Il rapporto USA-Cina dopo il primo incontro al vertice

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Donald Trump and Xi Jinping at Mar-A-Lago

Il momento più importante del primo faccia a faccia tra Donald Trump e Xi Jinping non si è verificato durante i colloqui formali, ma a tavola. Il 6 aprile, mentre i due leader più importanti del mondo mangiavano insieme alle consorti e alle delegazioni a Mar-A-Lago, in Florida, il segretario generale della Difesa James Mattis, su ordine del presidente americano, seguiva da vicino il lancio di 59 missili Tomahawk contro la base militare di Shayrat, in Siria.

Trump poteva attaccare prima o dopo il summit con Xi, invece ha scelto proprio il momento in cui si trovava insieme al potente omologo cinese. Un caso? Non ci crede nessuno, tantomeno Pechino. Già venerdì, nel suo editoriale, il Global Times, quotidiano cinese molto vicino al partito comunista, scriveva: «La decisione di Trump di attaccare il governo di Bashar al-Assad è una dimostrazione di forza. Vuole provare al mondo che osa là dove Obama non ha osato. Vuole dimostrare al mondo che non è soltanto un “businessman” e che userà la forza militare senza esitazione ogniqualvolta lo consideri necessario». Se si aggiunge poi che proprio a inizio aprile l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, aveva dichiarato che il presidente siriano «Assad non è più la nostra priorità» (sebbene abbia poi sfumato il concetto nelle ultime ore), il sospetto che Trump abbia “parlato a nuora perché suocera intenda” si fa più forte. E in questo caso le “suocere” asiatiche sono due: Xi Jinping e Kim Jong-un.

Hua Liming, uno dei veterani della diplomazia cinese, già ambasciatore in Iran, ha dichiarato che «siamo evidentemente davanti a un forte avvertimento alla Corea del Nord, indirizzato a mostrare che gli Stati Uniti sono capaci di lanciare un attacco militare contro Pyongyang», se le tensioni dovessero aumentare ancora. E un segnale è già arrivato, con lo spostamento di un gruppo portaerei nei pressi della penisola coreana.

Non è un segreto che uno dei dossier più caldi sul tavolo dei due leader a colloquio è stato quello nordcoreano, anche se nessun progresso è stato fatto. Solo due giorni prima (mercoledì 5 aprile) Kim Jong-un aveva lanciato un missile balistico a medio raggio verso il Mar del Giappone, spingendo Trump e il primo ministro giapponese Shinzo Abe a discutere in una lunga telefonata il giorno seguente, nella quale è stato ribadito che «tutte le opzioni sono sul tavolo». Nello stesso tempo la Corea del Sud si prepara a rendere rendere operativo entro la fine dell’anno il sistema missilistico difensivo Thaad (fornito dagli americani), che tanto ha fatto infuriare la Cina, e ha testato un missile che può raggiungere ogni angolo della Corea del Nord. Trump, che ha affermato al Financial Times che «se la Cina non ci aiuterà, agiremo da soli», ora ha voluto mettere in chiaro con Xi che diceva sul serio.

Il neo-presidente è convinto che la diplomazia di Barack Obama non sia servita a nulla:  né a impedire alla Corea del Nord di dotarsi di un missile intercontinentale a lungo raggio in grado di montare una testata nucleare miniaturizzata per minacciare l’America e i suoi alleati nel Pacifico; né a convincere la Cina a impedirlo, facendo la voce grossa con il suo alleato. Anche per questo motivo è ricorso alle maniere forti, con una mossa rischiosa (il lancio di missili sulla base del governo siriano) che poteva irritare Pechino, schierata per il principio del “non intervento”.

Il commercio, di conseguenza, è passato in secondo piano nell’incontro di Mar-A-Lago. Nei giorni precedenti al colloquio tra i due presidenti, il ministro del Commercio cinese Zhong Shan ha ricordato sui giornali più volte che gli scambi bilaterali non sono così negativi come li dipingono gli Stati Uniti: nel 2016 hanno raggiunto un valore di 519,6 miliardi di dollari. Il ministro Zhong ha anche ricordato che, nonostante la bilancia commerciale sia fortemente in deficit per gli Stati Uniti (circa 300 miliardi), viene acquistato da Pechino il 26% dei Boeing americani, il 56% della soia, il 16% dei veicoli e il 15% dei microcircuiti.

Le parti hanno deciso di non rilasciare troppi dettagli sul colloquio intrattenuto in Florida, segno che sui temi principali non è stato trovato alcun accordo. A conferma di questo, Donald Trump ha dichiarato: «Abbiamo discusso a lungo e per ora non ho ottenuto niente. Assolutamente niente. Ma è cominciata un’amicizia e credo che nel lungo termine svilupperemo un grande rapporto». Anche il presidente Xi Jinping ha mostrato più sorrisi che altro, sottolineando la calorosa accoglienza americana e la necessità di far progredire il rapporto («abbiamo migliaia di ragioni per farlo»).

Ad oggi le uniche certezze sono due: Trump ha apprezzato la proposta del segretario del partito comunista cinese di aprire quattro canali di consultazione dedicati a temi specifici (sicurezza e diplomazia, commercio ed economia, rispetto della legge e cyber security, scambi sociali) e accettato di buon grado di recarsi in futuro in Cina. «Abbiamo fatto progressi incredibili», ha detto soddisfatto con la sua nota tendenza a qualche iperbole.

È assolutamente prematuro parlare di un “nuovo corso” nel rapporto tra Stati Uniti e Cina. Sicuramente, anche a causa del lancio di missili in Siria, l’incontro è stato più duro e diretto di quanto i sorrisi al momento del congedo facciano pensare. I due presidenti si sono detti chiaramente quali sono le rispettive priorità, che ovviamente non coincidono. Si sono trovati d’accordo solo sul fatto che in futuro dovranno trovare un accordo, evitando una guerra. Anche per questo, hanno stabilito un piano in 100 giorni per fare progressi nelle trattative sugli scambi commerciali. Ma per la ricerca di un vero compromesso di sostanza bisognerà attendere il prossimo incontro.