Il temporaneo pragmatismo di Teheran a fronte del nuovo corso di Trump

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The signers of the JCPOA

Dopo nove mesi di lavoro e molta attesa da parte di tutta la comunità internazionale, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la nuova strategia degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Nel suo discorso del 13 ottobre, Trump ha dichiarato di non poter certificare l’accordo nucleare iraniano, conosciuto come il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) e siglato nel luglio del 2015.

Il Presidente ha affermato di non considerare le misure intraprese da Teheran sul fronte nucleare proporzionate alla sospensione delle sanzioni messa in pratica dagli USA sin dal gennaio del 2016. Il Congresso avrà ora 60 giorni per reintrodurre le sanzioni sospese proprio a seguito dell’accordo nucleare, o per modificare, unilateralmente, le condizioni dell’accordo – cosa che comporterebbe una violazione del JCPOA. Qualsiasi sia il risultato del dibattito al Congresso, sembra che l’intenzione di Trump sia di introdurre nuove restrizioni, relative principalmente alla durata dell’accordo e alle attività dell’Iran nella regione (in particolare i test missilistici), nell’intesa da lui vista come la ‘peggiore e piu’ unilaterale di sempre’. Questo anche a costo di vederla crollare.

Trump ha inoltre annunciato l’introduzione di sanzioni aggiuntive nei confronti dell’intero corpo delle Guardie Rivoluzionarie, accusate di costituire la ‘personale, corrotta forza del terrore della Guida Suprema’. La milizia speciale nata con la Rivoluzione del 1979 è considerata tra l’altro colpevole di minacciare le truppe statunitensi, oltre che quelle dei paesi alleati, anche tramite missili balistici.

La cosiddetta “decertificazione” nell’ambito del JCPOA e il tono duro adottato dal presidente americano nei confronti di Teheran non hanno suscitato sorpresa nella leadership iraniana. I vari rappresentanti del governo si erano già espressi nelle settimane precedenti su questa possibilità, criticando e manifestando la propria delusione nei confronti della posizione adottata dagli Stati Uniti, nonostante l’adempienza iraniana (sancita dagli altri firmatari dell’accordo, dalla International Atomic Energy Agency – IAEA – e perfino da parte dell’amministrazione Trump) agli obblighi delinati dal JCPOA.

Subito dopo il discorso di Trump, il presidente Hassan Rouhani ha affermato che nessun singolo leader ha il potere di smantellare un formale accordo internazionale, approvato da una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha poi aggiunto che l’Iran mai si piegherà al volere di un attore esterno. Rouhani ha garantito che l’Iran resterà nell’accordo e continuerà comunque a collaborare con l’IAEA ma ha sottolineato che anche gli altri paesi firmatari del JCPOA dovranno continuare ad impegnarsi nel funzionamento dell’accordo. Per quanto la reazione immediata dell’Iran sia stata una risposta pragmatica alla strategia adottata da Trump, nel Paese certamente si dibatterà a lungo su come reagire al nuovo corso della Casa Bianca.

La diplomazia iraniana ha scartato l’opzione di rinegoziare il JCPOA sin da quando questa era stata avanzata per la prima volta da Trump in campagna elettorale. L’intesa ha infatti richiesto più di 12 anni di negoziati tra l’Iran e la comunità internazionale, grazie al difficile compromesso tra gli  interessi dei vari soggetti impegnati nelle trattative. Riavviare i negoziati significherebbe, per la leadership iraniana, aprire un vaso di pandora che porterebbe solamente ad ulteriori restrizioni sulla politica nucleare (e non) da parte di Teheran, senza avere nulla di valore in cambio. Questo nel contesto di una già insoddisfacente percezione dei benefici dell’accordo nucleare da parte iraniana, data la mancanza degli attesi investimenti e contratti sostanziosi da parte di compagnie internazionali, che non arrivano per paura di violare le sanzioni americane sulle attivita’ non nucleari dell’Iran che sono ancora in vigore.

Rouhani, in campagna elettorale nel maggio scorso, ha continuato a diferendere il JCPOA, impegnandosi a risolvere le questioni che bloccano il miglioramento dell’economica iraniana, nonostante la sospensione delle sanzioni. Tuttavia, il presidente iraniano ha dovuto affrontare una buona dose di critiche interne per la scelta fatta di “capitolare alle richieste dell’occidente” accettando le condizioni dell’accordo, senza ottenere nulla di sostanziale in cambio. Questa mole di pressione potrebbe ora ulteriormente aumentare, rendendo una rinegoziazione dell’accordo ancora piu’ improbabile. Il governo iraniano ha annunciato che deciderà come comportarsi, soprattutto a fronte della decisione del Congresso attesa per metà dicembre, in base a quello che farà l’Unione Europea. Il Ministro degli Esteri Javad Zarif, ad esempio, ha dichiarato che ‘L’accordo nucleare costituisce un test per gli europei, se possono davvero giocare un ruolo sul piano internazionale senza il sostegno degli Stati Uniti’; saranno loro a determinare ‘se l’accordo può sopravvivere o no’. Questo indica che l’interesse nazionale sarà definito, in primo luogo, dagli eventuali benefici economici per l’Iran, nonostante l’eventuale uscita americana, o l’introduzione di sanzioni aggiuntive.

Sul piano politico, però, molto potrebbe dipendere da come evolveranno le relazioni tra Iran e Stati Uniti. Infatti, nonostante la natura multilaterale del JCPOA (garantito anche dagli altri firmatari, cioè Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Russia, oltre all’Alto Rappresentate dell’UE),  la leadership iraniana potrebbe trovare poco conveniente continuare ad accettare restrizioni su un programma nucleare latente, in un contesto il cui l’amministrazione americana ancora parla, apertamente o meno, di ‘cambio di regime a Teheran’. Il Segretario di Stato, Rex Tillerson, ha per esempio dichiarato che lo scopo della strategia americana è quello di ‘sostenere le voci moderate in Iran, supportando le loro richieste di democrazia e libertà, nella speranza che un giorno il popolo riprenderà il controllo del governo’.

Tali affermazioni vengono viste da Teheran come minacce dirette, e confermano l’idea che impegnarsi nel dialogo e nella cooperazione internazionale sia in realtà controproducente. La conseguenza è perciò un crescente sostegno, sia dell’opinione pubblica che delle figure istituzionali, nei confronti dei conservatori, che avevano avvertito Rouhani e il suo governo di non fidarsi degli Stati Uniti. Secondo Hossein Shariatmadari, direttore del quotidiano ultra-conservatore Kayhan, nonché portavoce del Leader Supremo, ‘il risultato è che abbiamo raggiunto una maggiore coesione e unità tra di noi’.

Questa ritrovata coesione del campo conservatore potrebbe, nel medio-lungo termine, portare Teheran a rivedere la sua posizione pragmatica e ad optare, invece, per delle misure di reazione forti. Sul piano nucleare, ciò potrebbe consistere nell’abbandono del JCPOA e nella ripresa delle attività di arricchimento di uranio e produzione di plutonio – che è stata limitata negli ultimi due anni. Sul piano regionale, si potrebbe avere un’ancora maggiore propensione per l’utilizzo di deterrenti indiretti, quali la proiezione iraniana in conflitti come la Siria, l’Iraq e lo Yemen. In entrambi i casi, si avrebbe una escalation sul piano internazionale e una minaccia concreta per la sicurezza regionale.



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