamente presto per dare valutazioni complessive. Puntare molto su negoziati duri e diretti che scavalchino le tradizioni diplomatiche – con le loro regole scritte e non scritte – significa scommettere sulla “forza” degli Stati Uniti, che sia “soft power” o “hard power”. Ma è una tattica rischiosa, perché, per sua stessa natura, può anche evidenziare la relativa vulnerabilità della posizione americana in alcuni contesti geopolitici.

Proprio questo si è verificato con il tentativo di porre sotto pressione il governo di Pechino mediante una telefonata (a inizio dicembre tra l’allora President elect Trump e il presidente taiwanese, la signora Tsai Ing-wen) e alcuni tweet precedenti e successivi a quel contatto: si era allora abbozzato un possibile scambio tra la conferma americana della vecchia “One China policy” (per cui Taiwan ha ufficialmente uno status indefinito) e alcune concessioni cinesi in materia soprattutto commerciale. Il tentativo ha retto soltanto fino al primo contatto diretto (telefonico anch’esso) tra il Presidente americano e quello cinese Xi Jinping il 9 febbraio, quando la posizione di Washington è tornata quella assunta fin dal lontano 1979 – esiste “una sola Cina”.

In pratica, la nuova amministrazione si è inflitta un autogol nei rapporti con Pechino: un danno non irreparabile e forse perfino funzionale a meglio comprendere una controparte ostica, ma comunque un autogol. Ciò per almeno tre ragioni.

Anzitutto, la (breve) scommessa di Trump era basata su un assunto errato, cioè sull’idea che la leadership cinese avrebbe considerato “negoziabile” qualunque aspetto del rapporto con gli USA – perfino lo status di Taiwan, la “provincia rinnegata”. Non è così: il dialogo con Pechino deve poggiare su basi almeno in parte consensuali, o l’unica alternativa resta lo scontro diplomatico aperto con tutti i suoi rischi. Insomma, il primo test delle capacità negoziali di Trump ha sofferto di un serio errore analitico.

In secondo luogo, il Presidente americano ha apertamente segnalato che lo status diplomatico di un antico alleato – Taiwan – è una sorta di carta negoziale spendibile al tavolo della trattative con Pechino. Non è certo un atteggiamento che piacerà ai molti alleati americani nel mondo, se si pensa che Taiwan ha rappresentato una sorta di avamposto del contenimento “preventivo” della Repubblica Popolare Cinese. Barattare un rapporto di così lunga data non è propriamente l’atteggiamento di una grande potenza sicura di sé.

La terza ragione per cui Washington deve ora gestire un danno autoinflitto è che gli annunci elettorali di Donald Trump hanno alzato le aspettative senza però riuscire a cambiare il corso degli eventi – di fatto segnando una ritirata tattica per gli Stati Uniti in attesa di momenti migliori. Tutti i leader politici devono misurarsi con le aspettative che generano, e possono spesso restarne vittime: Barack Obama partì circondato da speranze eccessive e irrealistiche per una “trasformazione” del ruolo americano nel mondo, ma cercò sistematicamente di ridimensionarle – puntando anzitutto a ridurre gli impegni diretti del Paese in situazioni conflittuali endemiche come quella dell’Iraq e dell’Afghanistan. Le ambizioni più alte si concentrarono invece su obiettivi di lungo termine, dal trattato sul clima ai grandi accordi commerciali (TPP e TTIP). Donald Trump ha seguito una traiettoria quasi inversa, tentando di mostrare il volto di un’America più forte per perseguire risultati quasi immediati.

In realtà, l’applicazione di questa tecnica al triangolo “Washington-Pechino-Taipei” ha semmai evidenziato la difficoltà di alterare i comportamenti cinesi – la Cina non ha neppure iniziato a discutere di “manipolazione valutaria”, la pratica di cui per anni è stata accusata da più parti. In altre parole, Pechino può ora segnare una vittoria tattica semplicemente non cambiando rotta, mentre per Washington resta il dilemma di come spingere la seconda economia mondiale in una direzione più favorevole ai propri interessi. Nulla è cambiato rispetto agli anni di Obama, ma Trump ha dovuto tornare sui propri passi senza alcun beneficio per l’America.

In breve, il caso-Cina è per Trump una prima, dura conferma degli ostacoli che incontrerà, in Asia ma anche altrove, una politica estera spregiudicata; vi sono altri segnali nella stessa direzione, ad esempio nei rapporti con Israele e i Paesi arabi o nelle relazioni transatlantiche. La nuova amministrazione sta rapidamente riscoprendo il valore delle scelte di fondo compiute dai suoi predecessori, anche se non è affatto detto che le accetti in pieno.

Si tratterà, nuovamente, di una questione di equilibrio: ad esempio, c’era un certo squilibrio tra il preannunciato indurimento verso Pechino (sapendo che la Cina ha un’economia dieci volte più grande di quella russa e cresce a ritmi nettamente superiori, per avere un senso delle proporzioni) e le aperture (perfino sperticate) a Mosca, quasi che un asse russo-americano fosse la chiave per aprire qualsiasi porta. Ora sono arrivate le dimissioni di Michael Flynn, il quale si era impegnato proprio (informalmente, per forza di cose) a sospendere almeno parte delle sanzioni contro la Russia. Probabilmente un gioco che non è neppure valso la candela.

Vedremo se ne seguirà uno sforzo per ricalibrare le priorità: meno durezza verso la Cina, meno disponibilità verso la Russia, e una visione d’insieme coerente non tanto sulla “forza” americana quanto piuttosto su cosa farne.

In effetti, si possono leggere alcune scelte di moderazione fatte un pò controvoglia in queste settimane – compreso l’allontanamento di Flynn – come il pragmatico aggiustamento che molti prevedevano (e si auguravano) nella naturale parabola di Trump: da candidato aggressivo a Capo dell'esecutivo. Una curva di apprendimento che si spera sia rapida. In sostanza, checks and balances all'interno (come nella vicenda dell’ordine esecutivo sull’immigrazione), e balance of power all'esterno. Resta però il fatto che anche gli istinti politici del Presidente dovranno cambiare in qualche misura, perchè (non dimentichiamolo) alcune sue prime uscite sono state veri e propri errori – in parte tattici, in parte strategici. Anche probabile è che in fondo i suoi elettori abbiano poco interesse per la politica estera in quanto tale e che dunque molte decisioni saranno di fatto demandate al Segretario di Stato e della Difesa e agli altri membri-chiave del Gabinetto. Ma l'influenza di un personaggio come Steve Bannon nel cerchio ristretto della Casa Bianca, ad esempio, è potenzialmente destabilizzante, seppure ancora da valutare.

Inoltre, non sempre il Comandante in Capo potrà permettersi di "imparare sbagliando" o procedere per tentativi senza pagare un prezzo altissimo. Non avrà questo lusso di fronte a crisi acute o decisioni su cui i suoi collaboratori saranno in disaccordo tra loro. Sarà allora Donald Trump a dover fissare un ragionevole punto di equilibrio. 



Trump's transactional problem