Gli assetti internazionali e il “problema Germania”

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I tre vertici internazionali di questo novembre 2010, tra Seul e Lisbona – G20, NATO, UE-USA – hanno fatto emergere, tra vari temi importanti, un delicato “problema Germania”.

Il rapporto tra Germania e Stati Uniti è stato per decenni al cuore della comunità transatlantica. Nonostante alcuni risultati ottenuti al doppio vertice di Lisbona (del resto i summit non possono ufficialmente fallire), sia la NATO che l’Unione Europea risentono pesantemente di un mutamento profondo nel vecchio asse tedesco-americano. E la tendenza è destinata a continuare.

La “piccola” Germania della guerra fredda incarnava in qualche modo i tratti più benigni degli alleati europei: un paese vulnerabile che puntava tutto sull’affidabilità verso i propri partner. Pur tra importanti differenze di prospettiva e ricorrenti fattori di irritazione rispetto a Washington – dalla Ostpolitik ai movimenti pacifisti – Bonn era un luogo di sostanziali certezze per qualunque amministrazione americana. Perfino con la riunificazione, Berlino è sembrata svolgere un ruolo di stabilizzazione al centro del continente, contribuendo in modo decisivo ai due allargamenti verso Est (della NATO e della UE) che sia Bill Clinton sia George W. Bush hanno attivamente sostenuto. Anche nei dibattiti sul ruolo specifico della “difesa europea”, le posizioni tedesche hanno sempre garantito un solido ancoraggio della sicurezza continentale agli Stati Uniti.

Era forse inevitabile, ma certo è ora chiaro che le cose sono cambiate. Nell’arco di neppure dieci giorni se ne sono avuti segni evidenti: prima al G20 di Seul – dove Angela Merkel ha di fatto allineato il suo paese alle posizioni di Pechino nel criticare i piani economici americani – e poi a Lisbona – dove la Germania ha insistito molto perché la NATO fissasse come obiettivo esplicito il disarmo nucleare, mentre Barack Obama ha ricordato (e ottenuto nelle parole del Concetto Strategico) che la funzione di deterrenza rende tuttora indispensabile un’Alleanza “nucleare”.

Anche sul progetto di difesa antimissile (che al summit ha trovato una formulazione accettabile per tutti ma su cui Mosca resta molto guardinga) Berlino è stata fin dall’inizio tra gli alleati più preoccupati. Del resto, proprio la paziente costruzione di un rapporto di stretta interdipendenza con la Russia era stata il primo sintomo di un riassetto delle priorità tedesche.

Il problema di fondo non è soltanto che la Germania adotta oggi uno stile internazionale più assertivo; è che ritiene di avere ragioni strutturali per perseguire in modo piuttosto autonomo i suoi interessi esterni. I dati economici parlano chiaro: in un mondo in cui tutti vedono l’export come la strada per la prosperità, chiedere ai tedeschi di fermare la loro macchina quasi perfetta (per consumare invece di più) è tempo perso. La Germania ha trovato nella sua particolare “disciplina” (fondata, però, sugli squilibri interni alla UE) la formula giusta per navigare in un sistema globale iper-competitivo, e non cambierà direzione in nome del rapporto con gli Stati Uniti – come si è visto appunto al G20.

Berlino è poi lo snodo della rete di scambi dell’Europa centrale, e per restarlo nei prossimi decenni ha bisogno dell’energia che soltanto la Federazione Russa può far arrivare; l’autoritarismo interno del regime “putiniano” e perfino l’uso occasionale della forza militare nel vicino estero russo non sono ragioni sufficienti per interrompere la collaborazione con Mosca. E ciò è vero a prescindere dallo stato dei rapporti tra Washington e Mosca – con o senza il successo del reset russo-americano voluto da Obama.

Le questioni energetiche hanno ripercussioni anche indirette, ad esempio nell’insistenza della Merkel sul disarmo nucleare dell’Europa, probabilmente da leggersi come “scambio” di politica interna in vista del rilancio (già in corso) del nucleare civile in Germania. Motivazioni interne, dunque, ma nell’ottica di obiettivi non puramente elettorali bensì strategici e di lungo periodo.

In queste condizioni, tutto l’impianto tradizionale dei rapporti Berlino-Washington è da rivedere, e questo riassetto non riguarda solo il livello bilaterale, visto il peso della Germania. Sul piano economico è chiaro che le scelte tedesche possono determinare coalizioni, magari temporanee, che spostano gli equilibri a favore o sfavore degli obiettivi americani. Ma anche sul piano diplomatico e della sicurezza potrebbe emergere una sorta di “modello tedesco”, fondato su una presenza internazionale apparentemente “soft” che attribuisca una funzione minimale alle capacità militari. Questo, di fatto, lascia ad altri (gli Stati Uniti stessi, pochi volenterosi europei con risorse ormai al lumicino, e qualche altro membro della rete americana di alleanze) il ruolo di nucleo attivo di un Occidente quasi residuale, definito dal criterio democratico e certo non più da quello geografico-culturale. Una configurazione del genere svuota il cuore stesso del rapporto euro-americano inteso come struttura stabile, e incoraggia ulteriormente Washington a cercare soluzioni più flessibili. D’altra parte, proprio il comportamento della Germania attesta che questa tendenza è forse già irreversibile: basti pensare al formato “5+1” per i negoziati con l’Iran, in cui Berlino è stata promossa di rango senza lunghe discussioni. In sostanza, gli attori che possono permetterselo (e per ora la Germania è tra questi) siedono in tutti i fori possibili, formali e informali. Gli Stati Uniti, per parte loro, si sentono intanto del tutto liberi di sostenere la candidatura dell’India a un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU, senza troppo preoccuparsi delle implicazioni a cascata su vari tradizionali alleati (come il Giappone).

Qualunque sia la valutazione di merito sulle scelte e il nuovo stile della Germania in politica estera, le ragioni sono legate al mutamento complessivo del sistema internazionale; certo, però, pongono una sfida diretta soprattutto all’Unione Europea, rispetto alla sua coesione interna e alla sua capacità di agire all’esterno.

In questo quadro, ci si può chiedere, tra l’altro, perché mai si siano investiti tanto tempo, incontri e parole sull’intricata questione istituzionale del rapporto NATO-UE: in fondo, il nocciolo del problema era sotto i nostri occhi – a Berlino.