Il fattore Russia in Siria: una questione regionale

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Bashar al-Assad and Vladimir Putin

Mosca è coinvolta nel conflitto siriano fin dai suoi esordi, a sostegno del regime di Bashar al-Assad. Ma è solo negli ultimi sedici mesi che la Russia ha progressivamente visto crescere la propria presenza e influenza nelle dinamiche militari e politiche del conflitto.

La percezione del ruolo della Russia in Siria è cambiata drasticamente dal settembre del 2015, quando Mosca ha annunciato la propria decisione di intervenire militarmente, effettuando un vasto numero di incursioni aeree, ma anche dispiegando le proprie forze – tra cui carri armati, jet ed elicotteri –  sul campo di battaglia. Questa presenza sul territorio, e al tavolo negoziale,  modificato in certa misura gli equilibri regionali.

Tuttavia, la strategia e gli interessi di lungo termine di Mosca nel conflitto siriano rimangono ancora poco chiari.

Sin dall’inizio della guerra civile, Vladimir Putin ha deciso di sostenere Assad per tutelare l’influenza russa nella regione. Senza partecipare al conflitto, la rilevanza di Mosca nel Medio Oriente sarebbe diminuita con la perdita di un alleato chiave, com’era appunto il regime siriano - decisivo anche per la presenza militare russa sul campo. Questa al momento è garantita dalla base navale di Tartus e da quella aerea di Khmeimim a Latakia: entrambe le città si trovano sul litorale siriano, a breve distanza dal confine libanese e da quello turco, e proprio di fronte a Cipro.

A differenza di altri attori coinvolti nel conflitto, come la Turchia e l’Iran, la Russia ha però sempre avuto una maggiore flessibilità riguardo a questioni specifiche inerenti al futuro della Siria. Mantenere la propria presenza sul territorio è ritenuto prioritario su altre opzioni in gioco, compreso il futuro di Assad, la possibile frammentazione territoriale del paese, o il destino dei curdi. L’obiettivo russo è infattiritagliarsi un ruolo maggiore come mediatore regionale, e accrescere la propria influenza di attore politico e militare sul piano internazionale.

Il cambio di strategia effettuato da Mosca, con la massiccia campagna militare, ha comunque rovesciato le carte in tavola del conflitto: ha evitato la sconfitta dell’amico Assad, la cui caduta fino a poco prima era data per scontata, e ribaltato in favore del regime l’equilibrio delle forze, soprattutto a seguito della riconquista di Aleppo in dicembre. Con la più grande della Siria nuovamente in mano alle forze filo-Assad, Mosca ha potuto sfruttare l’indebolimento dei ribelli e la “gratitudine” per assumere un ruolo chiave negli sviluppi del conflitto.

Poche settimane dopo, Mosca, assieme alla Turchia, si è fatta portavoce di un cessate il fuoco che, nonostante alcuni scontri, sembra ancora reggere e che ha ottenuto anche l’appoggio del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I due paesi si sono anche fatti promotori dei recenti negoziati di Astana, focalizzati sul coinvolgimento degli altri Paesi della regione e sul tentativo di riavvicinare i rappresentanti del regime e quelli dei gruppi ribelli. Nonostante i negoziati si siano conclusi con un nulla di fatto per quanto riguarda una soluzione politica al conflitto, la Russia è riuscita ad emergerne ancora una volta come mediatore. Persino gli Stati Uniti, fino ad allora considerati essenziali per il processo diplomatico siriano, sono stati invitati solo come ospiti. Nell’ambito di questi successi diplomatici e militari, Mosca aveva già firmato un trattato con il governo siriano per cui la sua base aerea è diventata permanente, formalizzando la presenza militare sul territorio.

E’ degno di nota, in particolare, il fatto che Mosca sia riuscita a negoziare un cessate il fuoco e a organizzare l’incontro di Astana con la Turchia, che ha sostenutoil fronte opposto del conflitto sin dall’inizio della guerra civile. Sin dall’agosto 2016, Vladmir Putin ha infatti focalizzato i propri sforzi nel miglioramento delle relazioni con il presidente turco, Tayyip Erdogan, con cui nei mesi precedenti vi erano state forti tensioni anche militari – è del novembre 2015  l’abbattimento da parte della Turchia di un jet russo. La capacità di Mosca di ricucirele relazioni tra i due paesi è dovuta proprio alla flessibilità sulle questioni chiave che invece per la Turchia, come per l’Iran, non sono negoziabili.

Tale flessiblità, tuttavia, ha creato tensioni con Teheran, che ha combattuto a fianco di Mosca e del regime siriano negli ultimi 6 anni. Nonostante siano schierati dalla stessa parte, l’Iran vede con diffidenza la nuova intraprendenza russa in Siria. La leadership iraniana teme che Putin voglia utilizzare il conflitto siriano esclusivamente per i propri interessi, anche a costo di sacrificare quelli dei propri alleati, tagliando fuori l’Iran al momento opportuno. Il fatto che Teheran sia stata tenuta ai margini delle trattative per il cessate il fuoco e nei negoziati di Astana sembra confermare il sospetto iraniano.

Sembra dunque chiaro che la presenza russa nel conflitto siriano sia destinata solo ad aumentare, e che Mosca tenterà di utilizzare i successi diplomatici e militari per giocare un ruolo crescente negli altri conflitti regionali. I recenti tentativi della Russia di inserirsi come interlocutore della questione israelo-palestinese (tipico “campo di gioco” americano), o di puntare sul generale Khalifa Haftar nel conflitto libico (in parziale contrapposizione al governo di Tripoli ufficialmente riconosciuto dall’ONU) sono segnali inconfutabili di queste ambizioni regionali. L’impegno nel conflitto siriano non si esaurisce perciò in obbiettivi “locali”, ma diventa strumentale in una strategia proiettata su tutto il Medio Oriente.

Questo certo permette agli attori coinvolti nel conflitto, anche a quelli schierati dal lato opposto, di vedere Mosca come un partner negoziale flessibile e razionale. Ma il fatto che la Russia stia progressivamente subordinando gli obiettivi siriani alle proprie ambizioni regionali, tuttavia, fa di Mosca anche un attore fortemente imprevedibile. E l’imprevedibilità, in uno scenario come quello siriano, rende qualsiasi risoluzione pacifica molto più complessa.