Gerusalemme, il rafforzamento dello Stato di Israele, e il quadro regionale

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Jerusalem

Donald Trump ha rimesso in discussione la premessa implicita al conflitto tra Israele e Palestina, valida negli ultimi 70 anni: la possibilità che due Stati di pari diritto vantassero analoghe legittime aspirazioni a Gerusalemme come loro capitale, nonché sede simbolica delle rispettive religioni. Nel suo discorso del 7 dicembre, il Presidente americano ha dato il via libera al riconoscimento unilaterale della città come capitale d’Israele, l’unico Stato che ha visto la luce dopo la spartizione decretata dall’ONU nel 1947.

Con questa decisione, l’Amministrazione Trump ha inteso inviare tre messaggi distinti: all’elettorato ebraico americano, all’opinione pubblica israeliana e a quella dei Paesi arabi sunniti circostanti. 

Al primo si è detto che l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, forte gruppo di pressione pro-Israele a Washington) è l’unica istanza rappresentativa degli ebrei negli Stati Uniti, e che la sua voce è stata pienamente accolta prima di prendere la decisione; all’opinione pubblica israeliana che l’attuale governo USA appoggia pienamente il governo di Benjamin Netanyahu, nonostante le tormentate vicende giudiziarie che lo vedono implicato per corruzione all’interno del Paese; ai Paesi arabi sunniti, infine, si è comunicato che ormai la questione palestinese è inesorabilmente archiviata e che, dunque, Israele deve essere ammessa a pieno titolo nella comunità regionale per contrastare il vero antagonista del momento, ovvero l’Iran. E’ innegabile che il modo in cui è stata veicolata la notizia sia brutale e secco, ma il messaggio complessivo inviato al resto del mondo arabo – esclusa la comunità palestinese e i Palestinesi d’Israele – è un messaggio di riconciliazione in vista dei futuri impegni comuni a livello regionale. 

Alla decisione segue, come ampiamente prevedibile, una certa soddisfazione da parte ebraica. Secondo una parte cospicua dell’opinione pubblica israeliana, il riconoscimento di Trump costituirebbe solo un primo passo: non resterebbe ora che il suo completamento, ovvero il riconoscimento da parte della comunità internazionale di Israele in quanto “Stato ebraico”. Alcuni dibattono su cosa fosse prioritario riconoscere – se Gerusalemme come capitale, il trasferimento dell'ambasciata degli Stati Uniti in città, o Israele in quanto legittimo Stato ebraico – tradendo pur sempre entusiasmo rispetto alla decisione di Trump. D’altronde non c’è  alcuna fretta di trasferire l’ambasciata, perché il vero passo simbolico è già stato compiuto.

Il significato della mossa di Washington è infatti chiaro: è la conferma della fine del percorso negoziale basato sulla restituzione di territori in cambio di pace, sulla creazione di due Stati decretata dagli Accordi di Oslo e calendarizzata in varie roadmaps successive – tutte tappe che non hanno comunque portato ad un accordo tra le parti. Che cosa significa, dunque se non il seppellimento definivo della soluzione dei due Stati? In sostanza, si è ora superata quella falsa dicotomia tra Israele legittimo (ovvero entro i confini del ’67) e Israele colonizzatore (potenza occupante dei Territori), in un momento storico distante ormai 50 anni da quella occupazione e in cui in quegli stessi Territori dimorano ormai più di 630.000 coloni disseminati in oltre 126 insediamenti.

Nel suo discorso del 7 dicembre, il Presidente Trump ha spiegato che la scelta su dove posizionare la propria capitale corrisponde al diritto sovrano di un qualsiasi Stato indipendente: Gerusalemme come capitale unica e indivisibile sarebbe, quindi, la scelta non ufficiale che lo Stato sovrano di Israele ha già compiuto nel lontano 1980, ma la cui ufficializzazione è sempre stata rimandata in vista di un consenso internazionale che stentava ad affermarsi. Alla città non si attribuiscono confini definiti, demandandoli a un negoziato tra i due popoli ancora oggi in sospeso. Tuttavia è difficile pensare che in un futuro accordo internazionale Gerusalemme possa ancora tornare oggetto di dibattito così come lo è stata in precedenza: infatti, anche se il riconoscimento americano non fa altro che ufficializzare una situazione già esistente sul campo da sessant’anni, essa fa sì che la questione di Gerusalemme venga assai probabilmente espunta da una futura, eventuale, nuova spartizione tra Israele e i Territori palestinesi.

Secondo una parte dell’opinione pubblica israeliana, del resto, il processo di pace non è mai stato dipendente dallo status di Gerusalemme. Se il governo israeliano accettasse di negoziare con i Palestinesi, di ritirarsi dai Territori, di stabilire confini fissi e certi, il riconoscimento di Trump non costituirebbe un ostacolo. Però si tratta di una possibilità remota, dati gli equilibri politici vigenti. Nell’immediato, la decisione di Washington va soprattutto a rafforzare il terzo mandato di Netanyahu, longevo Primo ministro che aveva urgente bisogno di un appoggio esterno per far fronte alle sue gravi difficoltà sul piano interno.

Ha così incassato un vero successo politico, e lo ha potuto attribuire alle sue ottime relazioni personali con il Presidente degli Stati Uniti. Le accuse di corruzione che pesano su di lui, sul suo braccio destro David Bitan, Presidente della coalizione, e sui vertici del suo partito, il Likud, si faranno per un certo periodo meno pesanti. Se poi dovesse scoppiare un’altra Intifada, e se il Presidente turco Recep Erdoğan interromperà, come ha già minacciato, i rapporti con Israele, Netanyahu potrà approfittarne mobilitando il consenso interno sulla necessità di difesa contro i nemici esterni. 

In una parte dell’opinione pubblica israeliana alberga anche un’altra inquietudine. Una volta placate le tensioni di questi giorni, i Palestinesi di Gerusalemme, in assenza di una chiara indicazione della loro leadership e per puro spirito di samud (resistenza), potrebbero chiedere la cittadinanza israeliana, aumentando esponenzialmente (cioè di circa 330.000 unità) il numero complessivo dei Palestinesi d’Israele, ovvero la minoranza interna.

Vi sono, però, anche coloro che sostengono che Trump abbia pronunciato questa dichiarazione come primo passo di un percorso di rilancio del processo di pace improntato alla Realpolitik: Jared Kushner, consigliere speciale del Presidente per la regione, starebbe infatti per svelare a Israeliani e Palestinesi una nuova prorompente proposta di pace a guida USA. Ma tale lettura si scontra contro due ostacoli: la primo è che la dichiarazione americana arriva prima di qualsiasi comunicazione ufficiale sul processo di pace; la seconda è che – come bene ha osservato Paolo Magri dell’Ispi – ormai gli USA hanno perso buona parte della loro legittimità ad agire come mediatori del conflitto presso il mondo arabo (e soprattutto verso i Palestinesi). 

Questo non significa che Kushner non potrebbe comunque annunciare a breve il lancio di nuovi negoziati, sulle premesse dei quali sono già circolate alcune indiscrezioni sul quotidiano qatarino al Quds al-Araby lo scorso 8 novembre: la creazione di un territorio palestinese autonomo ma senza le caratteristiche di uno Stato, il congelamento delle attività di insediamento israeliane senza lo smantellamento di alcuna colonia esistente, il riconoscimento pieno da parte palestinese di Israele in cambio di sostanziali agevolazioni economiche (nelle cosiddette aree B e C) ed una cospicua intensificazione degli scambi ai valichi di Qarama e Rafah, rispettivamente con Giordania e Striscia di Gaza. In definitiva,il riconoscimento di Gerusalemme non sarebbe allora che il primo tassello per l’archiviazione definitiva del conflitto arabo-israeliano, dichiarato risolto con il pieno riconoscimento dello Stato di Israele e il parallelo conferimento di una piccola riserva d’autonomia smilitarizzata ai Palestinesi, corrispondete al 22% della Palestina mandataria e al 40% dell’attuale Cisgiordania (salvo minime compensazioni). 

Non è nemmeno escluso che, dopo il discorso di Trump, “il resto del mondo (non) segua l’esempio” (come ha affermato il Ministro dell’Economia Naftali Bennet). Le Filippine avrebbero infatti intenzione di seguire le orme degli USA, ma anche Repubblica Ceca e Ungheria sembrano orientate a voler rompere con la posizione maggioritaria dell’UE – contraria a decisioni unilaterali che contraddicano la Risoluzione ONU 242/1967 – e spostare le proprie ambasciate a Gerusalemme. 

Tutti i leader palestinesi dovranno intanto prendere posizione sulla decisione americana che rompe lo status quo: una prima vittima della dichiarazione di Trump potrebbe essere proprio l’intesa tra Hamas e Fatah (con una mediazione egiziana), così faticosamente raggiunta nelle scorse settimane dopo anni di trattative. Tuttavia, la decisione americana arriva in un momento in cui i Paesi arabi della regione sono così disuniti e impegnati su altri fronti, che non è escluso che, una volta sedate le proteste di piazza palestinesi (che al terzo giorno stanno già considerevolmente scemando nei numeri, dopo il picco di oltre 5000 manifestanti raggiunto con sit-in spontanei organizzati in oltre 30 località della Cisgiordania venerdì scorso dopo la preghiera), Israeliani e Paesi arabi sunniti si ritrovino davvero intorno a un tavolo negoziale. Il primo nodo da sciogliere, su un piano regionale più ampio, sarà decidere una posizione congiunta – probabilmente con l’idea di opporsi a quella russo-iraniana – sul futuro della Siria.




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