Il peso crescente dell’Unione Europea sulla questione nucleare iraniana

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A moment of the JCPOA talks

L’Unione Europea, che ha giocato un ruolo cruciale nelle negoziazioni con l’Iran sulla questione nucleare sin dal 2003, all’indomani della scadenza di 120 giorni data dal presidente americano Donald Trump per trovare una soluzione alle ‘falle’ dell’accordo nucleare, conosciuto come Joint Comprehensive Plan of Action (o JCPOA), torna attore-chiave nel determinare le sorti del complesso dossier. La risposta dell’UE sulla questione influirà dunque di certo sulla percezione dell’Europa come potenza globale sul piano diplomatico internazionale.

Nel 2003 si scoprì che l’Iran aveva condotto attività industriali non in linea con il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Fu allora che Francia, Germania e Gran Bretagna decisero di mediare tra Teheran e la comunità internazionale al fine di trovare una soluzione pacifica ed evitare un intervento militare da parte dell’America di George W. Bush, già impegnata nei limitrofi Iraq e Afghanistan.

Nel luglio del 2015, dopo più di 12 anni di lunghe trattative, in cui sono stati coinvolti progressivamente anche gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’ONU e l’Alto Rappresentante dell’UE, una soluzione (almeno temporanea) della controversia è stata finalmente annunciata con il JCPOA. L’accordo ha determinato la fine delle sanzioni imposte da ONU, EU e Stati Uniti verso all’Iran (per l’infrazione del Trattato di Non Proliferazione), in cambio dell’impegno iranianoa contenere le attività nucleari. Mantenere l’accordo è da allora considerato dai paesi europei nell’interesse nazionale degli stati membri dell’Unione. Il JCPOA ha anche di fatto costituito un grande successo diplomatico per l’UE, che ha investito politicamente grandi energie sulla risoluzione del dossier iraniano, incentivando, anche nelle fasi di maggiore tensione, un dialogo tra le parti ed ottenendo anche il ruolo fondamentale di garante della sua implementazione, come capo della Commissione congiunta di controllo.

Nell’ultimo anno, il JCPOA è tuttavia stato fortemente criticato da Donald Trump a seguito della sua elezione alla Casa Bianca. Egli lo ha più volte definito ‘il peggior accordo mai stipulato’. Secondo il presidente americano, non ci sarebbero abbastanza misure per evitare che l’Iran, alla fine dell’accordo (tra sette anni), diventi comunque una potenza nucleare. Inoltre, Trump sostiene anche che all’Iran sia consentita troppa libertà di azione, a livello diplomatico, industriale e militare, nello scacchiere regionale – in particolare nel campo sensibile dei test missilistici..

Nell’ottobre 2017, Trump ha dunque deciso di ‘decertificare’ l’accordo nucleare, affermando che gli incentivi dati dagli Stati Uniti non sono proporzionati alle azioni intraprese dall’Iran. Con tale decisione ha incaricato il Congresso di preparare una legislazione tale da risolvere le questioni sollevate, promettendo, in caso contrario, di terminare la partecipazione statunitense all’implementazione del JCPOA. Trump non ha comunque reintrodotto le sanzioni pre-accordo (le procedure legislative prevedono che ogni 120-180 giorni il congelamento di quelle sanzioni sia confermato ufficialmente); tuttavia, ha dato una specie di “ultimatum” agli europei. Se – dice il Presidente – entro il 12 maggio la UE non accetta l’idea americana di un accordo supplementare che imponga nuove sanzioni all'Iran nel caso di test missilistici o di ostacoli posti alle ispezioni nelle centrali nucleari, gli USA reintrodurranno le sanzioni pre-accordo..

L’UE ha risposto in maniera dura e decisa alle strategia messa in opera da Trump a partire da ottobre scorso. A seguito dell’annuncio della decertificazione, e in varie occasioni successive, l’Alto Rappresentate Federica Mogherini ha riaffermato il sostegno europeo al JCPOA, soprattutto dato che l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica continua ad assicurare che l’Iran sta espletando i propri obblighi.. Mogherini ha anche chiarito che, data la natura internazionale dell’accordo, sostenuto da una risoluzione dell’ONU, non rientra nei poteri del presidente americano determinarne la fine. I rappresentanti di Francia, Gran Bretagna e Germania hanno inoltre rilasciato un annuncio congiunto, in cui hanno affermato che, pur prendendo atto della decisione di Trump, rimangono impegnati a rispettare l’accordo e a garantirne ‘la piena attuazione da parte di tutti i soggetti coinvolti’, in linea con il comune interesse nazionale. A gennaio, in previsione dell’annuncio-ultimatum di Trump, i rappresentanti europei si sono incontrati a Bruxelles ed hanno nuovamente affermato che ‘l’accordo funziona, come dichiarato nove volte dall’AIEA, ed è cruciale per la sicurezza dell’Europa e del mondo’.

Ma a ben vedere, nemmeno la posizione degli stati europei è così granitica. Dall’idea iniziale e ufficiale che non si dovesse assolutamente rinegoziare il JCPOA, qualche divisione è progressivamente emersa sulla necessità o meno di introdurre sanzioni aggiuntive , in particolare sulla questione dei missili balistici – con la Francia di Macron che si è fatta portavoce di questo punto di vista. Ciononostante, la posizione europea è sembrata unitaria e determinata, soprattutto nell’ultimo anno, e i suoi fautori non sono sembrati intimiditi dall’idea di un confronto diretto con gli Stati Uniti, per conservare l’accordo. Ma a seguito dell’ultimatum imposto da Trump, qualcosa sembra essere cambiato. Mentre l’UE continua a escludere l’idea di nuovi negoziati, notizie su possibili trattative tra gli Stati Uniti e Gran Bretagna, Francia e Germania su accordi aggiuntivi o integrativi sono emerse recentemente.

I dettagli di queste trattative non sono ancora chiari, ma le loro implicazioni saranno cruciali per l’Europa: se da una parte queste potrebbero infatti costituire l’unica soluzione per garantire la sopravvivenza del JCPOA e il ruolo di mediatrice tra le parti sul dossier iraniano ricoperto dall’Unione per quasi 15 anni, esse potrebbero anche essere viste come una resa di fatto alle pressioni americane, e convincere quindi l’Iran che nemmeno l’UE è in grado di proteggere l’accordo. Nei prossimi 120 giorni, dunque, tutti gli occhi di coloro che si chiedono se il JCPOA avrà un futuro saranno, di nuovo, puntati sull’Unione Europea.