Il presidente porta "America First" nell’Asia-Pacifico

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AGF/Zumapress

Non è mai stato facile capire come si sarebbe declinato il concetto trumpiano di America First rispetto alla macro-regione dell’Asia-Pacifico.

La prima scelta importante del Presidente è stata quella di sottarsi agli impegni sottoscritti dall’amministrazione Obama per l’accordo sulla Trans-Pacific Partnership (TPP) – dunque un parziale “disingaggio” economico-commerciale, che inevitabilmente ha lasciato maggiore spazio soprattutto alla Cina. La Casa Bianca ha spiegato la decisione sulla base di un giudizio netto di convenienza economica: l’accordo trans-pacifico non sarebbe “equo” (cioè non immediatamente vantaggioso per gli USA), e dunque non ha ragion d’essere. Si è applicato insomma un criterio specifico, e una definizione restrittiva, degli interessi americani, lasciando in secondo piano ogni considerazione geopolitica più ampia. E’ chiaro infatti che la logica del TPP era anche di rimettere gli USA al centro dell’evoluzione complessiva – politica quanto commerciale – nel Pacifico, che sul versante asiatico sta vivendo cambiamenti profondi nell’equilibrio di potere.

In campagna elettorale Donald Trump aveva promesso aggressive misure commerciali proprio contro Pechino, ma una volta a Washington non ha sostanzialmente fatto seguito a quelle promesse.

Intanto, si è verificato un forte aumento della tensione nella penisola coreana. La politica adottata è stata quella di inviare al regime di Pyongyang minacce più o meno esplicite, ribadendo la superiorità militare americana – di cui peraltro nessuno al mondo può aver mai dubitato, e meno che mai Kim Jong-un. Nessun percorso diplomatico è stato tracciato, neppure a grandi linee, anche perché il Presidente ha smentito più di una volta il suo Segretario di Stato mentre tentava (e tenta tuttora, a quanto pare) di mantenere aperto un qualche canale di dialogo e dunque uno spiraglio di soluzione non soltanto militare.

Il quadro che emerge dai primi mesi dell’amministrazione Trump, alla vigilia del lungo viaggio asiatico del Presidente tra il 3 e il 13 novembre, è una sorta di strategia dell’assenza.

Una strategia attuata però in modo incerto. Da un lato infatti gli Stati Uniti si ritraggono dalla diplomazia economica come anche da quella classica di “gestione delle crisi” (che include certamente i “six-party talks” sul nucleare coreano), per lasciare che sia la propria potenza, anzitutto militare, a parlare da sé. Se però fosse davvero questa la strada scelta fino in fondo, allora il Presidente dovrebbe sostanzialmente tacere: ci si aspetterebbe insomma pochissime parole e molta dimostrazione di forza – in che modalità, resta da chiarire. In realtà, il Comandante in capo si pronuncia spesso, ed è praticamente entrato in un battibecco diretto con lo stralunato (o freddamente provocatorio) “leader supremo” nordcoreano, reagendo a varie provocazioni e facendone di sue. Siamo allora di fronte a una scelta per metà, in cui i collaboratori di Trump hanno spesso dovuto spiegare il senso – evidentemente non chiaro – delle azioni americane.

Potremmo dire, in effetti, che si tratta di una scelta zoppa, nel senso che manca di coerenza tra gli obiettivi economici e quelli di sicurezza. Una linea aggressiva sul commercio mette infatti Washington in rotta di collisione con avversari strategici come la Cina, ma anche con stretti alleati come il Giappone e la Corea del Sud. Il tutto proprio mentre gli assetti di sicurezza in Asia sono alterati – e forse minacciati – sia dalla continua ascesa cinese sia dal tentativo giapponese di svincolarsi dalla “gabbia” del secondo dopoguerra, sia ovviamente dalle iniziative destabilizzanti di Kim Jong-un.

Attivare una sinergia tra economia e sicurezza è oggettivamente difficile nel mondo di oggi – un mondo con un alto tasso di interdipendenze incrociate – perché spesso gli interessi in un settore divergono (almeno temporaneamente) mentre nell’altro convergono.

Trump si è però reso il compito ancora più arduo adottando una lettura a breve termine del concetto di America First: cercare di ottenere risultati quasi immediati non paga. Così, paradossalmente, Washington ha dovuto fare concessioni alla Cina sulle materie economiche (ritirando le minacce della campagna elettorale sulla manipolazione valutaria) nella speranza di ottenere un concreto aiuto per la gestione della Corea del Nord – tattica che sembra aver funzionato in misura solo limitata, a giudicare dal comportamento di Pyongyang. In modo analogo, il Presidente ha prima accusato Giappone e Corea del Sud di essere troppo dipendenti dal sostegno militare americano, per poi scoprire di aver bisogno anche del loro sostegno nel contenimento della Corea del Nord – oltre che in quello della Cina stessa in un più ampio quadro regionale. Intanto, proprio l’abbandono del TPP ha quasi costretto i partner asiatici di Washington a perseguire la via dell’integrazione “minus-USA”, che a sua volta pone la Cina in una posizione di forza relativa perfino restando esclusa dal gruppo-TPP.

In estrema sintesi, se l’obiettivo generale dell’amministrazione Trump è quello di districare gli Stati Uniti dai tradizionali vincoli di sicurezza che li legano all’Asia-Pacifico, è allora necessario pagare il prezzo di questa scelta e lasciare probabilmente che la Cina assuma un maggiore profilo; al contempo, si dovrà accettare il fatto che la Corea del Nord punterà, in ogni caso, a ricattare proprio gli USA mediante il programma nucleare – è chiaro infatti che l’obiettivo è avere le Hawaii e la costa occidentale americana, ben più che le isole giapponesi, a portata di lancio. Il problema è che non esiste un’opzione di “disingaggio” rapido e indolore per gli Stati Uniti, e ricordare a tutti che i missili americani possono radere al suolo uno Stato in poche ore non risolve questo dilemma.

Alla vigilia del tour presidenziale in Asia, Washington non ha insomma acquisito maggiore libertà di manovra, ma ha intanto ridotto la propria influenza su alcuni paesi-chiave. La fretta strategica – prima ancora dell’imprevedibilità – si è finora rivelata un boomerang.

D’altro canto, alcuni dati di fondo rimangono a favore degli Stati Uniti: la capacità delle forze americane di controllare le grandi rotte marittime è tuttora una sorta di “bene pubblico” per l’intera macro-regione; e quella americana è pur sempre la prima o la seconda maggiore economia al mondo. Inoltre, la consolidata abitudine a lavorare con i più importanti paesi della regione sia in chiave economica che di sicurezza pone ancora la diplomazia degli Stati Uniti in una posizione di grande influenza. Per far fruttare tali “asset”, deve però esservi una reale volontà di accettare difficili compromessi e una notevole disciplina nel rispettare gli impegni presi in passato. Su questo terreno, negli ultimi mesi la Casa Bianca ha lanciato segnali molto contraddittori.




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