Il petrolio e la guerra civile araba

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Ghawar oil field, the biggest in the world, in Saudi Arabia

Nel mondo arabo le vicende interne ai paesi hanno immediate ripercussioni regionali. Determinante è la rendita petrolifera, che nei paesi produttori ha una funzione stabilizzatrice, ma a livello regionale ha creato forti tensioni tra paesi esportatori e non, in passato contenute dai meccanismi di circolazione regionale della rendita. Nell’attuale quadro di prezzi bassi del petrolio, questi meccanismi non riescono più a placare le tensioni. La guerra civile araba sembra dunque destinata a durare.

Il mondo arabo è in preda a una guerra civile di dimensione regionale. Siamo abituati a considerare le vicende politiche ed economiche separatamente per ciascun paese arabo e in quest’ottica vediamo quattro paesi in cui si combatte attivamente tra diverse fazioni politiche: la Siria, l’Iraq, lo Yemen e la Libia. Ma questa visione è parziale perché ignora la dimensione regionale della politica araba, quale è stata drammaticamente evidenziata dalla Primavera araba e dai suoi seguiti.

LA GUERRA CIVILE ARABA. In quest’area, infatti, gli sviluppi politici in un paese non sono indipendenti e isolabili dagli sviluppi politici negli altri Stati della regione. Questo è vero anche in altre aree, in America Latina, Africa o Europa, ma solo in misura molto minore. Nella regione araba gli sviluppi in un paese hanno conseguenze immediate sugli equilibri politici negli altri paesi, i quali di conseguenza non possono essere indifferenti e reagiscono intervenendo negli affari interni dei loro vicini.

Al tempo della primavera araba l’Arabia Saudita, con il sostegno degli altri paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, è intervenuta molto apertamente per porre fine al movimento di democratizzazione in atto in Bahrain e salvare la locale dinastia sunnita. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono intervenuti, meno apertamente ma non timidamente, per rovesciare la presidenza Morsi in Egitto (sostenuta dal Qatar) e portare al potere un loro protegé, il generale Sisi. Sempre Arabia Saudita ed Emirati sono intervenuti attivamente in Siria, Yemen e Libia. Specularmente, l’Iran appoggia le rivolte sciite: in Bahrain, Yemen e nella stessa Arabia Saudita. Teheran sostiene Hezbollah in Libano – senza contare Bashar Assad in Siria, che senza l’Iran non sarebbe certamente più al potere – e Hamas in Palestina.

Il gioco degli interventi incrociati e della guerra per procura si riflette a livello interstatale, con l’ostilità senza appello tra Arabia Saudita ed Emirati da una parte e l’Iran (ma adesso anche il Qatar) dall’altra.

Quanto di questo stato di cose è dovuto al petrolio e agli alti e bassi della rendita petrolifera?


LA RENDITA PETROLIFERA E LA STABILITÀ DELLO STATO RENTIER. La teoria dello Stato rentier afferma che l’avvento della rendita petrolifera ha consolidato i regimi al potere e la stessa indipendenza e definizione territoriale dei paesi produttori. Senza il petrolio è assai dubbio che avremmo ancora oggi delle monarchie patrimoniali quali quelle del Golfo, e perfino l’indipendenza di alcuni Stati di quell’area potrebbe essere messa in discussione (nel caso del Kuwait, lo è stata comunque).

Con uno Stato indipendente dalla necessità di imporre tasse sulla cittadinanza e sulle imprese del paese, la rendita petrolifera rafforza enormemente la posizione contrattuale di chi detiene il potere e trasforma i cittadini in clienti privi di rappresentanza politica. Nonostante le ricorrenti previsioni di una inevitabile crisi interna, le monarchie del Golfo – ma anche le repubbliche che hanno beneficiato di una significativa rendita petrolifera come Iraq, Libia e Algeria – hanno dato prova di una capacità di resistenza straordinaria. Ha giocato a loro favore non solo la capacità di comprare il consenso con la distribuzione della rendita, ma anche quella di dotarsi di sofisticati strumenti di repressione e di resistere a lunghi periodi di disordine politico ed economico senza scendere a patti con gli avversari. In Iraq e Libia i regimi al potere sono stati sconfitti solo con l’intervento esterno; in Algeria “le pouvoir” ha trionfato sull’opposizione islamica dopo una sanguinosa guerra civile.

Non si può quindi dubitare della straordinaria capacità di stabilizzazione che comporta l’accesso alla rendita petrolifera; ma neppure si deve dimenticare che ci sono state eccezioni, prima fra tutte la rivoluzione iraniana a fine anni Settanta. Il regime dello scià era molto più illuminato e progressista di quelli dell’altra sponda del Golfo, anche se non meno repressivo, e aveva accesso a una rendita non meno importante (in assoluto, ma la popolazione iraniana era molto più numerosa, dunque la rendita iraniana è sempre stata inferiore in termini pro capite).


L’IMPATTO DELLA RENDITA A LIVELLO REGIONALE
. Però, se a livello interno di ciascun paese la rendita petrolifera ha un effetto stabilizzatore, non è vero altrettanto a livello regionale. Al tempo del primo forte aumento dei prezzi del petrolio, nei primi anni Settanta, la linea di conflitto principale nella regione era tra repubbliche popolose e modernizzatrici – di cui il principale esponente era l’Egitto di Nasser – e monarchie conservatrici e scarsamente popolate – delle quali la principale era l’Arabia Saudita del re Faisal. I due paesi, all’epoca, erano impegnati in una guerra per procura in Yemen che costava al Cairo risorse enormi. L’Egitto e gli altri principali paesi della regione erano anche sotto shock per la sconfitta subita a opera di Israele nel 1967.

L’avvento della rendita petrolifera mutò radicalmente la natura dei rapporti regionali. Il potere si spostò “from the barrel of a gun to a barrel of oil” – dalla canna del fucile al barile di petrolio. La tensione tra paesi esportatori e paesi che di petrolio ne avevano poco o nulla venne inizialmente attutita attraverso due principali meccanismi di circolazione regionale della rendita:

• gli importanti trasferimenti unilaterali dai paesi esportatori agli altri paesi della regione, in primo luogo quelli “in prima linea” contro Israele;

• il massiccio aumento delle migrazioni regionali, che consentirono alle popolazioni dei paesi non produttori di beneficiare della circolazione della rendita all’interno dei paesi produttori.

Questi due meccanismi – assieme alla promessa di maggiori investimenti diretti dai paesi produttori agli altri e a vari progetti di iniziative industriali regionali – compensarono per qualche tempo il risentimento di governi ed élite dei paesi non produttori, che vedevano di malocchio l’ascesa delle nuove élite dei paesi produttori.

Eppure già negli anni Settanta e Ottanta il problema dell’incompatibilità tra regimi di diverso orientamento politico nella medesima regione si faceva sentire. Dopo il 1979, la neonata Repubblica islamica in Iran veniva percepita come un pericolo mortale per i regimi dei paesi vicini, in sé stessa e indipendentemente dalle azioni del governo iraniano. L’occupazione della Grande Moschea della Mecca da parte di un gruppo di fondamentalisti islamici guidati da Juhayman al Otaibi (novembre 1979) segnò un punto di svolta nella storia dell’Arabia Saudita: il re Fahd, personalmente privo di qualsiasi credibilità religiosa, cedette molto terreno alla componente salafita, anche destinando somme molto considerevoli al proselitismo internazionale, con le conseguenze che quarant’anni più tardi sono sotto gli occhi di tutti. Otaibi è stato la prima incarnazione dell’estremismo islamico violento, che ha visto poi emergere bin Laden e al Qaeda, e più recentemente il “califfo” al Baghdadi e l’isis – e oggi, pur ripetutamente sconfitta sul piano militare, questa componente rimane una delle principali fazioni in lizza nella guerra civile regionale araba e gode di ampio seguito nell’opinione pubblica della regione.

A livello regionale le tensioni sfociarono nell’attacco iracheno all’Iran e nella conseguente, sanguinosissima guerra che durò ben otto anni (1980-1988) e si concluse con un nulla di fatto. Seguì l’invasione del Kuwait nel 1990, che ebbe un effetto polarizzante estremo nella regione. Molti arabi – l’OLP, la Giordania, lo Yemen – si schierarono in favore di Saddam e dell’invasione, dimostrando che i due citati meccanismi di circolazione regionale della rendita petrolifera non bastavano a creare consenso e solidarietà verso i paesi produttori. La reazione fu immediata: i trasferimenti unilaterali tra governi terminarono di colpo e gli emigrati arabi furono rimandati a casa. Il Kuwait e altri paesi del Golfo cacciarono palestinesi e giordani, l’Arabia Saudita espulse quasi un milione di yemeniti che fino ad allora avevano diritto a entrare e risiedere nel paese senza visto. Da quel momento, i paesi del Golfo hanno importato massicciamente manodopera dal subcontinente indiano, considerata politicamente meno pericolosa; e la circolazione della rendita fra paesi arabi si è drasticamente ridotta.


I TRE CICLI DEL PREZZO DEL PETROLIO
. Possiamo distinguere tre principali cicli del prezzo del petrolio che hanno conseguentemente inciso sull’importanza della rendita petrolifera. Il primo ciclo va dal 1970 al 1985: i prezzi del petrolio prima salgono rapidamente fino al 1980, poi rapidamente scendono. Il secondo va dal 1985 al 2000: i prezzi del petrolio rimangono bassi, anzi tendono a diminuire progressivamente. Il terzo va dal 2000 al 2015: i prezzi salgono rapidamente, in particolare tra il 2004 e il 2008; dopo un crollo nel 2008-2009 tornano a livelli elevati tra il 2010 e il 2013, per crollare nuovamente negli ultimi due anni.

Dal punto di vista politico, il primo periodo è quello dell’avvento della rendita petrolifera come determinante dei rapporti di forza regionali; il secondo è un periodo di vacche magre, in cui tutti sono obbligati a fare concessioni tanto all’interno che a livello regionale; il terzo è un nuovo periodo di vacche grasse, in cui la crescita della rendita spinge ad aumentare le spese senza molte costrizioni.

Nel primo periodo l’avvento della rendita petrolifera ha un forte effetto di consolidamento dei regimi esistenti; a livello regionale crea tensioni ma queste sono contenute dai due meccanismi di circolazione regionale citati. Nel secondo periodo, il consenso interno è progressivamente eroso e la circolazione regionale della rendita fortemente ridotta. Nel terzo periodo all’abbondanza della rendita e all’aumento della spesa non corrisponde un parallelo consolidamento del consenso e le tensioni regionali esplodono, in mancanza di qualsiasi visione o prospettiva d’integrazione regionale.

In questo periodo, dopo un’iniziale esitazione ad aumentare la spesa in parallelo con le entrate, i regimi dei paesi produttori allargano i cordoni della borsa e spendono senza remore, ma sono incapaci di aggiornare i modelli di spesa e di circolazione della rendita. Si ritorna ai medesimi modelli del primo periodo: si spende in infrastrutture e opere pubbliche, lo Stato offre ai cittadini posti di lavoro di cui non ha bisogno, si tengono artificialmente bassi i prezzi di alcuni beni, in particolare i prodotti petroliferi e l’elettricità. Questo tipo di spesa aveva avuto un forte impatto positivo nel primo periodo. Collegare tutti i centri abitati con strade asfaltate, portare l’elettricità in ogni pur piccolo villaggio, costruire ospedali e scuole dove non ne esistevano affatto: tutte iniziative che nel primo periodo avevano radicalmente cambiato la qualità della vita della maggior parte della popolazione. Ma quando si passa da una strada a quattro corsie a una a sei o a otto, quando si costruisce un’università in ogni piccolo centro (senza avere insegnanti idonei a offrire qualità) o simili progetti faraonici, il beneficio è soprattutto per le imprese di costruzione, mentre la maggioranza dei cittadini, e in particolare i più poveri, rimane ai margini.

Per l’offerta di posti di lavoro nel pubblico valgono considerazioni analoghe: nel primo periodo l’espansione della burocrazia e delle imprese di Stato aveva consentito una carriera mirabolante a molti giovani letteralmente usciti dal deserto; nel terzo periodo i giovani sono stati integrati in strutture ormai sclerotiche, governate da regole di anzianità, e nella maggior parte dei casi terribilmente disincentivanti.

A livello regionale, la circolazione della rendita si basa sull’iniziativa privata e la corruzione. I governanti dei paesi non petroliferi sanno che la loro unica chance è favorire gli investimenti privati dai paesi produttori e trovare il modo di arricchirsi per questa via. I vari Mubarak e Ben Ali favoriscono l’ascesa di imprenditori locali politicamente fedeli, ai quali viene richiesto di associarsi con i capitali dei paesi del Golfo per lanciare iniziative speculative, principalmente immobiliari o nel turismo, alle quali i governanti possano surrettiziamente partecipare. Le statistiche registrano che il pil dei paesi non produttori è aumentato in misura soddisfacente, ma le distanze tra ricchi e poveri sono cresciute e hanno alimentato il risentimento degli ultimi. Lo sviluppo delle catene televisive regionali porta lo spettacolo del successo e della ricchezza di Dubai, Abu Dhabi o Doha nelle case dei poveri egiziani, giordani o marocchini, cui non è concesso di andare a cercare lavoro dove ce ne sarebbe, perché si preferiscono i lavoratori indiani.

Non c’è dunque da stupirsi che le tensioni regionali siano aumentate nonostante la (invero a causa della) elevata rendita petrolifera che ha caratterizzato il terzo periodo, fino all’esplosione della primavera araba che, come molti episodi rivoluzionari nella storia del mondo, ha condotto alla guerra civile regionale.


L’IMPATTO DEI PREZZI BASSI DEL PETROLIO SULLA GUERRA CIVILE ARABA
. Oggi siamo in un nuovo periodo di bassi prezzi del petrolio. All’inizio tutti si aspettavano che le quotazioni sarebbero risalite in fretta, perché i prezzi bassi non piacciono a nessuno: non ai paesi produttori, non alle grandi compagnie, non ai governi dei paesi industriali preoccupati delle conseguenze deflazioniste. Ma la realtà della domanda e dell’offerta ha preso il sopravvento: il petrolio è disponibile in abbondanza e produrlo costa poco. L’OPEC – neppure nella sua versione allargata a Russia e altri paesi che non fanno parte dell’organizzazione – non riesce a fare molto di più che evitare ulteriori ribassi.

Quanto durerà questo nuovo periodo? Se si è disposti a credere alla regolarità dei fenomeni storici, potrebbe durare quindici anni come i precedenti, fino al 2030. Se la domanda di petrolio continuerà a crescere come tuttora sta crescendo, in barba a quanti prevedono il picco della domanda già nel prossimo decennio, i prezzi tenderanno a risalire gradualmente. Se invece la transizione energetica limiterà la domanda, è possibile che il petrolio rimanga ai prezzi attuali, se non inferiori.

Quale sarà l’impatto sulla regione? Se l’abbondanza di risorse finanziarie ha incoraggiato la corsa agli armamenti e la conflittualità regionale, la penuria non porta necessariamente a una pacificazione. La guerra civile regionale può concludersi solo con la vittoria di una fazione o con un compromesso tra almeno alcune delle fazioni. Oggi si combatte tra sciiti e sunniti, tra sunniti moderati e radicali, tra monarchie patrimoniali e islamici radicali. Nessuna di queste forze è in grado di “vincere”, e nessuna sembra disposta a fare compromessi con le altre. Tra le monarchie patrimoniali, il Qatar, l’Oman e il Kuwait cercano un modus vivendi con l’Iran e con gli islamici moderati, ma Arabia Saudita, Emirati e Bahrain sono assolutamente contrari, fino al tentativo di strangolamento del Qatar, che peraltro ha poche probabilità di riuscire. Con ogni probabilità, la guerra civile sarà lunga e le prospettive di sviluppo della regione saranno compromesse per decenni.



Questo articolo fa parte di Aspenia 78 - Relazioni pericolose (edizione cartacea).



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