Gli interessi regionali di Israele: i vantaggi possibili in un quadro instabile

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Israeli soldiers watching the border on the Golan Heights

Nel momento in cui Raqqa, la capitale del Califfato islamico, dopo quattro mesi di combattimenti è ufficialmente liberata da una coalizione delle Forze Democratiche Siriane a guida americana – in particolare dai combattenti curdi dell’YPG – il futuro della Siria torna prepotentemente al centro dell’attenzione. E ciò accade anche in Israele, Paese che è in prima fila nel prepararsi ai nuovi assetti post-conflitto.

Per cominciare, Tel Aviv ha rilanciato la cooperazione con la Russia, tornata attore determinante nella regione, con cui è stato approntato un “coordinamento informale di sicurezza” sulla Siria. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha nessun problema con il fatto che Bashar al-Assad rimanga al potere a Damasco, come Mosca desidera e Washington ha accettato, ma ha più riprese ribadito un’altra linea rossa: la presenza iraniana nelle Alture del Golan, dove si muovono forze più o meno regolari in stretto coordinamento con gli Hezbollah libanesi.

L’ultimo accordo informale russo-israeliano sulla Siria, raggiunto durante un incontro tra Vladimir Putin e Netanyahu lo scorso agosto, prevedeva che le forze iraniane si assestassero ad un minimo di 30 km dal Golan occupato: una distanza giudicata, però, troppo limitata dai generali dell’IDF (l’esercito israeliano), che ne avrebbero auspicati almeno 40.  Un accordo di massima sussiste tra i due Paesi in Siria, ovvero il tacito consenso russo ad attacchi israeliani atti a prevenire massicci trasferimenti di armi ad Hezbollah e il coordinamento di intelligence tra i due Paesi, ma poiché i Russi sembrano spesso tralasciare gli interessi israeliani a scapito di altre priorità, l’IDF lancia a Mosca periodici promemoria, che consistono nel colpire, anche con attacchi aerei, istallazioni militari del regime localizzate tra il confine israeliano e la vicina Damasco.

Secondo Anshel Pfeffer, noto editorialista di Ha’aretz, a Mosca non dispiace affatto l’interventismo israeliano: questo anzi contribuisce a mantenere la conveniente posizione russa di ago della bilancia tra Israele ed Iran. Sono circa 100 le operazioni aeree lanciate da Israele all’interno della Siria dall’inizio del conflitto, quasi tutte avvenute senza ritorsioni da parte del regime di Assad. Sembrerebbe, dunque, che finché tiene l’accordo sul mantenimento al potere di Assad, la Russia non abbia alcun interesse a difendere le forze filo-iraniane presenti nel sud-ovest della Siria. Le attività di Israele nella regione – tra cui il sostegno crescente alle Forze Democratiche Siriane attive nel sud del Paese – non sollevano l’opposizione della diplomazia russa, che ha fornito a Tel Aviv precise garanzie sul contenimento delle attività iraniane e di Hezbollah all’interno della Siria, mentre Israele vedrebbe di buon occhio l’affermarsi di una stabile presenza militare russa nel sud-ovest della Siria al fine di stabilizzare l’area (INSS Insight n.970, settembre 2017).

Per quanto, infatti, il Governo israeliano si affanni a dichiarare in tutti in consessi internazionali che i rischi per Israele non sono mai stati tanto alti come oggi, in realtà Tel Aviv, anche grazie all’avvento della Presidenza Trump, può capitalizzare una serie di vantaggi strategici ineguagliabili a livello regionale: in particolare, può godere dei benefici dell’apertura della prima base permanente USA in territorio israeliano, inaugurata  in settembre all’interno di una preesistente base aerea delle forze aeree israeliane (IAF) nel Negev (Mashabim, tra Yeruham e Dimona). Vi sarà ospitato personale militare americano addetto a mettere in opera il nuovo X-band Radar, un sistema di allarme antimissilistico che può intercettare missili balistici fino a 2500 km di distanza e attivare il lancio di contro-missili Arrow, comunicando con gli altri sistemi di copertura di cui la difesa israeliana è già dotata (Iron Dome, etc.). La presenza dei militari USA garantirà non solo il trasferimento immediato di tecnologie militari di ultima generazione da Washington a Tel Aviv, ma anche il coinvolgimento diretto degli USA nella sicurezza di Israele.

Si tratta di un aspetto che non è sfuggito agli analisti palestinesi: la decisione americana è un upgrade rispetto alle scelte dell’Amministrazione Obama. Il predecessore di Trump, nonostante i frequenti disaccordi con Netanyahu sull’accordo nucleare iraniano e i mancati progressi nei negoziati di pace, aveva comunque ribadito l’allineamento strategico tra i due Paesi, procurando ad Israele 17 nuovi F35 e votando al Senato la legge sulla criminalizzazione dell’organizzazione politico-militare antisionista libanese Hezbollah. Quella misura è stata recentementeinasprita dal Congresso, con gli “Emendamenti alla Legge sulla prevenzione del finanziamento internazionale a Hezbollah” (S.1595), che mirano a bloccare il sostegno economico diretto di istituzioni iraniane all’organizzazione, come anche i proventi che essa percepisce dal narcotraffico.

In questo contesto, con il movimento delle forze in campo nettamente favorevole a Israele, va letto anche l’accordo di riunificazione nazionale in Palestina tra Hamas e al-Fatah, raggiunto tra settembre e ottobre: una scelta quasi obbligata per l’organizzazione islamica e necessaria ad al-Fatah per contrastare l’irrilevanza progressiva in cui sta sprofondando la questione palestinese, nella disaffezione generale. Ma la riconciliazione, di per sé molto simbolica, non è affatto “l’accordo del secolo”: il quotidiano The Palestine Chronicle definisce infatti l’unione nazionale palestinese come il frutto del “tacito accordo USA, del consenso israeliano e delle priorità imposte dall’agenda politica egiziana” ovvero “quanto più distante dalle aspirazioni dei Palestinesi”).

In effetti, non solo l’accordo in sé è debole – come osservano molti analisti evidenziando questioni irrisolte come lo smantellamento dell’ala militare di Hamas e il destino incerto dei circa 45.000 impiegati pubblici di Gaza – ma anche per il consenso israeliano – per quanto ambiguo. - Il governo di Netanyahu ha in effetti avallato l’intesa, dopo ben sei falliti tentativi in dieci anni ch erano stati apertamente contestati e bollati come cedimenti dell’Autorità Palestinese al terrorismo; l’attuale consenso  fa dunque pensare che l’unità nazionale punti alla neutralizzazione della Striscia, grazie al dispiegamento delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese nell’area previsto a partire da dicembre.

In definitiva, Tel Aviv potrebbe aver acconsentito al processo leggendovi un vantaggio indiscusso: la temporanea cessazione delle ostilità con Hamas, in cambio di un re-indirizzamento del suo apparato militare su quella che identifica come la vera minaccia strategica, cioè la presenza di un  Hezbollah rafforzato nel proprio arsenale militare (missili a lunga gittata iraniani e russi) e dall’esperienza di guerra convenzionale realizzata sul campo in Siria, ai suoi confini settentrionali. Oltrealla convergenza tattica tra Israele e Russia, ci sono poi gli accordi che quest’ultima starebbe sottoscrivendo sotto banco (tra cui quello con la Turchia che prevede una sua influenza su Idlib e quello con l’opposizione filo-saudita che potrebbe prevedere una pragmatica negoziazione con quest’ultima sull’assegnazione dell’area intorno a Deir-ez-Zor), nominalmente per stabilizzare la Siria pacificata, ma sostanzialmente favorendone la spartizione.

Non stupisce, dunque, che dopo aver a lungo aspirato a questa riconciliazione interna, i cittadini palestinesi restino in larga maggioranza scettici non solo sulla tenuta dell’accordo ma anche sulla congiuntura che lo ha indotto: uno scarso 31% degli intervistati che esprime ottimismo sul processo (sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research, settembre 2017), mentre ben il 67% ritiene che la priorità siano invece le dimissioni di Abu Mazen, il Capo dello Stato palestinese ritenuto incapace di prospettare una strategia per uscire dall’impasse nel quale i Territori versano ormai dal fallimento degli accordi di Oslo.

In definitiva, Israele esce rafforzato dalla rivalità USA-Russia in Siria, immune dalla decisione di mantenere Assad al potere (erede di un regime con il quale d’altronde ha convissuto pacificamente per 44 anni), rassicurato dal nuovo tentativo di contenimento dell’Iran della Presidenza Trump e dalle più generali garanzie USA alla sua sicurezza, e reso più sicuro anche dalla tacita cooperazione segreta con Paesi sunniti come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti su temi regionali caldi (Iran, Hezbollah) E Tel Aviv è forte della consapevolezza che i Palestinesi non costituiscano più una minaccia, né dal punto di vista militare né tanto meno da quello diplomatico.

Ed è proprio guardando agli ultimi velleitari tentativi di inserire la Palestina quale membro ufficiale nelle grandi organizzazioni internazionali come UNESCO, Interpol e Assemblea Generale ONU, che ci si deve chiedere quanto sia realistica la linea di Ramallah: che pensi davvero di poter sostituire l’aspirazione al governo autonomo di un proprio territorio con la rappresentanza di un’entità virtuale che ogni giorno perde ulteriori parcelle di terreno a profitto delle colonie israeliane, nonché legittimità presso la sua stessa opinione pubblica? Sembra infatti che cinquant’anni dopo il celebre vertice della Lega araba a Khartoum (1967) improntato ai “tre no” (no alla pace, né al riconoscimento, né a negoziati con Israele), la comunità internazionale (compreso il mondo arabo) stia per decretare de facto la fine della questione palestinese.



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