Il re di Facebook che pensa in grande

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Il fondatore di Facebook ha posto una domanda impegnativa:Are we building the world we all want?”. “Stiamo costruendo il mondo che tutti vogliamo?”, si e ci chiede Mark, come lui amichevolmente si firma, in un post (del 16 febbraio) da 5742 parole, forse il più lungo della sua vita. Ma è poi scontato che tutti vogliamo lo stesso mondo se in meno di dieci anni sembra che siamo passati dall'infatuazione al ripudio della globalizzazione? 

Sono su Facebook dal 21 settembre 2008. Gli stessi giorni della bancarotta di Lehman Brothers e dell'ingresso nel tunnel della crisi economica peggiore che le generazioni attuali ricordano. Erano i mesi del mai avvenuto decollo della vita parallela di “Second Life” (la piattaforma che crea un mondo virtuale completo di quasi tutte le esperienze sociali immaginabili) e dell'arrivo in Italia, oltre a FB, del più promettente Twitter. Creai il mio profilo per curiosità professionale, per poterne parlare. Non ne sono più uscito, e oggi ripercorrendo la mia timeline ci ritrovo, oltre al racconto di questi anni tumultuosi, commentati assieme agli ascoltatori di “Zapping” e “Radio Anch'Io”, un groviglio di amicizie vecchie e nuove.

Cogliendo le opportunità della rete, Facebook ha abbattuto le barriere del tempo e dello spazio. Lontano dalla mia città d'origine, grazie al questo social network ho riallacciato e consolidato, coi miei amici di gioventù, relazioni che oggi non esisterebbero nemmeno se fossi ancora là. Ho costruito nuovi rapporti sulla base di interessi e obiettivi comuni. Amicizie che da virtuali sono diventate reali, trasferite anche nei luoghi tradizionalmente deputati a incontro e confronto. Vecchie e nuove infrastrutture che, nel suo manifesto, Mark riconduce orgogliosamente alla propria intuizione di soli quindici anni fa.

Siamo abituati a ragionare sul breve periodo, sui due anni – scrive Zuckerberg – e sottovalutiamo i piani a lungo termine. Difficile capire se lui per primo stia già pensando in grande al dopo-Trump, al 2020 o al '24. Ancora più difficile immaginare, tra pulsioni global, glocal e nuovi “sovranismi”, cosa significheanno i confini delle nazioni fra quattro o otto anni. Mark Zuckerberg oggi è a capo di un Paese virtuale da un miliardo e ottocento milioni di abitanti, un territorio che non conosce frontiere interne. Di ciascuno di noi (suoi “utenti”, ma lui direbbe “membri della comunità”)  conosce i dati più intimi, informazioni che gli abbiamo consegnato spontaneamente. Forse la base per costruire quella comunità globale inclusiva, informata, sicura, impegnata dal punto di vista civico evocata già dal titolo del “Programma Zuck”. Forse no. Che il social sia sociale resta da dimostrare, cioè dhe davvero resti l'approdo inevitabile dopo le tribù, le città, le nazioni pure. 

Il problema è questo: con la complicità di Facebook, che, per citare Umberto Eco, ha dato diritto di parola a legioni di imbecilli, stiamo un po’ tutti perdendo di vista i fondamentali della democrazia. I tempi lunghi che Zuckerberg si è preso per affrontare la piaga delle fake news hanno permesso alla macchina della disinformazione di fare disastri. Non mi riferisco tanto all'elezione di Donald Trump, o al voto sulla Brexit, quanto all'aumento esponenziale di individui convinti che il cancro si possa curare col bicarbonato, che le scie chimiche ci uccideranno o che l’11 settembre sia stato opera dei servizi segreti israeliani, etc. Facebook, e gli altri social, rischiano di farci perdere il senso delle istituzioni e della sovranità parlamentare (o di altro tipo, comunque espressa periodicamente con il voto). Di consegnare le nostre esistenze, con il nostro consenso, a delle Società per Azioni.

In particolare, usare l'intelligenza artificiale per filtrare le notizie pubblicate e condivise, consegnare il fact-checking all'algoritmo, contribuirà a delegittimare il giornalismo di qualità e condannarlo a morte sicura. E la poderosa migrazione della pubblicità dai media tradizionali ai nuovi media ne è una preoccupante avvisaglia.  Se tutto questo è alla base del nuovo possibile ordine mondiale, non c'è da stare sereni.

Intanto Facebook e Twitter stanno di fatto eliminando la mediazione professionale delle agenzie di stampa e delle redazioni. Le fonti tradizionali di informazione comunicano direttamente sulle piattaforme digitali investendo di dati un lettore raramente attrezzato a valutarli. “I social media – ha detto il padre di Twitter, Jack Dorsey – hanno creato un'instabilità pari a quella che sei anni fa diede fuoco alle primavere arabe”. In sei anni molte cose sono cambiate, a cominciare dalle potenzialità di Twitter, ma la profezia non è peregrina.

La comunità globale di prosperità, libertà, pace e inclusione auspicata da Mark Zuckerberg, già nelle prime righe della sua comunicazione ai facebook-users di tutto il pianeta, male si allinea con l'attualità dell'hate speech presente in rete. Ripromettersi di affrontare il problema, che è serio, entro il 2017 appare come un'ammissione di impotenza di fronte al dilagare della violenza verbale. In Italia, la Presidente della Camera, Laura Boldrini, che recentemente ha scritto proprio a Zuckerberg sollevando la questione (della quale lei stessa è stata ripetutamente vittima), non ha avuto risposta. Intanto, è prevedibile che le elezioni che nei prossimi mesi interesseranno Francia, Olanda, Germania (e forse Italia) risentano pesantemente dell’influenza incontrollata delle notizie e delle opinioni che circolano in rete.

La parte mezza piena del bicchiere, d'altro canto, ci indica che potenzialità orgogliosamente rivendicate, come la ricerca di bambini scomparsi, la prevenzione dei suicidi, la messa in rete di esperienze comuni su disagio e malattie, possono avere un ruolo tangibile e costruttivo. Contrastare il terrorismo globale sarà forse più difficile, non per questo missione impossibile.

Quali vantaggi potremo avere dal perfezionamento della comunità fondata tredici anni fa dal visionario Mark per gli studenti dell'Università di Harvard? Virtuale e reale resteranno due mondi paralleli, interconnessi e reciprocamente influenzabili, che si miglioreranno a vicenda? O un futuro certamente non previsto, nemmeno dalla fantascienza più illuminata degli scorsi decenni, è già qui?

Mark Zuckerberg, oggi trentatreenne, è da anni tra gli uomini più ricchi e influenti del pianeta. La  faccia pulita e le grandi azioni di beneficenza conferiscono valore aggiunto alla sua immagine. Passata la delusione verso la globalizzazione, di cui egli è un uno dei testimonial più autorevoli, passata la stagione di Trump, gli elettori statunitensi potrebbero prenderlo nella dovuta considerazione. E la presidenza degli Stati Uniti, una volta che Facebook avrà abbattuto l'ultima barriera, quella della lingua, potrebbe davvero essere il primo passo verso qualcosa di inimmaginabile.

Credo che lui ci stia pensando seriamente.