Israele e Gaza tra irresponsabilità passate e un futuro difficile

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Nelle ultime settimane la brutalità del conflitto tra Israele e Palestina ha investito soprattutto la striscia di Gaza. L’occasione è stata offerta dalle proteste di massa organizzate sotto l’egida della “Marcia del ritorno”, iniziate  il 30 marzo scorso e ripetutesi ogni venerdì fino a culminare il 14 maggio – il giorno prima della Naqba - in cui i palestinesi commemorano l’esodo di circa 700.000 profughi con l’indipendenza di Israele nel 1948.

Nei giorni scorsi è stato reso pubblico un appello dal titolo “Tacciano le armi e si cerchino le vie politiche del dialogo” che diversi organi di stampa hanno ripreso. E’ un documento, sintetico pur nella complessità dei temi che affronta, predisposto da ebrei italiani da tempo impegnati nel sostegno ad una soluzione del conflitto israelo-palestinese fondato sul principio di “due stati per due popoli” e fortemente preoccupati per lo stallo dei negoziati fra le parti  paralizzati ormai dal 2014 e l’incrudirsi ricorrente di un conflitto irrisolto. L’appello è stato sottoscritto da oltre 300 persone, ebrei e non, sensibili alle vicende di quella parte del mondo, pur relegate da qualche tempo in secondo ordine dalla frantumazione degli stati nel Medio Oriente, dal terrorismo islamista e dal cataclisma umanitario nella regione.

Al di là della cruda conta delle vittime, dei lutti e delle sofferenze di gente segnata per la vita dalla violenza (oltre 100 palestinesi uccisi, moltissimi feriti) e della meccanica degli scontri, sui quali le Nazioni Unite intendono svolgere un’inchiesta indipendente, la mancanza di una strategia di lungo termine in ognuno degli antagonisti attanagliati in un conflitto nefasto sconcerta l’osservatore imparziale e ancor più sgomenta chi come noi partecipa empaticamente del dramma dei due popoli.

Hamas non ha una strategia: per lungo tempo ha condotto da Gaza un’inutile guerra di guerriglia che ne ha esposto gli abitanti alle ritorsioni di Israele e non ha abdicato, nel suo settarismo ideologico, al principio del rifiuto dell’esistenza di Israele. È debole, per il degrado e la miseria che gravano sulla striscia di Gaza, ancora devastata  dalle conseguenze della guerra dell’estate 2014. Hamas è isolato dal mondo arabo-islamico, inclusi il Qatar e la Turchia un tempo suoi alleati e finanziatori, ed osteggiato dall’Egitto per il suo appoggio ai Fratelli mussulmani. Tale è la sua debolezza che da tempo non lancia più razzi verso Israele e anzi avrebbe ripreso di recente l’offerta di una tregua di lungo termine, cui peraltro il governo di Benjamin Netanyahu non ha nemmeno risposto.

L’antagonismo con l’OLP dominata da Al-Fatah permane, malgrado l’accordo di riconciliazione negoziato l’anno scorso che contemplava l’esercizio da parte dell’Autorità palestinese di Ramallah della giurisdizione civile-amministrativa (ma non del potere militare) su Gaza. Al fallimento dell’accordo l’Autorità ha reagito imponendo sanzioni alla stessa Gaza che hanno esacerbato le sofferenze della popolazione, la cui condizione, sul piano dell’economia, della disponibilità di energia, dell’ambiente e della sanità, è drammatica. Le Nazioni Unite predicono che nel 2020 non vi sarà più acqua potabile; già oggi essa è limitata e spesso inquinata. L’energia elettrica è disponibile solo per alcune ore al giorno; la disoccupazione supera il 40%, fra i giovani il 60. Parte rilevante degli abitanti sopravvive grazie al soccorso erogato da organizzazioni umanitarie internazionali.

Nelle ultime settimane Hamas ha fagocitato e manipolato la protesta promossa lungo la frontiera da comitati e associazioni in forme inizialmente non-violente, cercando di attirare l’attenzione del mondo sulla catastrofe umanitaria di Gaza e sulle nequizie di Israele. Ordigni esplosivi, granate, aquiloni in fiamme e bottiglie incendiarie sono stati lanciati verso il territorio di Israele. Una parte dei morti dei giorni scorsi erano, secondo Israele ma anche secondo Hamas che ne ha vantato l’identità, militanti armati; in particolare, un dirigente dell’Ufficio politico di Hamas ha affermato che 50 delle 62 vittime negli scontri del 14 maggio erano membri del movimento.

Quale strategia d’altra parte persegue Israele? Dovrebbe trattare con Hamas? Forse è stato un errore da parte di Israele – e del Quartetto (ONU, Stati Uniti, Russia, UE) – fissare condizioni troppo cogenti nel 2007, al momento del successo elettorale e poi della presa del potere da parte di Hamas, per negoziare con esso; oggi però sarebbe un gesto offensivo verso l’Autorità palestinese, partner negoziale di Israele ancorché in una trattativa ormai bloccata da quattro anni, nonché verso paesi vicini ed amici come l’ Egitto e la Giordania, avversi all’ideologia integralista di Hamas. Mantenere il blocco terrestre e navale imposto dal 2007 alla Striscia? E’ lecito che Israele imponga restrizioni all’ingresso di beni e materiali per scongiurare il loro uso per produrre armi o costruire tunnel sotterranei da cui penetrare nel territorio di Israele, ma la natura del blocco è esiziale per la gente di Gaza. Perché non consentire a residenti di Gaza di entrare in Israele per lavorare e a studenti di lasciare la Striscia per iscriversi a scuole o università estere? Perché non consentire alle piccole imprese manifatturiere di esportare liberamente beni e semilavorati verso Cisgiordania e Israele al fine di stimolare l’economia e la formazione di una classe imprenditoriale interessata a un futuro di coesistenza pacifica con Israele ?

Con il ritiro di Israele nel 2005 Gaza poteva costituire un embrione di stato palestinese, sebbene necessitasse per diventarlo degnamente di un legame fisico e politico con la Cisgiordania, di luoghi di transito aperti, di un confine davvero sovrano con l’Egitto. Ma ciò poteva consentire, nel frattempo, un avvio di progresso civile ed economico per quella terra diseredata.

Così non è stato. I palestinesi ne portano responsabilità, in particolare il governo dispotico e militarizzato di Hamas. Ma Israele molto poteva e dovrebbe fare anche con lo stesso Hamas o con un governo di “unità nazionale” palestinese, qualora si formasse e verso il quale l’Egitto e il Qatar stanno spingendo, per alleviare le condizioni materiali della popolazione. Insomma: il disastro di queste settimane non è una calamità naturale, poteva essere previsto e forse evitato.

Gli stessi vertici dell’esercito e alcuni ministri del governo Netanyahu da tempo insistono perché Israele concorra, con progetti talora avveniristici, alla ricostruzione di un minimo di ordine economico e civile nella Striscia, dopo le devastazioni subite nelle guerre del 2008-09, 2012 e soprattutto 2014. L’obiettivo sarebbe quello di contenere l’accumularsi di frustrazione e rabbia, collaborando a tal fine con la Banca Mondiale, e i  governi europei e di altri paesi donatori.

La sicurezza di Israele non può fondarsi sulla mera forza delle armi, però esige la piena accettazione della sua esistenza da parte dei palestinesi e dei vicini arabi. Essa presuppone la sconfitta degli oltranzisti di Hamas e delle altre milizie salafite ma anche la convinzione della popolazione che dall’azione non-violenta e dalla trattativa può scaturire un futuro decente. E’ quindi interesse preminente di Israele agire per dissociare la società palestinese dall’estremismo integralista.

Le azioni militari al più agiscono da deterrente nel breve periodo, ma mietono vittime civili, rafforzano la fascinazione per gli estremisti fra i palestinesi e isolano Israele dalla comunità delle nazioni per l’eccesso di violenza contro i dimostranti.

Il diritto all’autodifesa di Israele è certamente legittimo, ma la questione rilevante è come esercitare quel diritto. Come ricorda intervistato da Judy Maltz su Haaretz Michael Sfard, un avvocato che con altri rappresenta alcune ONG israeliane attive nella difesa dei diritti umani che hanno sottoposto una petizione all’ Alta Corte di Israele, “Lo stato e l’esercito sostengono che l’uso di armi letali contro civili non armati è permesso anche in circostanze nelle quali essi non pongono un imminente pericolo di vita ad altri. Il numero enorme di vittime di queste settimane è il risultato diretto di questa tesi che non ha fondamento. Essa contraddice i principi fondamentali delle leggi che regolano l’uso della forza, cioè, mettere in pericolo la vita di civili è permesso solo per difendere la vita”.

Infine, come ha affermato Mossi Raz – deputato del Meretz, partito della sinistra: “I palestinesi hanno il diritto di manifestare e Israele ha il diritto-dovere di disperdere manifestazioni violente. Ma è vietato usare armi da fuoco ed è nostro obbligo morale evitare un’ulteriore escalation”. Occorre poi unire a ciò “la fine del blocco imposto alla Striscia, accordare permessi di lavoro in Israele agli abitanti di Gaza oppressi da disoccupazione e miseria, trattare con i palestinesi per porre fine alle violenze e riattivare la trattativa per una soluzione a due stati che includa la striscia di Gaza come soggetto-oggetto nel quadro negoziale”.