Il vizio del socialismo bolivariano

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Hugo Chávez (and Nicolás Maduro) painted on a wall

La ricomparsa della denutrizione (3.9% tra i minori di cinque anni, per la prima volta tornata a salire dopo le diminuzioni degli ultimi decenni) in un paese ricco come il Venezuela è forse l’aspetto più eclatante di una crisi politico-istituzionale ed economica che sta diventando emergenza umanitaria.

I recenti dati della “Encuesta sobre Condiciones de Vida” (Encovi) condotta annualmente da alcune delle principali università del paese (Central de Venezuela, Católica Andrés Bello e Simón Bolívar) mostrano come l’ascesa dei livelli di povertà – 34% in più rispetto al 2014, con il 52% dei venezuelani in condizioni di povertà estrema – stia causando quella che viene sarcasticamente definita la “dieta Maduro”: una perdita media di circa otto chili nell’ultimo anno che ha riguardato tre venezuelani su quattro, nonostante non siano pochi coloro che hanno iniziato a nutrirsi anche di animali domestici. La mortalità infantile è così aumentata del 45% rispetto al 2013, mentre la recessione si è fatta inarrestabile: nel 2016 il calo del pil è stato del 18% secondo le cifre della banca centrale e l’aumento dei prezzi è stato dell’800%; il rapporto tra deficit e pil ha raggiunto il 20%.

È in questo quadro drammatico che Nicolàs Maduro ha deciso di promuovere la sua riforma costituzionale, col risultato di polarizzare ancor di più lo scontro politico tra il regime e l’opposizione, che dal 2015 controlla l’assemblea nazionale. Mentre la violenza nelle strade di Caracas e delle principali città minaccia di far precipitare paese nella guerra civile, il successore di Hugo Chávez in occasione del comizio del Primo maggio ha annunciato la convocazione di una “Assemblea costituente del popolo”, presentandola come “una Costituente femminista, giovanile, studentesca, una Costituente indigena, ma anzitutto una Costituente profondamente operaia, decisamente operaia”.

Salutata dai sostenitori come la necessaria accelerazione verso la costruzione del “socialismo del ventunesimo secolo” preconizzato da Chávez e osteggiata dai suoi oppositori come un disegno corporativo di stampo autoritario o, più semplicemente, un espediente per allontanare quelle elezioni presidenziali previste per l’ottobre 2018 che il regime teme a causa della sua impopolarità, questa svolta di certo sta accentuando l’isolamento internazionale del paese.

La sua recente decisione di abbandonare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), annunciata come reazione alla crescente pressione esercitata dalla più rappresentativa organizzazione multilaterale delle Americhe, è solo l’ultimo di una serie di episodi che illustrano la solitudine del chavismo e il collasso dei suoi progetti di iniziativa diplomatica e egemonia regionale, coagulatisi nello scorso decennio attorno alla nascita della Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA). Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre l’eclissi di questo pan-americanismo dalle forti tinte anticapitaliste e populiste esclusivamente a dinamiche interne.

Nata nel 2004 sull’asse Caracas-L’Avana in contrapposizione all’ALCA (l’Area di libero commercio delle Americhe che gli Stati Uniti volevano creare all’epoca) l’ALBA si è via via rafforzata grazie all’adesione della Bolivia di Evo Morales e dell’Ecuador di Rafael Correa nel 2006, del Nicaragua di Daniel Ortega nel 2007 e dell’Honduras di Manuel Zelaya nel 2008 – il paese centramericano ne sarebbe uscito poco dopo in seguito al golpe che depose lo stesso Zelaya.

Alimentato dal greggio e dalle entrate della produzione petrolifera venezuelana, questo asse bolivariano era parte di una più ampia e multiforme pink wave che trasformò il paesaggio politico dell’America Latina del nuovo millennio. Simón Bolívar, il protagonista della lotta del Sudamerica per l’affrancamento dall’impero spagnolo, fu scelto come “etichetta” di questa corrente sia per la sua provenienza venezuelana, sia ovviamente per il richiamo a una liberazione dall’imperialismo americano. L’affermazione del peronismo di Nestor Kirchner in Argentina (2003) e soprattutto di Ignacio Lula da Silva in Brasile (2002) furono i momenti salienti di una ondata politica tinta di progressismo ma assai eterogenea nei programmi, nel linguaggio e nelle culture politiche di riferimento, però accomunata dalla critica al cosiddetto modello neoliberista e alla tradizionale egemonia statunitense nell’emisfero.

Tuttavia sia l’ipotesi bolivariana sia quella più moderata “neoliberismo dal volto umano” appaiono ora in profonda crisi. Le condizioni che le avevano rese possibili stanno difatti tutte scomparendo: il petrolio, assicurazione sulla vita del Venezuela, ha visto crollare il suo prezzo; il boom delle materie prime locali si è raffreddato per il rallentamento cinese e la frenata degli altri BRICS. E il momento di relativo declino dell’influenza regionale degli Stati Uniti,impantanatisi in Medio Oriente dopo l’11 settembre 2001 e alle prese con la crisi dopo il 2008, sembra poter passare.

L’elezione di Lenin Moreno alla presidenza dell’Ecuador nello scorso aprile smentisce solo apparentemente questa tendenza. La sua linea di continuità con le politiche sociali e gli alti livelli di spesa pubblica promossi per un decennio da Correa, di cui è stato vice presidente dal 2007 al 2013 e da cui si differenzia soprattutto per una maggiore attenzione alla libertà di espressione e un minore carisma, non gli ha fruttato una cambiale in bianco dagli elettori. Moreno ha prevalso solo al ballottaggio e di strettissima misura sul banchiere Guillermo Lasso, fautore di una netta correzione di rotta in senso liberista.

La perdita di consensi del modello bolivariano in Ecuador è dovuta in buona parte alle tensioni tra il governo da una parte e le comunità indigene e il mondo rurale e ambientalista dall’altro sulle politiche governative in materia di sfruttamento delle risorse naturali. In particolare, il parziale abbandono da parte di Correa del progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT), volto a impedire le trivellazioni petrolifere in un importante parco nazionale, ha creato un vulnus tra il partito del “socialismo andino” e una parte importante della sua base elettorale.

Si spiegano in modo analogo le difficoltà di Evo Morales in Bolivia, sconfitto nel referendum del febbraio 2016 che gli avrebbe permesso di candidarsi al quarto mandato (la sua prima elezione risale al 2005), eppure deciso a ricandidarsi nel 2019 a costo di modificare l’attuale costituzione. Anche qui si si è registrato uno scollamento tra una classe politica legata a un modello di sviluppo sempre più top down e incapace di diversificare e ridurre la dipendenza dallo sfruttamento delle risorse naturali e una coalizione di movimenti e interessi che vede in questi indirizzi il tradimento delle speranze suscitate da “Evo” più di dieci anni fa. Qui il casus belli è il progetto di costruzione di una autostrada attraverso il Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro Secure, promosso con le maniere forti dal governo nonostante una diffusa opposizione popolare.

Come è evidente, le difficoltà attuali dei governi di Quito e La Paz non sono paragonabili al disastro di Caracas e le differenze tra questi tre casi nazionali sono significative. Emerge tuttavia un comune denominatore: il fallimento di un modello “estrattivista” basato sullo sfruttamento delle risorse naturali come fonte per il finanziamento sia della spesa pubblica e dei programmi sociali, sia degli investimenti per la diversificazione della produzione industriale interna. Un modello proposto come transitorio ma che, grazie alla facilità della rendita, ha finito per trasformarsi in una “dipendenza”, perpetuando la maledizione economica di buona parte del continente.

È indubbio che tra il 2003 e il 2013, quando il pil cresceva mediamente tra il 4 e il 6% su scala continentale, i risultati delle politiche redistributive attuate in vari paesi siano stati positivi. Ma dal 2014, con il crollo del prezzo di molte materie prime – a partire dal petrolio – la frenata è stata brusca e i contraccolpi politici si sono fatti sentire soprattutto dove la spesa pubblica era cresciuta senza controllo, le aspettative di palingenesi sociale erano state moltiplicate da una roboante retorica anti capitalista e anti imperialista, e la diversificazione economica aveva dato esiti assai limitati se non fallimentari.