I dilemmi dei paesi asiatici di fronte all’enigma Kim

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The launch of the last North Korean missile, on September 14.

I test missilistici effettuati dalla Corea del Nord, incluso quello presumibilmente termonucleare dello scorso 3 settembre, hanno avuto anche l’effetto di scompigliare i piani dei Paesi dell’Asia nord-orientale. La Cina deve fare i conti con l’incapacità di tenere a freno Kim Jong-un. Il Giappone è chiamato a misurare la credibilità delle sue ambizioni da media potenza in grado di influire, anche con proiezioni militari, sugli equilibri regionali. In Corea del Sud la nuova leadership guidata dal presidente Moon Jae-in, insediatasi dopo le elezioni di maggio, ha dovuto operare un radicale cambiamento di rotta che genera incertezze e confusione.

La prima preoccupazione oggi a Seul è allontanare l’eventualità di un pericoloso confronto armato. Si concorda con Washington sulla opportunità di tenere aperte “tutte le opzioni”, ma si vuole credere che il fire and fury minacciato da Donald Trump sia solo una sfida teorica. Nessuno dubita che una guerra sarebbe una catastrofe, ma i missili che pioverebbero su Seul non sono l’unico incubo.

Non meno grave è giudicato il pericolo diametralmente opposto alla guerra, cioè un cedimento dell’Amministrazione americana all’idea che la Corea del Nord si trasformi infine in una potenza nucleare. In tal caso – seguendo la logica della deterrenza - potrebbe aprirsi la porta che conduce al trattato di non aggressione tra Pyongyang e Washington, che il regime dei Kim persegue da decenni. Tale patto potrebbe accreditare l’idea che la guerra del 1950-53 sia stata combattuta tra Corea (tout court) e Stati Uniti. Dunque condurrebbe alla delegittimazione della Corea del Sud, se Seul non fosse parte attiva nella sua stesura.

Con questi presupposti Moon ha dovuto riconoscere che non esistono alternative alla protezione americana, sebbene tale scelta contraddica la sua linea originaria, che puntava sulla riapertura del dialogo col Nord e che, per tale motivo, era stato pesantemente criticata da Donald Trump. Ora il dialogo è congelato. Al suo posto ci sono le sanzioni, che Seul, come Washington, avrebbe voluto portare fino al massimo della durezza. Soprattutto Moon ha ceduto sul sistema antimissile Thaad (Terminal High Altitude Area Defense), le cui ultime quattro rampe sono state approntate il 6 settembre. Un evidente voltafaccia, dato che in campagna elettorale Moon aveva manifestato dubbi sulla opportunità del Thaad: lo “scudo” infatti non assicura il Paese da aggressioni nordcoreane – proprio per tapparne le falle ora è stato annunciato che verrà potenziato anche il sistema antimissile Aegis – e nel contempo irrita la Cina.

Le polemiche, comunque, non sono mancate, soprattutto da parte della destra rappresentata nella circostanza dal Partito della Libertà, il quale ha sollecitato il governo a chiedere agli americani di riposizionare in Corea del Sud le testate nucleari tattiche esistenti al tempo della guerra fredda (quasi un migliaio) e ritirate nel 1991. La risposta è stata inizialmente indecisa, anche perché un sondaggio rivelava che oltre il 60% dei cittadini sarebbe favorevole a una simile misura. Ma quando da Washington sono rimbalzate voci circa la disponibilità del Pentagono a discutere l’argomento, il governo ha fatto chiarezza: “Non c’è alcun cambiamento nella politica del governo basata sul principio della denuclearizzazione della penisola e non è mai stata presa in considerazione l’idea di ricollocare armi nucleari tattiche”, si legge in un comunicato del 10 settembre emesso dall’ufficio della presidenza. Basta in sostanza l’ombrello americano costituito dai missili a testata atomica installati sui sommergibili, di stanza a Guam e negli stessi Stati Uniti.

L’opposizione di destra, però, in questi giorni di tensione si sente incoraggiata perfino a ipotizzare che Seul proceda da sola, creandosi un proprio arsenale nucleare. Gli esperti dicono che basterebbero due o tre anni e in fondo Trump, sia pure quando era solo candidato, aveva incoraggiato questa prospettiva. Moon ovviamente non la prende in considerazione, ma è in difficoltà. Lo ha indicato anche il sostanziale fallimento della sua missione di inizio settembre a Vladivostok in occasione dell’Eastern Economic Forum. Il suo tentativo di convincere il presidente russo Vladimir Putin a votare a favore del superpacchetto di sanzioni presentato dagli americani al Consiglio di sicurezza non ha avuto esito. La Russia è rimasta sulle sue posizioni: condanna delle provocazioni nordcoreane, ma sostegno incondizionato al negoziato. E’ un insuccesso pesante, perché la Russia è assai utile agli sforzi di Seul per disinnescare la bomba nordcoreana attraverso la cosiddetta “politica verso il Nord”, consistente nel creare una grande zona industriale con capitali sudcoreani al confine tra Corea del Nord e Russia. Ora non solo tale politica è ferma, ma Mosca rischia di remare contro.

A Vladivostok Moon ha incontrato anche il premier giapponese Abe Shinzo, con il quale è stata riscontrata identità di vedute circa il dossier nordcoreano: appoggio alle sanzioni volute da Washington, piena fiducia agli americani e poi, sul piano bilaterale, superamento di ogni contrasto in nome della necessità di essere uniti contro il comune nemico. Ne è uscita rafforzata, per la prima volta da molti anni, la credibilità del coordinamento tra Giappone e Corea del Sud, ma se questo è un reale passo avanti per Abe, suona invece come un ulteriore inciampo per Moon. Mettere la sordina sui “contrasti ereditati dalla storia”, ovvero comfort women e lavoratori coatti (due dolorosi ricordi dell’occupazione giapponese della Corea che Tokyo è impegnata a cancellare), dà in fondo ragione a quest’ultima, che considera chiuse le due questioni con gli accordi sugli indennizzi stabiliti nel 1965 e nel 2015. Moon invece sembrava intenzionato a risollevare le due questioni, traendo popolarità dai sentimenti antigiapponesi dei coreani.

Anche Abe, andando a Vladivostock, ha fallito nell’opera di persuasione su Putin relativa alle sanzioni. Ma la cosa non lo preoccupa perché, differentemente dalla Corea del Sud, per il Giappone i rapporti con la Russia, pur fondamentali, non hanno connessioni con la crisi coreana. Nei colloqui con Putin, Abe non ha ottenuto gran che circa il futuro dei territori del Nord (o Kurili meridionali), le isole giapponesi annesse dai sovietici nel 1945. Ma qualche intesa marginale è stata raggiunta e tanto basta a tenere vivo il dialogo in attesa che i tempi maturino. Abe in fondo ora non ha bisogno di Mosca. Il suo punto di forza è l’intesa, pressoché perfetta, con Trump. Digerito senza traumi il no della Casa Bianca al Trans-Pacific Partnership (TPP), tutto va per il meglio fra Abe e Trump: è una specie di luna di miele manifestatasi anche in queste settimane attraverso la totale approvazione da parte di Tokyo delle pur ondivaghe mosse di Washington.

Le provocazioni nordcoreane costituiscono d’altra parte un’utile occasione per dare più corpo a un trend in corso da tempo, quello che punta alla cancellazione del pacifismo postbellico dettato dalla Costituzione. Le decisioni degli ultimi giorni riguardano nuove “esercitazioni” congiunte con gli americani e un piano per collocare i sistemi Aegis sulle coste. Nessun cedimento, almeno ufficiale, sul nucleare: Abe resta fedele ai tre no (al possesso, alla presenza e alla fabbricazione di armi atomiche) e si sente al sicuro grazie all’ombrello americano. Procedere oltre le difese “convenzionali” produrrebbe al contrario più insicurezza perché ne deriverebbe la scomparsa dell’apparato legale e politico connesso al Trattato di non proliferazione.

Anche la Cina non vuole la proliferazione nucleare. Per tale motivo Pechino ha criticato in modo netto gli ultimi test di Kim e cerca di mantenere una posizione non troppo distante da quella americana (lo confermano la telefonata del 6 settembre tra il presidente Xi Jinping e Trump nonché le serrate trattative al Consiglio di sicurezza sulle sanzioni che hanno portato alla risoluzione di compromesso votata l’11 settembre). Ma ora sembra avvicinarsi il momento di sciogliere un nodo essenziale.

Il problema non riguarda solo impedire alla Corea del Nord di diventare una potenza nucleare. Il fatto è che la strategia nordcoreana, con l’altissimo grado di rischio che è disposta a contemplare, sta ora diventando antitetica a quella cinese. Il beneficio che Pechino fino a ieri riteneva di trarre dalla presenza di uno “stato cuscinetto” tra sé e i Paesi che ospitano truppe americane potrebbe ora apparire secondario rispetto al danno che la Cina riceve dalla destabilizzazione provocata dai missili nordcoreani. Il trend consistente nel competere con, e se possibile sostituirsi agli, Stati Uniti come principale partner per i Paesi dell’Asia rischia infatti di bloccarsi se non di invertirsi.

Il problema per Pechino è grave: salvare il regime dei Kim ma nel contempo indebolirlo fino a renderlo malleabile (e dunque fino a spingerlo a rinunciare al nucleare) appare un gioco di prestigio più che un’opzione perseguibile. Si parla perfino di una possibile “neutralità” di Pechino di fronte ad operazioni militari americane, purché solo chirurgiche o dimostrative. Anche sulle sanzioni sembra che si navighi a vista. Si procede, anche sulla base del voto dell’11 settembre, ad una graduale intensificazione, ma si vuole evitare di strangolare il regime, col risultato di non ottenere alcunché.

E appare un segnale di incertezza più che di abilità diplomatica il fatto che le esportazioni della Corea del Nord in Cina di ferro, carbone, frutti di mare, siano ormai inesistenti, come le sanzioni imponevano prima che con l’ultima risoluzione venissero aggiunti i tessili, mentre le importazioni dalla Cina siano addirittura aumentate anche in mancanza della valuta pregiata per pagarle.