Il metodo di Xi Jinping: cambiare soltanto per conservare

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Delegates at the opening of the 19th Congress of Communist Party of China

Il 19° Congresso del Partito Comunista stabilirà se la Cina è davvero entrata o meno nella “nuova era” di Xi Jinping. Parlando ai 2.287 delegati riuniti a Pechino, nella Grande sala del popolo che si affaccia su Piazza Tiananmen, nel suo discorso d’apertura il segretario generale ha infatti affermato che «il socialismo con caratteristiche cinesi entra in una nuova era».

Nel suo discorso-fiume, durato oltre tre ore, Xi, che è anche Capo dello Stato e dell'esercito, ha elencato i risultati ottenuti e gli obiettivi da raggiungere. Rivendicando la crescita economica, che ha portato il pil in cinque anni da 8,2 a 12 trilioni di dollari, Xi ha promesso che entro il 2020 verrà raggiunto il «sogno cinese» di una «società moderatamente prospera». Entro il 2049  (centenario della fondazione della Repubblica popolare per mano di Mao) la Cina diventerà invece una «superpotenza mondiale».

Per ottenere questi risultati il Segretario Generale ha da subito escluso ogni possibilità di evoluzione politica verso un modello occidentale, riaffermando piuttosto il primato del partito comunista «sull'intera società». Ma “Xi Dada” (paparino Xi), come lo chiama spesso la propaganda, secondo una tradizione russa che ha le radici in Pietro il Grande e poi in Stalin, ha anche promesso riforme per un'economia sempre più aperta, un esercito più grande e più forte per vincere «qualsiasi guerra», una lotta ancora più spietata alla corruzione per distruggere «tigri, mosche e stanare le volpi», la vittoria contro la piaga della povertà, e un maggiore impegno per ambiente e clima più sani e puliti. Fin qui i roboanti annunci – cui non bisogna dare troppo peso perché da sempre lasciano il tempo che trovano. Il Congresso, infatti, riguarda più il potere del partito, e l'organizzazione interna della nomenclatura, che le riforme e i programmi.

Il compito principale del Congresso è appunto “eleggere” il nuovo Comitato centrale del Pcc, circa 350 membri tra permanenti e supplenti, eleggere la Commissione disciplinare, i 120 membri incaricati di dare la caccia ai funzionari corrotti, e approvare le decisioni già prese in precedenza dalle più alte cariche del partito – oltre che apportare eventuali modifiche alla Costituzione. Il giorno successivo al termine del Congresso, il 25 ottobre, si riunisce subito il nuovo Comitato centrale con il compito di eleggere il segretario generale del partito (la rielezione di Xi è scontata, dal momento che la consuetudine prevede che si rimanga in carica dieci anni e il suo primo mandato risale al 2013), il nuovo Politburo (25 membri), ma soprattutto il nuovo Comitato permanente del Politburo, ovvero la cerchia ristretta dei sette leader che comanderanno di fatto la Cina fino al 2022. A seconda di chi verrà nominato all'interno del Comitato permanente e di come verrà modificata la Costituzione, sarà possibile ipotizzare quanto potere è davvero riuscito ad accentrare nelle sue mani il Segretario Generale, considerato da tutti il più autoritario dai tempi di Mao Zedong e Deng Xiaoping.

Il primo nodo riguarda proprio la Costituzione. È dai tempi di Mao infatti che la Carta viene modificata ripetutamente per inserire nella sezione dedicata alla “ideologia guida” del paese riferimenti al pensiero dei diversi leader. Attualmente sono ricordati il “marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Zedong, la teoria di Deng Xiaoping, l'importante teoria delle tre rappresentanze (riferita a Jiang Zemin) e il concetto di sviluppo scientifico (coniato da Hu Jintao)”. Nessun leader dopo Deng Xiaoping ha avuto l'onore di vedere il proprio nome inserito nell'ideologia guida. Se, come i media cinesi cominciano a sussurrare, verranno inseriti nella Costituzione riferimenti al “pensiero di Xi Jinping” o al “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, vorrà dire che il Segretario Generale ha assunto tanto potere da farsi mettere sullo stesso piano di Mao e Deng. Forse, anche più in alto di quest’ultimo, che fu di fatto alla guida della Cina dal 1978 al 1992.

Il secondo nodo riguarda invece la composizione del Comitato permanente. Cinque degli attuali sette membri dovrebbero essere sostituiti secondo la regola consuetudinaria del “qi shang, ba xia” (letteralmente, “sette su, otto giù”): chi ha raggiunto l'età dei 68 anni, cioè, deve dimettersi, chi ne ha 67 può restare.

Tutti gli occhi sono puntati su Wang Qishan, a capo del potentissimo Comitato centrale per le ispezioni disciplinari. Wang è a tutti gli effetti il braccio destro di Xi: è lui che ha guidato la spietata campagna anticorruzione che ha portato all'arresto o alla condanna di 1,3 milioni di ufficiali di partito. Tuttavia, benché la corruzione sia uno dei mali endemici della Cina, non c'è dubbio che Xi abbia usato la scusa della corruzione per eliminare i suoi oppositori all'interno del partito e per consolidare il potere. Secondo le regole adottate da decenni, il sessantanovenne Wang dovrebbe dimettersi, ma voci insistenti sostengono che Xi potrebbe forzare la mano e mantenerlo in sella, provando una volta di più la sua forza. A conferma delle indiscrezioni su frequenti lotte di potere all'interno del partito, Liu Shiyu, presidente della Commissione per la sicurezza, ha appena dichiarato che Xi, «cuore della leadership», ha «salvato il partito, i militari e la nazione negli ultimi cinque anni. Ha salvato il socialismo». Liu ha poi aggiunto, riferendosi alle figure più importanti epurate e condannate durante la campagna anticorruzione negli ultimi cinque anni (Bo Xilai, Zhou Yongkang, Ling Jihua, Sun Zhengcai, Xu Caihou e Guo Boxiong), che costoro «avevano alte posizioni e grande potere nel partito, ma erano enormemente corrotti e hanno cospirato per usurpare la leadership del partito e prendere il potere dello Stato».

L’operazione anticorruzione è stata accompagnata da un’epurazione nell’esercito, utilizzata da Xi per promuovere i suoi fedelissimi. Ma cosa farà Xi con tutto il potere accumulato? Da anni si parla delle sue grandi ambizioni e del possibile tentativo di restare alla guida del partito più di dieci anni, rompendo così una consolidata tradizione. Indicativo in questo senso che Sun Zhengcai, ex capo del partito di Chongqing, da molti dato come possibile successore di Xi, sia improvvisamente “caduto in disgrazia” pochi mesi fa.

Invece, se il Segretario Generale volesse agire come i suoi predecessori – Deng, Jiang e Hu – dovrebbe promuovere quest’anno al Comitato permanente un suo protetto indicato come successore. I due funzionari più vicini al presidente sono l’attuale capo di partito di Chongqing, Chen Miner, e Hu Chunhua, già segretario di Mongolia Interna e Guangdong. Entrambi fino a pochi giorni fa erano considerati papabili per un posto nel Comitato permanente, ma fonti cinesi ben informate suggeriscono che entreranno invece solamente nel Politburo. E questo, aggiunge il South China Morning Post, «per quanto i piani di Xi non siano ancora chiari, non farebbe che aumentare le speculazioni sulla sua volontà di proseguire anche dopo lo scadere del secondo mandato».

Data l’estrema penuria di informazioni – e poiché il Congresso si svolge a porte chiuse – è molto difficile penetrare le intenzioni di Xi e gli intrighi che si consumano all’ombra del grande ritratto di Mao Zedong in piazza Tiananmen. L’unica cosa certa è quale sia il contenuto del “Xi Jinping pensiero”: l’unico modo per impedire che la Cina faccia la fine dell’Unione Sovietica è rafforzare il partito, epurando tutti coloro che remano contro il presidente, e aumentare il controllo e la presa su ogni ambito della società per evitare «errori eversivi in campo politico ed economico», come Xi affermò nel 2013. La “nuova era” di Xi Jinping sarà dunque nelle intenzioni un’era conservatrice, nella quale difficilmente il potere concederà volontariamente spazio ad aperture. Il potere del partito comunista, infatti, va continuamente rafforzato perché possa durare, come Xi disse per la prima volta già nel 2008: «Qualunque cosa abbiamo posseduto in passato, potremmo non possederla più oggi. E qualunque cosa abbiamo oggi, non significa che potremo averla per sempre».