Il 1968 americano visto dal 2018: un’eredità di martiri, patriottismo costituzionale e paura del futuro

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Riots after Martin Luther King's assassination

Siamo arrivati ai 50 anni del ’68 americano: il Vietnam, gli assassinii di Martin Luther King e Bob Kennedy, i riot e i loro morti, l’emersione dei baby boomer, il Civil Rights Act, l’ultimo anno di Lyndon Johnson, il primo squillo del backlash conservatore del sistema politico americano (la vittoria di Richard Nixon alle elezioni presidenziali), la fine del vecchio Partito Democratico negli scontri della Convention di Chicago, le rivolte studentesche. Che anno.

Eppure le celebrazioni pubbliche e del mondo intellettuale sembrano un po’ sottotono; l’intreccio tra riflessione storico-sociale e politica si era mostrata più intensa nel 2008 (per la ricorrenza dei 40 anni). Forse perché era apparsa intrigante l’idea del passaggio del testimone tra una rappresentante dei baby boomer e la generazione successiva, ovvero tra Hillary Clinton (nata nel 1947) e Barack Obama (nato nel 1961). Come se la generazione sbocciata nel 1968, che era da tempo “in carica”, stesse passando definitivamente la mano. In realtà, sarebbe interessante ragionare su quanto ’68 ci sia in Barack Obama (come ha suggerito un’intellettuale italiana, Ida Dominijanni), visto che la biografia sua e di molti altri è segnata dalla scelte culturali e di vita di famiglie completamente post-1968: si tratta dei primi figli delle generazioni “liberate”.

I baby boomer al potere vivono il paradosso di essere stati al contempo la generazione della contestazione e quella che, in età matura, ha tradotto in politiche pubbliche il disegno dell’ordine politico neoliberale: impegno per la diffusione delle istituzione democratiche, ma anche del mercato globale, di una maggiore deregulation, del primato della finanza… Ovvero tutta quella batteria di accuse che si indirizzano, in questa nostra epoca, ai leader politici degli anni ’90: Bill Clinton (nato nel 1946), Al Gore (1948), Gerhard Schröder (1944), Massimo D’Alema (1949) e il poco più giovane Tony Blair (1953). Nessuno di loro ha rivestito ruoli politici di rilievo dopo il 2008: in corrispondenza con l’inizio della Grande Recessione, che avvia la fine del New World Order immaginato da quella generazione, il testimone passa ad altri. Anche se dobbiamo  registrare, oggi, una curiosa tendenza, sebbene del solo mondo anlgosassone: questo testimone viene posto di nuovo nella mani dei settantenni, purché presentino un volto da inflessibili radicali, come sono Jeremy Corbyn e Bernie Sanders: il ’68 non passa mai di moda?

Spulciando nel database di quest’anno di una rivista come New Yorker (ma lo stesso si potrebbe dire per la New York Review of Books), il 1968 è celebrato non per la sua eccezionalità – americana e mondiale – ma per l’eccezionalità delle figure di Bob Kennedy (assassinato il 6 giugno) e di Martin Luther King (stessa sorte il 4 aprile). Tramonta la storia collettiva di una generazione e riemerge, però, la trama dei conflitti mai soluti della storia americana, e della sua promessa democratica non mantenuta.

E’ un’attenzione che rivela timori e paure per i conflitti del presente, che nascono sempre attorno alle promesse mancate del sistema politico americano. Lo storico Arnaldo Testi, recentemente, ha ricordato il senso della protesta di King, riportando queste sue parole: “sii fedele a quello che dici sulla carta. Se vivessi in Cina o in Russia, o in qualunque altro paese totalitario, potrei capire le ingiunzioni illegali. Potrei capire la negazione di certi diritti basilari che derivano dal Primo emendamento, perché loro non si sono mai impegnati a rispettarli. Ma qui da noi, da qualche parte, leggo della libertà di riunione. Da qualche parte leggo della libertà di parola. Da qualche parte leggo della libertà di stampa. Da qualche parte leggo che la grandezza dell’America risiede nel diritto di protestare per ciò che è giusto. E così io dico, non ci faremo respingere dai cani o dagli idranti, non ci lasceremo fermare da una ingiunzione. Andremo avanti comunque”.

Da Martin Luther King a Black Lives Matter, la fiamma della protesta e del radicalismo civico statunitense continua e essere figlia, in un modo o nell’altro, di un patriottismo costituzionale che nasce, si giustifica e cresce nell’idea che la “promessa americana” non sia ancora realizzata, e che per essa ci si debba battere (anche contro l’ipocrisia delle classi dirigenti, che ne sfruttano la retorica e ne tradiscono il senso profondo). Un patriottismo costituzionale che ebbe un suo momento alto nei conflitti del 1968, che a essi si lega ma che a essi sopravvive.

Il ’68 celebrato in questi giorni, però, è quello del lutto, del sogno spezzato, del ritorno indietro di una società che – sebbene sotto il segno di un conflitto aspro – era pronta a segnare una nuova tappa del suo progresso democratico: significativo come il New York Times recensisca il volume “The Promise and the Dream” – del giornalista David Margolick – con il titolo “The Tragedy of 1968”, immaginando cosa sarebbe accaduto se King e Kennedy fossero sopravvissuti. Con toni foschi, sempre il New York Times offre a Ivan Krastev l’opportunità di affermare che il 2018 sarà un anno rivoluzionario quanto il 1968, ma grazie alla destra nazionalista (soprattutto quella europea).

Insomma, se qualcuno si aspettava un 1968 celebrazione di compiaciuti baby boomer, questo non è stato, piuttosto comprensibilmente. Nel 2008, per i 40 anni, c’era più ottimismo: il 1968, visto dal 2018, appare più come un’epoca di promesse mancate.



* Per chi volesse rivivere immagini e cronologia del ’68 americano, vale la pena andare sul sito della Rivista dello Smithsonian Insititute.